“” Sono io; io che, dal fondo dei secoli e delle età,
Feci imbiancare il sopracciglio e la barba dei saggi;
La terra appena dischiusa al sole sorridente,
Son io che, sotto il saio dei vecchi re d’Oriente,
Con la testa china e il volto pensoso,
Dall’alto della terrazza e della torre massiccia,
Lanciai questo clamore al mondo atterrito:
Vanità, vanità, tutto non è che vanità!
Son io che misi l’Asia negli artigli di Alessandro,
Che più tardi mutai Roma in un grande mucchio di cenere,
E che, menando il suo popolo a squartare i leoni,
Sulla porpora latina generai i Neroni.
Dappertutto ho fatto cadere molti dèi in polvere,
Ne ho fatti giungere altri alla luce,
E non appena videro dominare i loro altari,
A mia volta ho infranto questi nuovi immortali.
Quaggiù, nulla può strapparmi la vittoria;
Sono la fine di tutto, il termine di ogni gloria,
L’avvoltoio che lacera il cuore delle nazioni,
La mano che fa girare le rivoluzioni;
Cambio costantemente i bisogni della folla,
E quindi il grande letto in cui scorre il fiume umano.””
Ah! ti conosciamo, non è da oggi
Che passi da noi e che ti si chiama Noia,
Principe degli scorpioni, flagello dell’Inghilterra!
In seno alle nostre città, fantasma solitario,
Giorno e notte ti si vede, magro e scolorito,
Correre non si sa dove come un cane smarrito.
Quante volte, stanco di masticare zenzero,
Nel tuo mese più caro, nel tuo mese di novembre,
A orribili cordoni impicchi i nostri bambini,
O apri loro il cranio con palle roventi!
Indietro i tuoi lacci e la tua polvere maledetta,
Con i tuoi strumenti va’ a far visita
Ai disgraziati carichi di lavori continui!
O sanguinoso medico! va’ a vedere i pezzenti tutti nudi
Che la vita imbarazza e che, su ogni via,
Presentano alla morte una facile preda,
I mille malaticci che, sui loro neri giacigli,
Si lamentano di star male e di non finirla mai;
Prendili, mostro, e con un colpo poni fine alle loro miserie,
Ma non avanzarti sui nostri parchi e sulle nostre terre;
Rispetta i ricconi, e non trascinare mai
Il tuo spettro magro e giallo attorno ai nostri palazzi.
“”Eh! che m’importa dei crucci e dei lamenti,
E dei gemiti delle vostre razze estinte!
Bisogna bene che, recitando il mio ruolo di boia,
Rimetta ovunque gli uomini allo stesso livello.
O corrotti! o voi che il mio alito inebria
E che non sapete più come fare per vivere,
Che senza posa fluttuando, navigando di mare in mare,
Sulle vostre assi di legno percorrete l’universo;
Cercate lontano il vino e la dissolutezza,
E, passando per la Francia, andate a vedere all’opera
Sul suo rosso banco il cupo falegname
Che lavora un colpevole e lo pareggia di un piede;
Seminate l’oro e l’argento come polvere;
Per i vostri ventri sazi frugate l’onda e la terra;
Inventate piaceri in tutti i modi,
Che l’uomo e l’animale siano i sanguinosi gettoni
E i dadi palpitanti dei giochi spaventosi
Dove verranno a stordirsi le vostre anime lamentose;
Che ai vostri ardenti sguardi, sotto pugni vigorosi,
Gli uomini storditi cadano come buoi,
E che, sul verde dei valloni e delle pianure,
Cavalli e cavalieri spirino senza fiato;
Malgrado i vostri duri pugili, le vostre corse, le vostre volpi,
Sotto il cielo azzurro di Spagna o sotto le grigie nebbie,
E giorno e notte, sull’onda, sulla terra,
Io aleggerò su di voi, e farete invano,
A intrecciare lunghi giri, a tornare sui vostri passi,
A restare, a fuggire: non scamperete.
Esaurirò i vostri nervi in questa dura corsa,
E andremo insieme, come ultima risorsa,
A urtare, tutti ansanti, la soglia insanguinata
Del tuo tempio di bronzo, o fredda crudeltà! “”
Noia, fatale Noia! mostro dal pallido viso,
Con la taglia curva e piegata prima dell’età;
Ma pure forte quanto un imperatore romano,
Come sottrarsi alla tua potente mano?
Le nostre invasioni sul tempo e sullo spazio
Non servono che a farti un posto più ampio,
I nostri vascelli a vapore e le nostre ferrovie
A portarti verso di noi più in fretta dall’inferno:
Lottare è ormai cosa inutile e vana,
Sull’universo intero la tua vittoria è certa;
E noi ci inchiniamo sotto il tuo vento distruttore,
Come un agnello muto sotto la mano del tosatore.
Versa, versa a tuo piacere i vapori omicidi,
Fa’ della terra un campo di brughiere aride,
Della volta celeste un paese senza bellezza,
E del sole stesso un orbe senza chiarore;
Intorpidisci tutti i nostri sensi, e chiudi le loro cinque porte
Ai desideri più vivi, agli ardori più forti;
Nell’albero degli amori getta un verme malefico,
E sulla vigna in fiore un raggio che la secchi:
Meglio del vile veleno, dell’oppio in polvere,
Dell’acido che uccide rapido come il fulmine,
Del bianco arsenico e di tutti i minerali,
Opere tenebrose degli spiriti infernali,
Fa’ circolare il male sul globo in cui siamo,
Fino all’ultimo tessuto roda il cuore degli uomini;
E quando ben sazio, vampiro sensuale,
Alle tue labbra senza fuoco il più misero mortale
Avrà affidato la sua vena arida e languente,
Che la terra vinta e sempre gemente
Alle braccia del Suicidio abbandoni il suo corpo,
E, cupo coroner, che l’angelo nero dei morti
Emetta infine questo verdetto sul globo senza vita:
Qui giace un mondo morto per causa di follia!
Auguste Barbier
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lo-spleen-auguste-barbier/
