Meditavo, curvo su un volume antico,
i dogmi di Platone e le leggi del Portico.
Volli provare il peso della vita.
D’altronde ero stanco degli ozî dell’infanzia,
e entrai, sui passi della bella speranza,
in questo mondo nuovo.
Spesso mi avevan detto: “Quanta grazia ha la tua età!
I tuoi occhi, felice fanciullo, non hanno amare lacrime,
solo la voluttà può strapparti dei pianti.”
E anch’io dicevo: “Quanto è bella la giovinezza!
Tutto le ride intorno; tutte le vie, per lei,
sono sparse di fiori!”
Eppure, come me tutti brillanti di giovinezza,
dei convitati cantavano, pieni di dolce ebbrezza;
tesi loro la mano, avanzando verso di essi:
“Amici, non avrò anch’io un posto alla festa?”
dissi… E neppure uno voltò il capo
né alzò gli occhi!
Mi allontanai pensoso, la morte in fondo all’anima.
Allora, ai miei sguardi venne incontro una donna.
Credetti che nella mia notte fosse passato un angelo.
E ognuno ammirava il suo sorriso pieno di fascino;
ma a me fece orrore! ché mai una lacrima
l’aveva cancellato.
“Dio giusto! esclamai, alla mia sete divorante
il deserto non offre alcuna fonte benefica.
Sono l’albero isolato su un suolo infelice,
come in un vasto esilio, posto nella natura;
essa non ha eco per la mia voce che mormora
e si perde nei cieli.
Quale mortale non sa, in seno alle tempeste,
dove posare il capo, al riparo dai naufragi?
E io, giocattolo dei flutti, solo con i miei dolori,
nessuna nave amica viene a colpire la mia vista,
nessuna, su questo mare dove la mia barca è perduta,
porta i miei colori.
O dolce illusione! cullami con i tuoi sogni;
chiedendo la felicità alle tue ridenti menzogne,
fuggo tremando dalla realtà;
ché, per me, la primavera non ha dolce ombra;
il sole è senza fuoco, l’Oceano senza riva,
e il giorno senza luce!”
Così, per rallegrare la sua solitaria noia,
quando Dio gettò il male e il bene sulla terra,
io non potei trovare che la mia parte di dolore;
convitato respinto dalla festa pubblica,
i miei accenti turberebbero l’armonioso cantico
dei figli del Signore.
Ah! se assomigliassi a quegli uomini di pietra
che, cercando l’ombra amica e fuggendo la luce,
hanno trovato nel vizio un facile piacere!…
Quelli vivono felici!… Ma colui che nell’anima
serba qualche bagliore di una fiamma più nobile,
quello deve morire.
La noia, avvoltoio tremendo, l’ha segnato per sua preda;
trova il suo tormento nella gioia comune;
respirando nel cielo tutti i fuochi dell’inferno,
la felicità non è per lui che un orribile miscuglio,
ché il miele più dolce sulle sue labbra si muta
in una bevanda amara.
Fino al giorno in cui la sua anima, divorata dalla noia,
trova per riposare qualche tomba ignorata,
e ritorna al nulla, donde l’uomo era venuto;
come un veleno bruciante, racchiuso nell’argilla,
fermenta, e infrange infine il vaso troppo fragile
che l’aveva contenuto.
Alfred De Musset
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-stances-alfred-de-musset/
