Le tombe campestri

Poesi di François-René De Chateaubriand Raccolta Poesie varieTemi Morte, NaturaEpoca XIX secolo

Nell’aria fremente odo il lungo mormorio
Della campana della sera che tintinna con lentezza;
I greggi belando errano sul verde;
Il pastore si ritira e abbandona la natura
Alla notte solitaria, al mio pensiero sognante
Nell’oriente d’azzurro l’astro delle notti s’avanza,
E tutta l’aria si riempie d’un calmo solenne.
Del vecchio tempio verdeggiante sotto quell’edera immortale
L’uccello della notte solo turba il grande silenzio.
Non s’ode che il rumore dell’insetto incerto,
E talvolta ancora, attraverso quei faggi,
I suoni interrotti dei campanelli campestri
Del gregge che s’addormenta sul colle lontano.

In questo campo dove si vede l’erba malinconica
Fluttuare sui solchi che formano quei sepolcri,
I rustici avi dei nostri umili villaggi
Al rumore del vento delle notti dormono sotto l’antico tasso.
Della giovane Progne il canto confuso,
Dello zefiro, al mattino, la voce fresca e celeste,
I canti acuti del gallo non risveglieranno più
Quei pastori addormentati sotto quel giaciglio agreste.
Presso il focolare ardente una sposa modesta
Non prepara più per loro il campestre pasto;
Mai al loro ritorno essi vedranno, ahimè!
Di fanciulli dal dolce parlare una schiera leggera,
Circondando le loro ginocchia e ritardando i loro passi,
Disputarsi l’amore e i baci d’un padre.
Spesso, o lavoratori! Cerere matura per voi
Le ondeggianti messi nei campi che ella indora;
Spesso con fracasso caddero sotto i vostri colpi
I pini risonanti nella foresta sonora.
Invano l’ambizione, che i suoi desideri inebriano,
Disprezza e le vostre fatiche e i vostri semplici ozî:
Eh! che sono gli onori? Il figlio della vittoria,
Il pacifico mortale che conduce un gregge,
Muiono ugualmente; e i passi della gloria,
Come quelli del piacere, non menano che al sepolcro.
Che importa che per noi vani panegirici
D’una voce infedele abbiano gonfiato gli accenti?
I busti animati, i pomposi monumenti,
Fanno forse parlare dei morti le mute reliquie?

Gettati lungi dai casi che formano la virtù,
Gelati dall’indigenza nei giorni che hanno vissuto,
Forse qui la morte incatena nel suo impero
Dei rustici Newton della terra ignorati,
D’illustri sconosciuti i cui sacri talenti
Avrebbero incantato gli dei sul liuto che respira:
Così brilla la perla in fondo ai vasti mari;
Così muoiono nei campi delle rose passeggere
Che non si vedono arrossire, e che, lungi dalle pastorelle,
D’inutili profumi imbalsamano i deserti.

Là dormono nell’oblio dei poeti senza gloria,
Degli oratori senza voce, degli eroi senza vittoria:
Che dico? dei Tito fatti per essere adorati.
Ma se il destino velò tante virtù sublimi,
Sotto questi alberi in lutto quanti anche delitti
Il silenzio e la morte non hanno divorati!
Lungi da un mondo ingannatore, questi pastori senza invidia,
Portando con sé le loro tranquille virtù,
Sul fiume del tempo passeggeri sconosciuti,
Attraversarono senza rumore i deserti della vita.
Una pietra, ai passanti chiedendo un sospiro,
Dal naufragio degli anni ha salvato la loro memoria;
Una musa ignorante vi incise la loro storia
E il testo sacro che ci aiuta a morire.
Fuggendo per sempre i campi della luce.
Chi non volge la testa al termine della carriera?
L’uomo che sta per passare cerca un soccorso nuovo:
Che la mano d’un amico, che le sue cure care e tenere,
Socchiudano dolcemente la pietra del sepolcro!
Il fuoco dell’amicizia vive ancora nelle nostre ceneri.
Quanto a me che celebrai queste tombe senza onori,
Se qualche viaggiatore, attirato su queste rive
Dall’amore di sognare e dal fascino delle lacrime,
S’informa della mia sorte nelle sue camminate pensose,
Forse un vecchio pastore, custodendo i suoi greggi,
Gli farà semplicemente la mia storia in queste parole:
«Spesso l’abbiamo visto, nel suo incedere posato,
Al sorriso del mattino, nell’oriente vermiglio,
Salire i freschi colli attraverso la rugiada,
Per ammirare in lontananza il levarsi del sole.
Laggiù, presso il ruscello, sulla molle muschio,
All’ombra del tiglio che bagna la corrente,
Immobile sognava, tutto il giorno rimanendo
Gli sguardi fissi sull’onda passeggera.
Talvolta nei boschi meditava i suoi versi
Al mormorio lamentoso del fogliame e delle aure.
Un mattino i nostri sguardi, sotto l’albero centenario,
Lo cercarono invano al piegarsi del ruscello;
L’aurora riapparve, e l’albero e il colle,
E la brughiera ancora, tutto era solitario.
Il giorno seguente, ahimè! in fila allungata.
Un corteo s’avanzò per il cammino del tempio.
Avvicinati, viaggiatore! leggi questi versi, e contempla
Questo triste monumento che il muschio ha roso.»
Epitaffio.

Qui dorme al riparo delle tempeste del mondo
Colui che fu a lungo trastullo del loro furore.
Delle foreste cercò il profondo ritiro,
E la malinconia abitò nel suo cuore.
Dell’amicizia divina adorò i fascini,
Agli infelici donò tutto ciò che ebbe, lacrime.
Passante, non portare una indiscreta fiaccola
Nell’abisso dove la morte lo sottrae alla tua vista;
Lascia che riposi sulla riva sconosciuta,
Dall’altra parte del sepolcro.

Londra, 1796.

Chateaubriand

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-le-tombe-campestri-francois-rene-de-chateaubriand/