Il brav’uomo e il tesoro

Favol di Jean-Pierre Claris de Florian Epoca XVIII secolo

Un brav’uomo dei miei parenti,
che conobbi nella mia giovinezza,
si faceva adorare da tutto il vicinato;
consultato, venerato da piccoli e grandi,
viveva nella sua terra da vero saggio.
Non aveva molti scudi,
ma purtuttavia abbastanza per vivere nell’agiatezza;
in compenso molte virtù,
buon senso, e per di più spirito,
e quell’amabilità che dona l’innocenza.
Quando un povero veniva a trovarlo,
se aveva denaro, gli donava delle pistole;
e se non ne aveva, almeno con le sue parole
gli ridava un po’ di coraggio e di speranza.
Ricompostava le famiglie,
correggeva dolcemente i giovani sbadati,
rideva con le fanciulle,
e trovava loro dei buoni mariti.
Indulgente verso i difetti altrui,
ripeteva spesso: non abbiamo forse i nostri?
Questi sono nati zoppi, quelli sono nati gobbi,
l’uno un po’ meno, l’altro un po’ più:
la natura in cento maniere
volle affliggerci: camminiamo insieme in pace;
la strada è già abbastanza brutta
senza gettarci ancora dei sassi.
Or avvenne in certo giorno
che il nostro buon vecchio trovò in una torre
un tesoro nascosto sotto terra.
Dapprima non vi vede che un mezzo
per poter fare più bene;
lo prende, lo porta via e lo serra.
Poi, riflettendo, eccolo che si dice:
quest’oro che ho trovato farebbe più profitto
se ne accrescessi il mio dominio;
avrei più vassalli, sarei più potente.
Posso fare ancor meglio: nella città vicina
compriamo una carica, e siamo presidente.
Presidente! Ciò vale la pena.
Non ho studiato legge; ma, con il mio denaro,
me ne dispenseranno, giacché si compra.
Mentre sogna e progetta,
la sua serva viene ad avvertirlo
che i giovani del villaggio
nel cortile del castello stanno a divertirsi.
La domenica, era l’usanza,
il signore si compiaceva di danzare con loro.
Oh! In fede mia, risponde, ho ben altre faccende;
che si danzi senza di me. Lo spirito pieno di chimere,
si chiude tutto solo per tormentarsi meglio.
Poi va a unire alla sua somma
un sacchetto di denaro, resto del mese scorso.
In quell’istante arriva un pover’uomo
che tutto in lacrime viene a pregarlo
di volergli prestare venti scudi per la sua taglia:
l’esattore, dice, mi metterà in prigione,
e non ha lasciato nella mia casa
che sei bambini su della paglia.
Il nostro novello Creso gli risponde duramente
che non ha denaro contante.
Il povero disgraziato lo guarda, sospira,
e se ne torna senza dir parola.
Ma non era lontano, che il nostro buon signore
ritrova d’un tratto il suo cuore;
corre dal contadino, lo abbraccia,
gli fa dono di cento scudi,
e gli chiede anche perdono.
Poi fa bandire che sulla grande piazza
il villaggio radunato accorra all’istante.
Si obbedisce: il nostro brav’uomo
arriva con tutta la sua somma,
in un solo mucchio la sparge.
Amici miei, dice loro, vedete questo denaro:
da quando mi appartiene, non sono più lo stesso,
la mia anima è indurita, e la voce della sventura
non giunge più fino al mio cuore.
Figli miei, salvatemi da questo estremo pericolo;
prendete e dividete questo pericoloso metallo;
portate la vostra parte ciascuno nel vostro asilo:
tra tutti diviso, quest’oro può essere utile;
riunito presso uno solo, non fa che male.
Siamo contenti del necessario
senza mai desiderare tesori superflui:
bisogna temerli quanto la miseria,
come essa cacciano le virtù.

Florian

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-il-bravuomo-e-il-tesoro-jean-pierre-claris-de-florian/