Miei cari amici, quando morirò,
piantate un salice nel cimitero.
Amo il suo fogliame in lacrime;
il suo pallore mi è dolce e caro,
e la sua ombra sarà leggera
sulla terra dove dormirò.
Una sera, eravamo soli, io sedevo accanto a lei;
ella chinava il capo, e sul suo clavicembalo
lasciava, sognando, fluttuare la sua bianca mano.
Non era che un mormorio: si sarebbero detti i battiti d’ala
di uno zefiro lontano che scivola sui canneti,
e temendo passando di svegliare gli uccelli.
Le tiepide voluttà delle notti malinconiche
uscivano intorno a noi dal calice dei fiori.
Gli ippocastani del parco e le querce antiche
si cullavano dolcemente sotto i loro rami in pianto.
Ascoltavamo la notte; la finestra socchiusa
lasciava giungere a noi i profumi della primavera;
i venti erano muti, la pianura era deserta;
eravamo soli, pensosi, e avevamo quindici anni.
Guardavo Lucie. Era pallida e bionda.
Mai due occhi più dolci dal cielo più puro
hanno sondato la profondità e riflesso l’azzurro.
La sua bellezza mi inebriava; amavo solo lei al mondo.
Ma credevo di amarla come si ama una sorella,
tanto ciò che veniva da lei era pieno di pudore!
Tacemmo a lungo; la mia mano toccava la sua.
Guardavo sognare la sua fronte triste e incantevole,
e sentivo nell’anima, a ogni movimento,
quanto possono su di noi, per guarire ogni pena,
quei due segni gemelli di pace e di felicità,
giovinezza di volto e giovinezza di cuore.
La luna, sorgendo in un cielo senza nuvole,
d’un lungo reticolo d’argento all’improvviso la inondò.
Ella vide nei miei occhi risplendere la sua immagine;
il suo sorriso sembrava d’un angelo: ella cantò.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Figlia del dolore, armonia! armonia!
Lingua che per l’amore inventò il genio!
Che a noi venisti dall’Italia, e a lui venisti dai cieli!
Dolce lingua del cuore, la sola dove il pensiero,
quella vergine timida e offesa da un’ombra,
passa serbando il suo velo e senza temere gli sguardi!
Chi sa ciò che un fanciullo può intendere e può dire
nei tuoi sospiri divini, nati dall’aria che respira,
tristi come il suo cuore e dolci come la sua voce?
Si sorprende uno sguardo, una lacrima che scorre;
il resto è un mistero ignorato dalla folla,
come quello delle onde, della notte e dei boschi!
– Eravamo soli, pensosi; guardavo Lucie.
L’eco della sua romanza in noi sembrava fremere.
Ella appoggiò su di me il capo appesantito.
Sentivi nel tuo cuore Desdemona gemere,
povera fanciulla? Piangevi; sulla tua bocca adorata
lasciasti tristemente posarsi le mie labbra,
e fu il tuo dolore che ricevette il mio bacio.
Tale ti baciai, fredda e scolorita,
tale, due mesi dopo, fosti messa nel sepolcro;
tale, o mio casto fiore! ti sei svanita.
La tua morte fu un sorriso dolce come la tua vita,
e fosti riportata a Dio nella tua culla.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dolce mistero del tetto che l’innocenza abita,
canti, sogni d’amore, risa, discorsi di fanciullo,
e tu, fascino ignoto cui nulla si difende,
che facesti esitare Faust sulla soglia di Margherita,
candore dei primi giorni, che cosa siete divenuti?
Pace profonda alla tua anima, fanciulla! alla tua memoria!
Addio! la tua bianca mano sulla tastiera d’avorio,
durante le notti d’estate, non svolazzerà più…
Miei cari amici, quando morirò,
piantate un salice nel cimitero.
Amo il suo fogliame in lacrime;
il suo pallore mi è dolce e caro,
e la sua ombra sarà leggera
sulla terra dove dormirò.
Alfred De Musset
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lucie-alfred-de-musset/
