Il fantasma che talvolta incontro rideva

Poesi di Victor Hugo Epoca XIX secolo

Il fantasma che talvolta incontro rideva.
— Perché ridi? Gli dissi. — Egli disse: — Uomo inquieto,
Guarda.
Mi mostrava nell’ombra un cimitero.

Vidi una croce umile presso una croce altera;
Una in legno, l’altra in marmo; e il fantasma riprese,
Mentre in lontananza il vento passava come uno spirito
E degli alberi profondi curvava le scure cime:

— Fino nella bara siete vani e sciocchi.
Sì, giacenti, lasciate in piedi la vanità.
La scolpite sulla soglia del temuto sepolcro,
E le costruite torri e cupole.
E, morti, siete fieri.

Sì, nelle vostre necropoli,
In queste città del lutto che i vostri nebbiosi Parigi
Costruiscono accanto al tumulto e alle grida,
Si trova tutto, dei boschi dove cinguettano le capinere,
Degli zampilli che sgorgano dal diaspro delle vasche,
Un paesaggio verde, voluttuoso, profondo,
Dove la nube con la pianura si confonde,
La carrozza dove spesso l’occhio cerca la barella,
Dei preti al fresco che leggono il breviario,
Del sole d’inverno, dell’ombra d’estate,
Delle rose, delle canzoni, tutto, tranne l’uguaglianza.
Avete delle fosse comuni e dei Père-Lachaise
Dove solo Samuel Bernard può prendersi i suoi agi,
Dormire in pace, godere di una cripta ben murata,
E darsi l’aria di essere pianto in eterno,
E aggiudicarsi, dietro una solida grata,
Dei fiori che il Tempo custodisce in abito da invalido.
Quanto ai morti indigenti, si dà loro il benservito;
Si scaccia da presso a loro il singhiozzo prolungato;
E il povero non ha diritto alla putrefazione.
Un giorno, lo si sgombera. Si prende la sua sepoltura
Per ingrandire di una tesa un monumento pomposo.
— Miserabile, vattene. Diventa ciò che puoi.
Come! Pretendi di marcire qui tra questi marmi,
Di far turar il naso ai passanti sotto questi alberi,
Di startene impettito sotto quest’erba, di essere in fondo alla tua buca
Carogna come un altro, e non hai un soldo!
Che cos’è mai questo morto che non ha nulla in tasca!
Sgombera. — E la carriola e la pala e la zappa
Strappano il dormiente al suo duro cuscino.
Su! Posto a monsignore il sepolcro vicino!
Non è niente essere morto, bisogna avere rendite.
Le carcasse dei pezzenti sono assai maleodoranti;
I morti ben nati fanno gruppo a parte nel trapasso;
Il sepolcro blasonato non fraternizza
Con la plebaglia anonima delle bare;
La cenere tiene il suo rango rispetto alle polveri;
E tal morto dice: puah! Davanti a tal altro morto.
Il gentleman, nell’ora in cui l’acaro lo morde,
Si mantiene delicato e schizzinoso. È triste.
E io ne rido. Il sudario può essere di batista!
Da voi, sì, sotto la croce dell’umile Dio Gesù,
I trapassati a corto di denaro sono male accolti;
L’abisso ha il suo deposito di mendicità; l’ombra
Metta da un lato l’élite e dall’altro il numero;
Non si è mai meno vicini che quando ci si ricongiunge;
Nella morte vaga e smorta non ci si mescola;
Si resta differenti anche a questo chiaro di luna;
Il popolo nella tomba ha nome fossa comune.
La tomba imparziale! Ma va! Il qui giace
Talvolta si restringe e talvolta si allarga;
Il pedaggio, regolato da ordinanza del sindaco,
Rende Beaujon immortale e Chodruc effimero.
Marcire gratis! Mai! Il terreno è troppo caro.
Mentre, trafficando ciò che fu carne,
La chimica, nel suo antro dove vola la falena,
Fa dell’adipocera e dello sperma di balena
Con il residuo dei pallidi morti di fame,
Tal cadavere, vestito di un sudario in drappo fin,
Guarda sorridendo la morte dagli occhi di tigre,
Getta al fantasma la sua borsa, e dice: Marchese d’Aligre.
Le vostre catacombe hanno delle perpetuità
Per quelli, per questi delle tregue limitate.
La vostra tomba è un abisso dove il ricco galleggia.
Questo morto non ha pagato il suo termine; trasloca.
Il fantasma, oscillando sui suoi bianchi tibia,
Portando tutto con sé, se ne va, come Biante;
Vivente, fu senza pane, e, morto, è senza terra.
L’ossario ripugna alle ossa del proletario.
Solo Rothschild, nell’oblio della cripta senza echi,
È mangiato dai ratti e dai vermi
Che paga e di cui è padrone e proprietario.
Sì, è lo stupore della parietaria,
Del filo d’erba, del tasso nero come il giaietto,
Del freddo cipresso, del salice in lacrime, di vedere soggetti
A espulsioni sommarie e subitanee
Dei crani che non hanno più gli occhi nelle orbite.
I vostri cimiteri sono luoghi mutevoli, fluttuanti,
Precari, dove i morti vanno a passare un po’ di tempo,
Appena ammessi sulla soglia dei tenebrosi misteri,
E l’eternità oscura vi prende degli inquilini.
Come! È questa la vostra morte! È con dell’orgoglio
Che raddoppiate il legno lugubre della bara!
Conservate precedenza, onori, grado, vantaggi!
Conservate in fondo al nulla dei piani!
La chimera è buffonesca. Ah! La pretesa
È rara, nel luogo della sparizione!

Come! Privilegiare ciò che non è più! Come! Fare
Dei grandi e dei piccoli nell’insondabile sfera!
Trattare Jean come peste e Paul come profumo!
Essere morto, e voler ancora essere qualcuno!
Come! Nel putridàio portare l’opulenza!
Far suonare il proprio oro nell’eterno silenzio!
Avere, in virtù di quell’oro di cui sulla terra si brillò,
Diritto di cadere in polvere qui piuttosto che là!
Arrivare nella notte come delle luci!
Prendere nella tomba dei posti di prima fila!
Non udire Dio che dice al ricco: basta!
Cesserò di riderne, o viventi insensati,
Il giorno in cui apprenderò che è vero, che, nell’ombra
Dell’incommensurabile e tenebroso disfacimento,
L’arcangelo dall’ala nera, seduto al suo scranno,
Misura i morti, dà a tutti un numero,
Discute la loro obolo, oro o piombo, vera o falsa,
E la pesa, e mercanteggia allo scheletro la sua fossa!
Il giorno in cui apprenderò che la cosa è così,
Che Lucullo sottoterra è letame scelto,
Che il ranuncolo perde o raddoppia la sua ricchezza
Se sboccia da una servetta o da una duchessa,
Che un giglio nato da un povero è nero come carbone,
Che, morto, Lazzaro infetta e che Aguado profuma bene!
Il giorno in cui apprenderò che nell’azzurro terribile
L’eterno ha dei fori disuguali al suo crivello;
E che, nel cielo oscuro terrore dei vostri rimorsi,
Se vede passare, portato da quattro becchini,
Un cadavere fetido e orrendo, il tuono
Chiede all’uragano: — è un milionario?
Il giorno in cui apprenderò che la tomba, in effetti,
Che l’abisso, secondo la tariffa del prefetto,
Traffica della sua notte e del suo spavento,
E che la morte ha messo in vendita i vermi di terra!

18 marzo 1870.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-il-fantasma-che-talvolta-incontro-rideva-victor-hugo/