I voti sterili

Poesi di Alfred De Musset Raccolta Prime poesieEpoca XIX secolo

Poiché è il tuo mestiere, misero poeta,
anche in questi tempi di tempesta, in cui la bocca è muta,
mentre parla il braccio, e la finzione
svanisce come un sogno al rumore dell’azione;
poiché è tuo mestiere fare della tua anima
una prostituta, e poiché, gioia o dolore,
tutto chiede senza posa di uscire dal tuo cuore;
che almeno l’istrione, coperto di una maschera infame,
non vada, degradando il tuo pensiero con sé,
a metterlo alla gogna su ignobili palchi;
che nessun piano, nessun raggiro, nessun velo lo adombri.
Lascia ai vecchi senza forza e senza coraggio
questo lavoro di ragno, e tutti quei fili vergognosi
di cui si circonda tremando l’orgoglio che teme gli sguardi.
Niente altare, niente tripode, niente retroscena per i profani!
Che la tua musa, spezzando il liuto delle cortigiane,
faccia vibrare senza paura l’aria della libertà;
che cammini a piedi nudi, come la verità.

O Machiavelli! I tuoi passi risuonano ancora
nei sentieri deserti di San Casciano.
Là, sotto cieli ardenti il cui aria secca e divora,
tu coltivavi invano un suolo magro e senz’acqua.
La tua mano, stanca la sera d’aver scavato la terra,
batteva la tua pallida fronte nella calma delle notti.
Là eri senza speranza, senza parenti, senza amici;
la vile oziosità, figlia della miseria,
alla tua ombra si trascinava lentamente in ogni luogo,
e beveva dal tuo cuore i flutti puri del tuo sangue:
“Chi sono io? scrivevi; che mi si dia una pietra,
“una roccia da rotolare; è la pace dei sepolcri
“che fuggo, e tendo braccia stanche del riposo.”

Così, Machiavelli, con te io grido:
O mediocre colui che per ogni bene
ti porta in questo bettola disgustoso della vita,
è ben codardo al gioco, se non dice: Tutto o niente.
Sono giovane; arrivo. A metà del mio cammino,
già stanco di camminare, mi sono voltato.
La scienza dell’uomo è senza dubbio il disprezzo;
è un diritto di vecchio che non mi è dato.
Ma che devo pensarne? Esiste solo un essere
che io possa interamente e costantemente conoscere,
su cui il mio giudizio possa almeno fare fede,
uno solo!… Lo disprezzo. – E questo essere sono io.

Che ho fatto? che ho imparato? Il tempo è così rapido!
Il bambino cammina lieto, senza pensare al cammino;
lo crede infinito, non vedendone la fine.
D’un tratto incontra una fonte limpida,
si ferma, si china, vi vede un vecchio.
Che mi dirò allora? Quando avrò fatto le mie pene,
quando mi si sentirà dire: Ahimè! è troppo tardi;
quando questo sangue, che oggi ribolle nelle mie vene
e si irrita gridando contro un vile riposo,
si fermerà, gelato fino al fondo delle mie ossa…
O vecchiaia! A che dunque serve la tua esperienza?
Che ti serve, vano spettro, di curvarti in anticipo
verso la tomba comune degli uomini, se la morte
tace rientrandovi, quando la vita ne esce?
Non esisteva dunque in questa lotteria
un giocatore dalla sorte abbastanza abbattuto
perché, incontrandomi sulla soglia della vita,
mi dicesse uscendo: Non entrate, ho perduto!

Grecia, o madre delle arti, terra d’idolatria,
eterna patria dei miei voti insensati,
ero nato per quei tempi in cui i fiori della tua fronte
coronavano nei mari l’azzurro dell’Ellesponto.
Sono un cittadino dei tuoi secoli antichi;
la mia anima con l’ape erra sotto i tuoi portici.
La lingua del tuo popolo, o Grecia, può morire;
possiamo dimenticare il nome delle tue montagne;
ma che, frugando nel seno delle tue bionde campagne,
i nostri sguardi d’un tratto vengano a scoprire
qualche dio dei tuoi boschi, qualche Venere perduta…
La lingua che parlava il cuore di Fidia
sarà sempre viva e sempre intesa;
i marmi l’hanno imparata, e non la dimenticheranno.
E tu, vecchia Italia, dove sono quei giorni tranquilli
in cui sotto il tetto delle corti Roma aveva riparato
le arti, questi dei amici, figli dell’ozio?
Quando i tuoi pittori allora andavano per le città,
erigendo palazzi, tombe, altari,
trionfanti, onorati, dei tra i mortali;
quando tutto, alla loro parola, generava meraviglie,
quando Roma combatteva Venezia e i Longobardi,
allora erano tempi beati per le arti!
Là c’era Michelangelo, indebolito dalle veglie,
pallido in mezzo ai morti, con un bisturi in mano,
cercando la vita nel fondo di quel nulla umano,
alzando di tanto in tanto la testa appesantita,
per gettare uno sguardo di collera e d’invidia
sui palazzi di Roma, dove, dal piede dell’altare,
ai suoi rivali da lontano sorrideva Raffaello.
Là c’era il Correggio, uomo povero e modesto,
lavorando per il suo cuore, lasciando a Dio il resto;
il Giorgione, superbo, al giovane Tiziano
mostrando dal seno dei mari il suo bel cielo veneto;
Bartolomeo, pensoso, la fronte nella polvere,
spezzando il suo giovane cuore su un altare di pietra,
interrogato sottovoce sull’arte da Raffaello,
e limitando la sua risposta a mostrargli il cielo…
Tempi felici, tempi amati! Le mie mani allora forse,
le mie vili mani, per voi avrebbero potuto operare;
ma oggi per chi? in quale scopo? sotto quale maestro?
L’artista è un mercante, e l’arte è un mestiere.
Un pallido simulacro, una vile copia,
nascono sotto il sole ardente dell’Italia…
Le nostre opere hanno un anno, le nostre glorie hanno un giorno;
tutto è morto in Europa, – sì, tutto, – fino all’amore.

Ah! chiunque voi siate, voi che un fato genio
spinge a questo infelice mestiere di poesia,
respingete lontano da voi, scacciate me arditamente
ogni sincerità; badate che non si veda
cadere dal vostro cuore qualche goccia di sangue;
altrimenti, imparerete che la più breve gioia
costa cara, che il saggio è amico del riposo,
che gli indifferenti sono eccellenti carnefici.

Felice, tre volte felice, l’uomo il cui pensiero
può scriversi sul taglio della sciabola o della spada!
Ah! quanto deve disprezzare questi sognatori insensati
che, quando hanno impastato di un fango senza vita
un vile fantasma, un sogno, una fredda effigie,
si fermano pieni d’orgoglio, e dicono: Basta così!
Che è il pensiero, ahimè! quando l’azione comincia?
L’uno indietreggia dove l’altra intrepida avanza.
Al terribile aspetto della realtà,
questa prende il ferro, e si prepara a combattere;
quello, fragile idolo, che un nulla può abbattere,
si volta, velando la sua fronte inanimata.

Muori, Weber! muori curvo sulla tua arpa muta;
Mozart ti attende. – E tu, misero poeta,
chiunque tu sia, fanciullo, uomo, se il tuo cuore batte,
Agisci! getta la tua lira; al combattimento, al combattimento!
Ombra dei tempi passati, tu non sei di questa età.
Si sente forse il nocchiero cantare durante la tempesta?
All’azione! al male! Il bene resta ignorato.
Andiamo! cerca un uguale a mali senza rimedio.
Guai a chi ci fece questo senso snaturato!
Il male cerca il male, e chi soffre ci aiuta.
L’uomo può odiare l’uomo, e fuggire; ma suo malgrado,
il suo dolore tende la mano al dolore altrui.
È tutto. Quanto alla pietà, questa parola con cui ci illudono,
e a tutti quei discorsi prostituiti senza fine,
che l’uomo dal cuore gioioso getta a chi piange,
come il ricco getta al mendicante il suo pane,
chi potrebbe volerne? e come il volgo,
quando siete voi a soffrire, potrebbe sentirlo,
lui che Dio non ha fatto capace di soffrire?

Andate su una piazza, stendete sulla terra
un corpo più mutilato di quello di un martire,
informe, disgustoso, trascinato su una barella,
e che già solleva l’anima pronta a partire;
la folla vi seguirà. Quando il dolore è vero,
essa l’ama. I vostri mali, di cui vi si saprà grado,
faranno orrore a tutti, a qualcuno pietà.
Ma cambiate modo: scoprite loro un’anima
dal dolore spezzata, un dolore senza veli,
e in un giovane cuore rimpianti di vecchio;
dite loro che senza madre, e senza sorella, e senza donna,
senza sapere dove versare, prima di morire,
le lacrime che il vostro petto può ancora contenere,
fino al sole al tramonto forse non andrete…
Chi troverà il tempo di ascoltare le vostre sventure?
Si crede al sangue che cola, e si dubita delle lacrime.
Il vostro amico passerà, ma senza riconoscervi.

Ti gonfi, cuor mio?… Lacrime, lo crederesti,
mentre scrivevo hanno bagnato il mio viso.
Mi manca forse il ferro, o la mia mano senza coraggio
è scivolata vilmente sul mio petto nudo?
No, niente di tutto ciò. Ma per quanto lontano l’odio
di questo destino cieco e senza pudore
andrà, io voglio andarvi. – Avrò almeno il cuore
di portarlo così in basso che la vergogna lo colga.

Alfred De Musset

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-les-voeux-steriles-alfred-de-musset/