Mi si affermava:
“” Ovunque le città si avvolgano di vapori,
Dove l’uomo nell’opera si esalta e si compiace,
Batte il cuore fraterno di una più alta Europa.
Dalla Sambre alla Ruhr, dalla Ruhr agli Urali,
E dalla Germania alla Francia e dalla Francia alla Spagna
L’ampia intesa disperde un grande soffio aurorale
Che va di città in pianura e di pianura in montagna.
Qui il carbone fuma e laggiù l’acciaio bolle,
Il lavoro vi è oscuro e la pena vi è rude,
Ma vi sono tribuni il cui torace è eretto
E il cui verbo illumina le moltitudini in fronte.
Nelle sere di subitanea sommossa e di campana a stormo,
Quando si forma e cresce la rivolta brutale,
Perché ne siano imposti i voti e i disegni
I loro gesti folgoranti domano le capitali.
Essi dominano i Parlamenti astuti
Grazie alla loro forza franca, ardente e refrattaria,
Hanno il popolo immenso e rosso dietro di sé
E il loro tonante potere è fatto del suo tuono.
I loro nomi sono luminosi di paese in paese;
Nei focolari dove l’uomo e la donna lavorano,
Dove la figlia è la serva dei più piccoli,
La loro immagine da due soldi si appunta alla parete.
Li si ama: non sono forse semplici e retti,
Con la pietà grande nella loro anima profonda?
E quando si estende in tutta la sua ampiezza la loro voce,
Non copre forse del suo vigore il mondo? “”
E si diceva ancora:
“” Essi soli tessono le reti in cui sarà preso il destino.
Che un re un giorno irti di armi la terra,
La loro lega contro di lui fermerà la guerra. “”
Così
Si aboliva lo spavento, il turbamento e l’affanno
E si esaltava la fede nell’ardente concordia.
La pace regnava già, normale ed evidente
Come un susseguirsi di giorni, di mesi e di anni.
Ci si sentiva felici di vivere in un tempo tale
In cui tutto sembrava migliore al mondo, in cui i geni
Giuravano di dotarlo di una nuova armonia,
In cui l’uomo andava verso l’uomo e cercava nei suoi occhi
Non si sa che di grande che lo eguagliava agli Dei,
Quando si fendette improvvisamente, in quale ora angosciosa!
Quella torre dove il sogno accatastava il pensiero,
Fu in agosto, laggiù, al Reichstag, a Berlino,
Che quelli in cui il mondo aveva riposto la sua folle fede
Tacquero quando suonò la mala parola.
Una nube passò sulla fronte del destino.
Essi che l’avevano proscritta, accolsero la guerra.
La vecchia morte elmata, atroce, autoritaria,
Uscì dalla sua caserma col suo bianco sudario,
Per trascinarne l’orrore sui paesi insanguinati.
La sua ombra si allungò sulle città in fiamme,
Il mondo si vergognò e uccise la grande anima
Che si creava con fervore perché fosse
Un giorno l’anima del Diritto
Davanti all’audacia iniqua e alla forza funesta.
Ai nemici il cui gesto uccide e devasta,
Bisognò opporre un cuore che li detesti;
Ci si accanì insieme a odiarsi improvvisamente,
Il chiaro passato scivolò nel tenebroso domani,
Tutto si turbava e non fu più, in somma,
Che furore diffuso e che rabbia scagliata;
Nel fondo dei borghi e delle campagne
Si prendeva paura di essere un vivente,
Poiché è questo il tuo crimine immenso, Germania,
D’aver ucciso atrocemente
L’idea
Che si faceva durante la pace,
Nel nostro tempo,
L’uomo dell’uomo.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-al-reichstag-emile-verhaeren-2/
