Muse, un certo Ségur, vescovo, mi è ostile;
Quest’uomo violetto mi danna in cattivo stile;
La sua prosa rallegra i gufi nelle loro tane.
O Musa, non abbiamo rancore contro di lui.
Lasciamogli questo giocattolo che prende per un tuono,
Il suo odio.
D’altronde è da compatire. Al seminario,
Un giorno che questo ometto pieno di noia
Belava un oremus a caso davanti a sé,
Come chioccia l’oca, come muggisce la vacca,
Esclamò: — Mio Dio! Vorrei essere cieco! —
Non trovando che facesse abbastanza notte così.
Il buon Dio, facendolo idiota, lo esaudì.
L’insulto oggi è molto perfezionato.
Si prende un po’ di fuliggine da un camino,
Un po’ di sporcizia all’angolo di un paracarro, alla fogna
Del fango, e ciò tiene luogo di spirito, di gusto,
Di buon senso, di sintassi e di onore; è la moda.
Buoni ulema, tale è il procedimento comodo
Che il vostro zelo mette al servizio del cielo,
Ed è con la bocca schiumante di fiele,
Con la diatriba in guisa di sorriso,
Che venite, dannando coloro che non si osa proscrivere,
A farci i vostri grandi occhi, a mostrarci i vostri grandi pugni,
A dirci le vostre parolacce, o nostri cari talapoin!
Vi si perdona. Ebbene, che, Ségur mi esorcizza.
E dopo?
Mi maledice in modo conciso;
Mi dipinge come meglio può, ed ecco il pastello
All’incirca:
— «Mostro orribile. Non si è mai visto nulla di simile.
Informe, spaventevole e tenebroso. Un uomo
Che brucerebbe Parigi e demolirebbe Roma.
Voluttuoso. Un po’ il capo degli assassini.
Insomma, capace di tutto. Calpestando i santi,
Le leggi, la chiesa e Dio. Rovinando il suo libraio.»
Facciamo coro. Urlare con il lupo, e ragliare
Con il vescovo, ebbene, è un diritto. Usiamone.
Amo in questo nobile abate questo stile contadino.
È plebeo, è squisito. Bravo. Vi tuffa
In una vaga estasi dove si sente la menzogna.
Dolce prete! Si sente ridere a crepapelle Diderot,
Molière, Rabelais, e non si sa bene,
In questa visione dove il demonio sussurra,
Se si vede un vescovo con la gerla sulla schiena
O invece uno straccivendolo con la mitra in fronte.
L’antifona, quando un po’ di bava la interrompe,
Ha fascino; si è preti e si ha bile.
D’altronde, Musa, ognuno sulla terra ha il suo Zoilo,
E Voltaire ha Fréron come Dante ha Cecchi.
E poi ciò si vende. Quanto? Sei soldi. A chi? Agli sciocchi. È un pubblico. Le mascelle fossili
Vogliono ridere; il clan beffardo degli imbecilli
Vuole che lo si diverta; è molto numeroso oggi;
Non ha dunque il diritto che si lavori per lui?
Da quando non è più permesso riempire le brocche?
Tutto ha il suo istinto. Come un calabrone vola agli alveari,
Come da Lucrezia a letto corre Alessandro sesto,
Come Coridone segue il leggiadro Alexis,
Come un lupo segue i capri, e il capro i citisi,
Come aprile fa i fiori, Ségur fa sciocchezze.
Bisogna.
Muse, conviene che il saggio indulgente
Sogni, ascolti, e diventi un buon uomo sognando,
Che guardi passare i viventi, che li pesi,
E che invece di inasprirlo, questo spettacolo lo plachi.
Così sia.
E poi, andiamo al dunque. Vediamo,
Sono corretto? L’ostia con tutti i suoi raggi
Mi abbaglia quanto il sole? Questo prete
Mi vede la domenica apparire alla sua messa?
Ho mai anche solo finto di voler
Raccontargli i miei peccati sottovoce nel suo parlatorio?
Quando sono andato da lui, rinnegando la mia dottrina,
A darmi grandi colpi di pugno nel petto?
Sono un incallito. Ségur se ne accorge.
Sono ateo al punto di dubitare che Dio sia
Contento di scaldarsi le mani al fuoco del diavolo,
Che abbia messo l’incurabile e l’irrimediabile
Nell’uomo, essere ignorante, debole, gracile, carnale,
Al fine di farne omaggio al supplizio eterno,
Che abbia apposta ficcato Satana nella natura,
E che egli, l’autore di ogni creatura,
Potendo svuotare l’inferno e chiuderlo a chiave,
Abbia fatto un bruciatore, per creare un bruciato;
Che i mille soli di cui lassù il fuoco trema
Si mettano un bel giorno a cadere tutti insieme,
Ne dubito; e quando vedo, in fondo allo zenith blu,
I sette astri dell’Orsa accesi, credo poco
Che mai il soffitto celeste si sfasci
Fino a non poter più portare quel candelabro.
So che nella bibbia si trova questo cliché,
La Fine del Mondo; ma la scienza ha camminato.
Mosè è vecchio; c’è sulla terra un quadrrumane
Che alza al cielo gli occhi per vedere piovere la manna?
Trovo a volte più spirito, lo dico,
Nelle scimmie di oggi che negli uomini di un tempo.
Papa, Dio, non è la stessa persona.
Amo la cattedrale e non il medioevo.
Cos’è un dogma, un culto, un rito? Un oggetto d’arte.
Posso ammirarlo; ma se sbanda un soldataccio,
Se ubriaca un pazzo, se uccide un uomo, lo aborro.
Più idoli! E all’incenso oppongo l’elleboro.
Quando una badessa, a cui qualche monaca dispiace,
Le fa brucare erba accanto a un mulo,
Oserei dire che è nutrire male una donna;
Ammiro un albero in fiore più di un rogo in fiamme;
Sono poco furioso; amo Voltaire infine
Più di san Cupertino e di san Cucufino,
E preferisco a tutto ciò che dice san Pancrazio,
San Lupo, san Labre o san Pacomio, un verso di Orazio.
Tali sono i miei gusti. Sono incorreggibile. E quando
Floréal, come un capo che sveglia il campo,
Metto i nidi in tumulto, e quando il mio verso si impantana,
Smarrito, nel timo, la verbena e la salvia,
Quando la pianura è in gioia, e quando l’alba è in fuoco,
Credo semplicemente, stupidiamente in Dio.
Allo stesso tempo ho l’anima aspramente inebriata
Dal cupo tedio di vedere tanti uomini in livrea,
Tanti lutti, tante fronti curve, tanti cuori bassi,
Là, tanti letti di porpora, e qua, tanti giacigli.
Il mio Dio non è né pagano, né cristiano, né biblico;
Quel Dio, lo imploro nel dolore pubblico;
È verso di lui che sono rivolto, vecchio lottatore stanco,
Quando grido in mezzo alle tenebre: — Ahimè!
Sulla riva che batte tutto il mare umano,
Riva dove il flusso porta, dove il riflusso riporta
Le onde hidee che gettano schiuma agli alcioni,
Chi dunque porterà nell’ombra alle nazioni
O il lampo di Parigi o il raggio di Francia?
Chi dunque riaccenderà quel faro, la speranza? —
Dunque ho questo grave torto di non essere devoto;
Non lo sono nemmeno al partito che prevale;
Non amo che dopo la vittoria si infierisca;
È atroce, io perdono; e sono al servizio
Dei vinti; e, pensando che mia madre alle strette
Fu un tempo vandeana, in fuga nei boschi,
Oso fare la propaganda della pietà;
Sono il figlio brigante di una madre brigante.
Essere clemente è essere atroce; o per lo meno,
Stupido. Lo sono, sempre, davanti a testimoni,
Ovunque. Gli altri sono gli avvoltoi; io sono l’oca.
Sì, quando la viltà pubblica si dispiega,
Mi piace essere solo ed essere l’ultimo.
Quando il væ victis regna, e arriva a negare
La quantità di diritto che resta a coloro che cadono,
Quando, nessuno protestando, i principi soccombono,
Questa fuga di tutti mi attrae. Eccomi.
Come si vuole che un prete accetti tutto ciò!
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-musa-un-certo-segur-vescovo-mi-e-ostile-victor-hugo/
