Il più amato dei re è sempre il più forte.
Invano la fortuna lo opprime;
invano mille nemici alleati col destino
sembrano presagirgli la sua rovina inevitabile:
l’amore dei suoi sudditi, colonna incrollabile,
rende vani i loro sforzi.
Il nipote di un re grande per la sua stessa sventura,
Filippo, senza denaro, senza truppe, senza credito,
cacciato dall’inglese da Madrid,
credeva perduto il suo diadema.
Fuggiva quasi solo, oppresso dal dolore.
D’un tratto ai suoi occhi si presenta un vecchio contadino,
uomo franco, semplice e retto, che ama più della sua vita
i suoi figli e il suo re, sua moglie e la patria,
parlando poco di virtù, praticandola molto,
ricco eppure amato, citato nelle Castiglie
come l’esempio delle famiglie.
Il suo abito, filato dalle sue figlie,
era cinto di una pelle di lupo.
Sotto un largo cappello il capo ben agiato
lasciava vedere occhi vivi e tratti abbronzati,
e i suoi baffi dal naso
scendevano fin sulla sua gorgiera.
Dodici figli lo seguivano, tutti alti, belli, vigorosi.
Un mulo carico d’oro era in mezzo a loro.
Quest’uomo, in tale arnese,
davanti al re si ferma, e gli dice: dove vai?
Una sconfitta ti ha abbattuto?
Invano l’arciduca ha su di te il vantaggio;
sei tu che regnerai, perché sei tu che si ama.
Che importa che ti abbiano preso Madrid?
Il nostro amore ti è rimasto, i nostri corpi sono le tue mura;
moriremo per te nei campi dell’onore.
Il caso vince le battaglie;
ma occorrono virtù per guadagnare il nostro cuore.
Tu le hai, tu regnerai. Il nostro denaro, la nostra vita,
tutto è tuo, prendi tutto. Grazie a quarant’anni
di lavoro e di economia,
posso offrirti questo oro. Ecco i miei dodici figli,
ecco dodici soldati; nonostante i miei capelli bianchi,
farò il tredicesimo: e, finita la guerra,
quando i tuoi generali, i tuoi ufficiali, i tuoi grandi,
verranno a chiederti, in premio dei loro servigi,
beni, onori, nastri,
noi non chiederemo che riposo e giustizia.
È tutto ciò che ci occorre. Noi altre povere genti
forniamo al re sangue e ricchezze;
ma, lungi dal brigare le sue largizioni,
meno egli dà e più lo amiamo.
Quando sarai felice, fuggiremo la tua presenza,
ti benediremo in silenzio:
ti hanno vinto, noi ti cerchiamo.
Disse, cade in ginocchio. Con mano paterna
Filippo lo rialza emettendo singhiozzi;
stringe fra le braccia questo suddito così fedele,
vuole parlare, e le lacrime interrompono le sue parole.
Presto, secondo la profezia
del buon vecchio, Filippo fu vincitore,
e, sul trono d’Iberia,
non dimenticò il contadino.
Florian
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-il-contadino-di-castiglia-jean-pierre-claris-de-florian/
