I secoli appartengono al popolo

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I secoli appartengono al popolo; essi hanno il momento,
Ne usano. O strana lotta! Accanimento!
Ciascuno a gran rumore taglia un ramo dell’albero.
Qua, schegge di bronzo, là, schegge di marmo;
La colonna romana così come l’arco francese
Cadono. Che si direbbe di te se facessi
Volare il tuo leone di San Marco, o Venezia!
La storia è sfregiata e la gloria agonizza.
Qualunque cosa si possa pensare della Francia di ieri,
Di questo rude esercito e di questo popolo fiero,
E di ciò che questo secolo al suo terzo lustro
Aveva sognato, tentato, voluto, era illustre.
Perché la cancellazione? che si è creato d’altronde
Per i diseredati e per i lavoratori?
Si è chiuso il bagno penale? Si è aperta la scuola?
Si distrugge Marengo, Lodi, Wagram, Arcole; Si è almeno fondato il diritto universale?
Il povero ha il tetto, il fuoco, il pane, il sale?
Si è messo l’officina, si è messa la capanna
Sotto un’immensa legge di vita e di luce?
Si è disonorata la guerra rinunciando
All’effusione folle e sinistra del sangue?
Si è rifatto il codice a immagine del giusto?
Si è costruito l’altare della clemenza augusta?
Si è edificato il tempio dove la chiarezza
Si condensa in ragione e diventa libertà?
Si è dotato il bambino e liberata la donna?
Si è piantato nell’uomo, nel più profondo dell’anima,
L’albero del vero, crescente dall’errore che decresce?
Si offre al progresso, sempre troppo stretto,
Qualche allargamento d’orizzonte e di strada?
No; rovine; nulla. Sia. Quanto a me, dubito
Che si sia a posto per dire al popolo mormorante:
Ciò che si fa è piccolo, ma ciò che si spezza è grande.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-i-secoli-appartengono-al-popolo-victor-hugo/

Arthur

Interpretazione

L'analisi di Arthur

Tratto dalla raccolta L’anno terribile, in cui Hugo esprime i suoi sentimenti e le sue opinioni sull’anno 1870, anno di sconvolgimenti per la Francia, questa poesia permette all’autore di fare un bilancio della Francia che vede. Se una parola dovesse riassumere questo bilancio, amarezza sembrerebbe quella giusta.

Qualificando implicitamente come fallimento i desideri degli uomini del passato, ciò che avevano “sognato, tentato, voluto”, Hugo non vede che disillusioni:
Il bagno penale è ancora aperto; la Francia, invece di cercare di rieducare i suoi criminali, preferisce spedirli il più lontano possibile.
La scuola non è ancora obbligatoria ed esclude di fatto una parte dei cittadini dai suoi insegnamenti.
Infine, la Legge, espressione della volontà generale, non protegge tuttavia i più deboli né i lavoratori. Così, i bambini lavorano e le donne sono sottomesse ai loro mariti, loro “signore e padrone” secondo il Codice civile, che non è ancora redatto “a immagine del giusto”. La Legge serve solo a sancire le disuguaglianze.

L’amarezza di Victor Hugo si manifesta ancora quando si comprende che egli non vede arrivare nessun miglioramento. Non importa quante rivoluzioni, quanti cambiamenti di regime: troppo poche cose sono cambiate (“Ciò che si fa è piccolo”). Egli conclude del resto con un monito: il popolo mormora. Solo il popolo è capace di portare il cambiamento, lui solo è padrone dei secoli.

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