La musa
Poeta, prendi il tuo liuto e dammi un bacio;
la rosa canina sente schiudersi le sue gemme,
la primavera nasce stasera; i venti si accenderanno;
e la cutrettola, aspettando l’aurora,
sui primi cespugli verdi comincia a posarsi.
Poeta, prendi il tuo liuto e dammi un bacio.
Il poeta
Come è buio nella valle!
Ho creduto che una forma velata
fluttuasse laggiù sulla foresta.
Emergeva dalla prateria;
il suo piede sfiorava l’erba fiorita;
è uno strano sogno;
si cancella e svanisce.
La musa
Poeta, prendi il tuo liuto; la notte, sul prato,
il zefiro ondeggia nel suo velo odoroso.
La rosa, ancora vergine, si richiude gelosa
sul calabrone madreperlaceo che inebria morendo.
Ascolta! tutto tace; pensa alla tua amata.
Stasera, sotto i tigli, al bruno fogliame
il raggio del tramonto lascia un addio più dolce.
Stasera tutto fiorirà: l’immortale natura
si riempie di profumi, d’amore e di mormorii,
come il letto gioioso di due giovani sposi.
Il poeta
Perché il mio cuore batte così forte?
Che cosa ho dunque in me che si agita
e di cui mi sento spaventato?
Non bussano alla mia porta?
Perché la mia lampada quasi spenta
mi abbaglia di chiarore?
Dio potente! tutto il mio corpo rabbrividisce.
Chi viene? chi mi chiama? – Nessuno.
Sono solo; è l’ora che suona;
O solitudine! o povertà!
La musa
Poeta, prendi il tuo liuto; il vino della giovinezza
fermenta questa notte nelle vene di Dio.
Il mio seno è inquieto; la voluttà lo opprime,
e i venti assetati mi hanno messo le labbra in fuoco.
O pigro fanciullo! guarda, sono bella.
Il nostro primo bacio, non te ne ricordi,
quando ti vidi così pallido al tocco della mia ala,
e che, con gli occhi in lacrime, cadesti fra le mie braccia?
Ah! ti ho consolato di un’amara sofferenza!
Ahimè! ancora così giovane, morivi d’amore.
Consolami stasera, io muoio di speranza;
ho bisogno di pregare per vivere fino al giorno.
Il poeta
Sei tu che mi chiami con la tua voce,
o mia povera Musa! sei tu?
O mio fiore! o mia immortale!
Solo essere pudico e fedele
dove vive ancora l’amore per me!
Sì, eccoti, sei tu, mia bionda,
sei tu, mia amante e mia sorella!
E sento, nella notte profonda,
del tuo abito d’oro che mi inonda
i raggi scivolare nel mio cuore.
La musa
Poeta, prendi il tuo liuto; sono io, la tua immortale,
che ti ho visto questa notte triste e silenzioso,
e che, come un uccello che la sua nidiata chiama,
per piangere con te scendo dall’alto dei cieli.
Vieni, tu soffri, amico. Qualche noia solitaria
ti rode, qualcosa ha gemuto nel tuo cuore;
qualche amore ti è sopraggiunto, come se ne vedono sulla terra,
un’ombra di piacere, un’apparenza di felicità.
Vieni, cantiamo davanti a Dio; cantiamo nei tuoi pensieri,
nei tuoi piaceri perduti, nelle tue pene passate;
partiamo, in un bacio, per un mondo sconosciuto,
svegliamo a caso gli echi della tua vita,
parliamo di felicità, di gloria e di follia,
e che sia un sogno, e il primo che capita.
Inventiamo in qualche luogo luoghi dove si dimentica;
partiamo, siamo soli, l’universo è nostro.
Ecco la verde Scozia e la bruna Italia,
e la Grecia, mia madre, dove il miele è così dolce,
Argo, e Ptèleon, città delle ecatombi,
e Messa la divina, gradita alle colombe,
e la fronte chiomata del Pelio che cambia;
e il blu Titarèse, e il golfo d’argento
che mostra nelle sue acque, dove il cigno si specchia,
la bianca Oloossone dalla bianca Camira.
Dimmi, quale sogno d’oro culleranno i nostri canti?
Da dove verranno le lacrime che verseremo?
Questa mattina, quando il giorno ha colpito la tua palpebra,
quale serafino pensoso, curvo sul tuo capezzale,
scuoteva lillà nella sua veste leggera,
e ti raccontava sottovoce gli amori che sognava?
Canteremo la speranza, la tristezza o la gioia?
Bagneremo di sangue i battaglioni d’acciaio?
Sospenderemo l’amante sulla scala di seta?
Getteremo al vento la schiuma del destriero?
Diremo quale mano, nelle lampade innumerevoli
della casa celeste, accende notte e giorno
l’olio santo di vita e d’eterno amore?
Grideremo a Tarquinio: “È tempo, ecco l’ombra!”
Scenderemo a cogliere la perla in fondo ai mari?
Condurremo la capra agli ebano amari?
Mostreremo il cielo alla Malinconia?
Seguiremo il cacciatore sui monti scoscesi?
La cerva lo guarda; ella piange e supplica;
la sua brughiera l’attende; i suoi cerbiatti sono appena nati;
egli si china, la sgozza, getta alla muta
sui cani ansanti il suo cuore ancora vivo.
Dipingeremo una vergine dalla guancia purpurea,
che va a messa, un paggio che la segue,
e con uno sguardo distratto, accanto a sua madre,
sul labbro socchiuso dimentica la sua preghiera?
Ella ascolta tremando, nell’eco del pilastro,
risuonare lo sperone di un ardito cavaliere.
Diremo agli eroi dei vecchi tempi di Francia
di salire tutti armati sui merli delle loro torri,
e di far rivivere la ingenua romanza
che la loro gloria dimenticata apprese ai trovatori?
Vestiremo di bianco una molle elegia?
L’uomo di Waterloo ci dirà la sua vita,
e ciò che ha falciato dal gregge degli umani
prima che l’inviato della notte eterna
venisse sul suo verde tumulo ad abbatterlo con un colpo d’ala,
e sul suo cuore di ferro gli incrociasse le due mani?
inchioderemo al palo di una satira altera
il nome sette volte venduto di un pallido pamphlettista,
che, spinto dalla fame, dal fondo del suo oblio,
viene, tutto tremante d’invidia e d’impotenza,
sulla fronte del genio a insultare la speranza,
e a mordere l’alloro che il suo soffio ha insudiciato?
Prendi il tuo liuto! prendi il tuo liuto! non posso più tacere;
la mia ala mi solleva al soffio della primavera.
Il vento mi porterà; sto per lasciare la terra.
Una lacrima da te! Dio mi ascolta; è tempo.
Il poeta
Se non ti occorre, mia cara sorella,
che un bacio di un labbro amico
e una lacrima dei miei occhi,
te li darò senza pena;
dei nostri amori che ti ricordi,
se risali nei cieli.
Io non canto né la speranza,
né la gloria, né la felicità,
ahimè! nemmeno la sofferenza.
La bocca tace
per ascoltare parlare il cuore.
La musa
Credi dunque che io sia come il vento d’autunno,
che si nutre di pianto fin sopra un sepolcro,
e per il quale il dolore non è che una goccia d’acqua?
O poeta! un bacio, sono io che te lo do.
L’erba che volevo strappare da questo luogo,
è la tua oziosità; il tuo dolore è di Dio.
Qualunque sia l’affanno che la tua giovinezza sopporta,
lascia che si allarghi, questa santa ferita
che i neri serafini ti hanno fatto nel fondo del cuore:
nulla ci rende così grandi come un grande dolore.
Ma, per esserne colpito, non credere, o poeta,
che la tua voce quaggiù debba restare muta.
I più disperati sono i canti più belli,
e ne conosco d’immortali che sono puri singhiozzi.
Quando il pellicano, stanco di un lungo viaggio,
nelle nebbie della sera ritorna alle sue canne,
i suoi piccoli affamati corrono sulla riva
nel vederlo da lontano calare sulle acque.
Già, credendo di afferrare e spartire la loro preda,
corrono al padre con grida di gioia
scuotendo i becchi sui loro gozzi orribili.
Egli, guadagnando a passi lenti una roccia elevata,
con l’ala pendente riparando la sua nidiata,
pescatore malinconico, guarda i cieli.
Il sangue cola a lunghi flutti dal suo petto aperto;
invano ha frugato la profondità dei mari;
l’Oceano era vuoto e la spiaggia deserta;
per tutto nutrimento egli porta il suo cuore.
Fosco e silenzioso, steso sulla pietra,
condividendo coi suoi figli le sue viscere di padre,
nel suo amore sublime culla il suo dolore,
e, guardando scorrere la sua sanguinante mammella,
sul suo festino di morte si affloscia e vacilla,
ebbro di voluttà, di tenerezza e d’orrore.
Ma talvolta, in mezzo al divino sacrificio,
stanco di morire in un troppo lungo supplizio,
teme che i suoi figli lo lascino vivo;
allora si solleva, apre l’ala al vento,
e, battendosi il cuore con un grido selvaggio,
getta nella notte un addio così funebre,
che gli uccelli dei mari abbandonano la riva,
e che il viaggiatore tardivo sulla spiaggia,
sentendo passare la morte, si raccomanda a Dio.
Poeta, così fanno i grandi poeti.
Lasciano divertirsi quelli che vivono un tempo;
ma i festini umani che servono alle loro feste
somigliano per lo più a quelli dei pellicani.
Quando parlano così di speranze deluse,
di tristezza e oblio, d’amore e sventura,
non è un concerto che dilata il cuore.
Le loro declamazioni sono come spade:
tracciano nell’aria un cerchio abbagliante,
ma vi pende sempre qualche goccia di sangue.
Il poeta
O Musa! spettro insaziabile,
non chiedermi tanto.
L’uomo non scrive nulla sulla sabbia
nell’ora in cui passa l’aquilone.
Ho visto il tempo in cui la mia giovinezza
sulle mie labbra era sempre
pronta a cantare come un uccello;
ma ho sofferto un duro martirio,
e il meno che potrei dirne,
se lo tentassi sulla mia lira,
la spezzerebbe come una canna.
Alfred De Musset
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-la-notte-di-maggio-alfred-de-musset/
