Perché l’anima mia è triste?

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Armonie poetiche e religioseEpoca XIX secolo

Perché gemi senza posa,
O anima mia? rispondimi!
Donde viene questo peso di tristezza
Che oggi grava su di te?
Al sepolcro che ci divora,
Piangendo, non hai ancora
Condotto i tuoi ultimi amici!
L’astro sereno della tua vita
Si leva ancora; e l’invidia
Cerca perché tu gema!

La terra ancora ha delle spiagge,
Il cielo ancora ha dei giorni,
La gloria ancora delle tempeste,
Il cuore ancora degli amori;
La natura offre alle tue veglie
Dei misteri, delle meraviglie,
Che nessun occhio ha profanato,
E sfiorando tutto in anticipo
Nei campi della speranza
La tua mano non ha tutto raccolto!

E che cos’è la terra? Una prigione fluttuante,
Una dimora stretta, un naviglio, una tenda
Che il suo Dio nello spazio ha drizzato per un giorno,
E di cui il vento del cielo in tre passi fa il giro!
Pianure, valli, mari e colline
Dove tutto esce dalla polvere e ritorna in rovine,
E di cui la mole appena è all’immensità
Ciò che l’ora che suona è all’eternità!
Fango in palazzi impastato, ahimè! ma sempre fango,
Dove tutto è monotono e tuttavia tutto cambia!

E che cos’è la vita? Un risveglio d’un momento!
Di nascere e morire un breve stupore!
Una parola che con disprezzo l’Essere eterno pronuncia!
Labirinto senza chiave! domanda senza risposta,
Sogno che svanisce, scintilla che fugge!
Lampo che esce dall’ombra e rientra nella notte,
Minuto che il tempo presta e ritira all’uomo,
Cosa che non vale la parola con cui la si nomina!

E che cos’è la gloria? Un vano suono ripetuto,
Una derisione della nostra vanità!
Un nome che risuona su labbra mortali,
Vano, ingannatore, incostante, perituro come esse,
E che, ora crescendo e ora affievolendosi,
Passa di bocca in bocca all’eterno oblio!
Nettare avvelenato di cui il nostro orgoglio s’inebria,
Che fa morire due volte ciò che vuole sempre vivere!

E che cos’è l’amore? Ah! pronto a nominarlo
La mia bocca nel negarlo temerebbe di bestemmiare!
Esso solo è al di sopra di ogni parola che lo esprima!
Lampo brillante e puro del fuoco che ci anima,
Scintilla rapita al grande focolare dei cieli!
Carro di fuoco che, vivi, ci porta al rango degli dèi!
Raggio! fulmine dei sensi! inestinguibile fiamma
Che fonde due cuori mortali e non ne fa più che un’anima!
Esso è!… sarebbe tutto, se non dovesse finire!
Se il cuore d’un mortale potesse contenerlo,
O se, simile al fuoco di cui Dio fece il suo emblema,
La sua fiamma esalando non lo soffocasse esso stesso!

Ma, quando quei beni che l’uomo invidia
Traboccassero in un solo cuore,
La morte sola al termine della vita
Fa un supplizio della felicità!
L’onda del tempo che ci trascina
Non attende che la gioia umana
Fiorisca a lungo sul suo corso!
Stirpe effimera e fuggitiva,
Che puoi tu seminare sulla riva
Di questo torrente che fugge sempre?

Esso fugge e le sue rive appassite
Mi annunciano già che è tardi!
Esso fugge, e i miei verdi anni
Scompaiono dal mio sguardo;
Ogni progetto, ogni speranza
Somiglia a quel sughero che si getta
Sulla scia dei marinai,
Che non s’allontana e non galleggia
Se non per misurare la scia
Del naviglio che fende i flutti!

Dove sono? Sono io? Mi sveglio
Da un sogno che non è finito!
Tutto era promessa e meraviglia
In un avvenire infinito!
Ero giovane!… Ahimè! i miei anni
Sul mio capo cadono appassiti
E non rifioriranno mai!
Il mio cuore era pieno!… è vuoto!
Il mio petto fecondo… è arido!
Amavo!… dove sono quelli che amavo?

I miei giorni, che il lutto scolorisce,
Scivolano prima d’essere contati;
Il mio cuore, ahimè! palpita ancora
Delle sue ultime voluttà!
Sotto i miei passi la terra è coperta
Di più d’una palma ancora verde,
Ma che sopravvive ai miei desideri;
Tanti oggetti cari alla mia palpebra
Sono ancora là, sulla polvere
Tiepidi dei miei ardenti sospiri!

Vedo passare, vedo sorridere
La donna dalle perfide attrattive
Che mi inebriò d’un lungo delirio,
Di cui le mie labbra baciavano i passi!
I suoi biondi capelli fluttuano ancora,
I freschi colori dell’aurora
Tingono sempre la sua fronte incantevole,
E nell’azzurro della sua palpebra
Brilla ancora abbastanza luce
Per affascinare l’occhio d’un amante.
La folla che s’apre a mano a mano
La lusinga ancora con un lungo sguardo
E la insegue con un dolce mormorio
Di cui s’inebria il suo giovane orgoglio;
E io! sorrido e passo,
Senza sforzo dal mio cuore cancello
Quel sogno di felicità,
E dico, con pietà nell’anima:
Amore! può mai la tua fiamma
Morire ancora prima della bellezza?

Ahimè! in una lunga vita
Che resta dopo l’amore?
Nella nostra palpebra abbagliata
Ciò che resta dopo un bel giorno!
Ciò che resta alla vela vuota
Quando l’ultimo vento che la increspa
S’abbatte sul flutto assopito,
Ciò che resta alla stoppia selvatica,
Quando le ali della tempesta
Sulla terra hanno vuotato la spiga!

E tuttavia bisogna vivere ancora,
Dormire, svegliarsi a turno,
E trascinare d’aurora in aurora
Questo fardello rinascente dei giorni?
Quando si è bevuto fino alla feccia
La coppa spumeggiante della vita,
Ah! romperla sarebbe un bene!
Sperare, attendere, è vivere!
A che serve contare e seguire
Giorni che non portano più nulla?

Ecco perché la mia anima è stanca
Del vuoto orribile che la riempie,
Perché il mio cuore cambia posto
Come un malato nel suo letto!
Perché il mio errante pensiero,
Come una colomba ferita,
Non si riposa in alcun luogo,
Perché ho distolto lo sguardo
Da questa terra ingrata e nuda,
E ho detto alla fine: Mio Dio!

Come un soffio d’un vento di tempesta
Sollevando l’umile passero
Lo porta al di sopra della nuvola,
Lontano dal tetto che fu sua culla,
Senza che nemmeno la sua ala tremi,
L’aquilone lo sostiene; sembra
Cullato sulle onde dei cieli;
Così questo solo pensiero
Portò la mia anima oppressa
Fino alla sorgente dei lampi!

È Dio, pensavo, che mi porta,
L’infinito s’apre sotto i miei passi!
Quanto è forte la mia ala nascente!
Quali cieli non tenteremo?
La fede stessa, un piede sulla terra,
Sale di mistero in mistero
Fino dove si sale senza morire!
Andrò, pieno della sua sete sublime,
A dissetarmi nell’abisso
Che non vedrò più inaridire!

Ho cercato il Dio che adoro
Ovunque l’istinto mi ha condotto,
Sotto i veli d’oro dell’aurora,
Presso le stelle della notte;
Il firmamento non ha volte,
I fuochi, i venti non hanno rotte
Dove il mio occhio non abbia tuffato cento volte;
Sempre presente alla mia memoria,
Ovunque si mostrava la sua gloria,
Egli udiva salire la mia voce!
L’ho cercato nelle meraviglie,
Opera parlante delle sue mani,
Nella solitudine e nelle veglie,
E nei sogni degli umani!
La spiga, il filo d’erba, l’insetto,
Mi dicevano: Adora e rispetta!
La sua saggezza è passata di là!
E quelle catastrofi fatali,
Di cui la storia gonfia i suoi annali
Mi gridavano più forte: Eccolo!

A ogni lampo, a ogni stella
Che scoprivo nei cieli,
Credevo vedere cadere il velo
Che lo sottraeva ai miei occhi;
Dicevo: Un mistero ancora!
Ecco la sua ombra, la sua aurora,
Anima mia! sta per apparire infine!
E sempre, triste pensiero!
Sempre qualche lettera cancellata
Mancava, ahimè! al nome divino.

E ora, nella mia miseria,
Non ne so più del bambino
Che balbetta dietro sua madre
Quel nome sublime e trionfante;
Non ne so più dell’aurora,
Che dal suo sguardo è appena sbocciata,
E lo cerca invano in ogni luogo,
Non più di tutta la natura
Che lo racconta e lo mormora,
E domanda: Dove dunque è il mio Dio?

Ecco perché la mia anima è triste,
Come un mare che si frange la notte su uno scoglio,
Come l’arpa del Salmista,
Quando piange al bordo d’un feretro!
Come l’Horeb velato sotto una nuvola scura,
Come un cielo senza stelle, o come un giorno senza ombra,
O come quel vecchio che non si poté consolare,
Che, il cuore traboccante d’un dolore selvaggio,
Non poteva più inaridire il lamento sulla sua bocca,
E diceva: Lasciatemi parlare!

Ma che dico? Sei tu, verità, giorno supremo!
Che ti nascondi sotto il tuo splendore?
O non è il mio occhio che si è velato da sé
Sotto le nuvole del mio cuore?
Questi fanciulli prostrati ai gradini del tuo tempio,
Queste umili donne, questi vegliardi,
La loro anima ti possiede e il loro occhio ti contempla,
La tua gloria risplende ai loro sguardi!

E io, mi tuffo invano sotto tante ombre funebri,
Il tuo splendore ti sottrae a me!
Ah! lo sguardo che cerca ha dunque più tenebre
Dell’occhio abbassato davanti a te?

Dio della luce,
Ascolta la mia preghiera,
Colpisci la mia palpebra
Come la roccia!
Che il giorno si faccia,
Perché la mia anima è stanca,
Signore, di cercare!
Astro che adoro,
Questo giorno che imploro
Non è nell’aurora,
Non è nei cieli!
Verità suprema!
Giorno misterioso!
Dall’ora in cui ti si ama,
Esso è in noi stessi,
Esso è nei nostri occhi!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-perche-lanima-mia-e-triste-alphonse-de-lamartine/