È una notte d’estate; notte le cui vaste ali
Fanno scaturire nell’azzurro migliaia di scintille;
Che, ravvivando il cielo come uno specchio appannato,
Permette all’occhio incantato di scrutarne l’infinito;
Notte in cui il firmamento, spogliato di nuvole,
Di questo libro di fuoco riapre tutte le pagine!
Sull’ultima cima dei monti, donde lo sguardo
In un orizzonte confuso si spande a caso,
Mi siedo in silenzio, e lascio il mio pensiero
Fluttuare come un mare in cui la luna è cullata.
L’armonioso Etere, nelle sue onde d’azzurro,
Avvolge i monti di un fluido più puro;
I loro contorni che spegne, le loro cime che cancella,
Sembrano nuotare nell’aria e tremare nello spazio,
Come si vede fino in fondo a un mare in riposo
L’ombra della sua riva, ondulare sotto i flutti!
Sotto questa luce senza raggio, più serena di un’aurora,
All’occhio contemplativo la terra sembra schiudersi;
Essa svolge in lontananza i suoi diversi orizzonti
Dove giocò la mano che scolpì l’universo!
Là, simile all’onda, una collina ondula,
Là, il poggio insegue il poggio che indietreggia,
E la valle, velata di verdissime cortine,
Si incava come un letto per l’ombra e per le acque;
Qui si stende la pianura, dove, come sulla spiaggia,
L’onda delle spighe si abbassa e si rialza;
Là, simile al serpente i cui nodi sono spezzati,
Il fiume, riannodando i suoi flutti interrotti,
Traccia al suo corso d’argento meandri senza numero,
Si perde sotto la collina e riappare nell’ombra:
Come una nube nera, le profonde foreste
Di una macchia grigiastra ombreggiano i campi,
E più lontano, dove la spiaggia a crescente si ripiega,
Dove lo sguardo confuso nelle nebbie si annega,
Un golfo del mare, interrotto da isole,
Dai bianchi riflessi del cielo battuto dalla luna,
Come un vasto specchio, rotto sulla polvere,
Riflette nell’oscuro frammenti di luce.
Quanto è divino il soggiorno dell’uomo, quando la notte
Della vita tempestosa soffoca così il rumore!
Questo sonno che dall’alto cade con la rugiada
E rallenta il corso della vita esausta,
Sembra aleggiare anche su tutti gli elementi,
E di tutto ciò che vive calmare i battiti;
Un silenzio pio si stende sulla natura,
Il fiume ha il suo splendore, ma non ha più il suo mormorio,
I sentieri sono deserti, le capanne senza voce,
Nessuna foglia trema alla volta dei boschi,
E il mare stesso, spirando sulla sua riva,
Appena rotola sulla spiaggia un’onda lamentosa;
Si direbbe, vedendo questo mondo senza echi,
Dove l’orecchio gode di un magico riposo,
Dove tutto è maestà, crepuscolo, silenzio,
E di cui solo lo sguardo attesta l’esistenza,
Che si contempli in sogno, attraverso il passato,
Il fantasma di un mondo in cui la vita è cessata!
Solo, nei tronchi dei pini dalle larghe cime,
I cui gruppi sparsi crescono su questi abissi,
L’alito della notte, che si rompe talvolta,
Sparge di tanto in tanto voci armoniose,
Come per attestare, nella loro cima sonora,
Che questo mondo, assopito, palpita e vive ancora.
Un mondo è assopito sotto la volta dei cieli?
Ma nella volta stessa dove si levano i miei occhi,
Quanti mondi nuovi, quanti soli senza numero,
Traditi dal loro splendore, scintillano nell’ombra!
I segni esauriti si consumano a contarli,
E l’anima infaticabile è stanca di salirvi!
I secoli, accusando il loro alfabeto sterile,
Di questi astri senza fine ne hanno nominato uno su mille;
Che dico! Ai bordi dei cieli, non hanno visto che ondeggiare
I morenti bagliori di questo focolare lontano;
Là l’antico Orione delle notti che perfora i veli
Di cui Giobbe per primo nominò le sette stelle;
La nave che fende l’etere silenzioso,
Il bovaro il cui carro si trascina nei cieli,
La lira dalle corde d’oro, il cigno dalle bianche ali,
Il corsiero che dal cielo trae scintille,
La bilancia che inclina il suo piatto incerto,
I biondi capelli affidati al soffio del mattino,
L’ariete, il toro, l’aquila, il sagittario,
Tutto ciò che i pastori contemplavano sulla terra,
Tutto ciò che gli eroi volevano eternare,
Tutto ciò che gli amanti hanno potuto divinizzare,
Trasportato nel cielo da toccanti emblemi,
Non ha potuto dare nomi a questi brillanti sistemi.
I cieli per i mortali sono un libro socchiuso,
Riga per riga ai loro occhi offerto dalla natura;
Ogni secolo a fatica ne decifra una pagina,
E dice: Qui finisce questa magnifica opera:
Ma senza posa il dito del celeste scrittore
Volta un foglio in più di questo libro divino,
E l’occhio vede, abbagliato da questi brillanti misteri,
Scintillare senza fine di più bei caratteri!
Che dico? A ogni veglia, un saggio audace
Nello spazio senza bordi si apre nuovi cieli;
Da quando il cristallo che avvicina i mondi
Perfora del vasto Etere le distanze profonde,
E porta lo sguardo nell’infinito perduto,
Fin dove l’occhio del calcolo indietreggia confuso,
I cieli si sono aperti come una volta oscura
Che lasciando spezzarsi dilegua la sua ombra;
I suoi fuochi moltiplicati più che l’atomo errante
Che illumina del sole un raggio trasparente,
Separati o raggruppati, a strati, a piani,
In onde, in schiuma, hanno inondato le sue spiagge,
Così numerosi, così fitti, che il nostro occhio abbagliato,
Che insegue nello spazio un astro svanito,
Vede cento volte nel campo che abbraccia la sua palpebra
Dei mondi circolare in torrenti di polvere!
Più lontano sono quei bagliori che i nostri avi presero
Per le gocce del latte che nutriva gli dei;
Non si sbagliavano: queste perle di luce,
Che della notte lontana hanno imbiancato la carriera,
Sono astri futuri, germi infiammati
Che la mano sempre piena ha seminato per i tempi,
E che lo spirito di Dio, sotto le sue ali fecondatrici,
Della sua ombra di fuoco cova al culla dei mondi.
È di là che, prendendo il volo al giorno scritto,
Come un’aquila novella che fugge dal nido,
Cominciano senza guida e descrivono senza traccia
L’ellisse radiosa in mezzo allo spazio,
E vanno, rompendo con l’urto un astro al suo declino,
Rinnovare dei cieli sempre al loro mattino.
E l’uomo tuttavia, questo insetto invisibile,
Strisciante nei solchi di un globo impercettibile,
Misura di questi fuochi le grandezze e i pesi,
Assegna loro il posto e la rotta e le leggi,
Come se, nelle sue mani che il compasso opprime,
Facesse rotolare quei soli come granelli di sabbia!
Ogni atomo di fuoco che nell’immenso etere
Nell’abisso delle notti l’occhio distratto vede fluttuare,
Ogni scintilla errante ai bordi dell’empireo,
Di cui scintilla morendo il bagliore azzurro,
Ogni macchia di latte che imbianca l’orizzonte,
Ogni tinta del cielo che non ha nemmeno un nome,
Sono altrettanti soli, re di altrettanti sistemi,
Che, di secondi soli coronandosi essi stessi,
Guidano, gravitando in queste immensità,
Cento pianeti brucianti dei loro fuochi presi in prestito,
E tengono nell’etere ciascuno altrettanto posto
Quanto il sole dell’uomo girando ne abbraccia,
Lui, la sua luna e la sua terra, e l’astro del mattino,
E Saturno oscurato dal suo anello lontano!
Oh! quanto sono grandi i tuoi cieli! e quanto lo spirito dell’uomo
Si piega e cade dall’alto, mio Dio! quando ti nomina!
Quando, discendendo dalla volta dove erravano i suoi occhi,
Atomo, si misura con l’infinito dei cieli,
E che, della tua grandezza sospettando il prodigio,
Il suo sguardo si abbaglia, e che si dice: Che sono io?
Oh! che sono io, Signore! davanti ai cieli e a te?
Della tua immensità il peso pesa su di me,
Mi eguaglia al nulla, mi cancella, mi opprime,
E mi stimo meno di uno di questi granelli di sabbia,
Poiché questa sabbia rotolata dai flutti incostanti,
Se ha meno estensione, ahimè! ha più tempo;
Riempirà sempre il suo vuoto nello spazio
Quando io non avrò più né nome, né tempo, né luogo;
La sua sorte è davanti a te meno triste della mia,
L’insensibile nulla non sente di non essere nulla
Non si rode per ingrandire il suo essere,
Non vuole né salire, né giudicare, né conoscere,
Di un immenso desiderio non è agitato;
Morto, non sogna un’immortalità!
Non ha questo orrore della mia anima oppressa,
Perché non porta il peso del tuo pensiero!
Ahimè! perché così in alto i miei occhi sono saliti?
Ero felice in basso nella mia oscurità,
Il mio angolo nello spazio e il mio lampo di vita
Mi sembravano una sorte quasi degna d’invidia;
Guardavo dall’alto quest’erba; confrontando,
Disprezzavo l’insetto e mi trovavo grande;
E ora, annegato nell’abisso dell’essere,
Dubito che uno sguardo del Dio che ci fece nascere
Possa distinguermi da lui, vile, strisciante,
Così in basso, così lontano da lui, così vicino al nulla!
E mi lascio andare al mio dolore profondo,
Come una pietra in fondo agli abissi dell’onda;
E il mio proprio sguardo, come vergognoso di sé,
Con un vile disdegno si distoglie da me,
E dico in me stesso alla mia anima che dubita:
Va’, la tua sorte non vale lo sguardo che ti costa!
E i miei occhi inariditi ricadono quaggiù,
E vedo il tappeto erboso che fiorisce sotto i miei passi,
E sento ronzare sotto l’erba che calpesto
Quei flutti di esseri viventi che ogni solco rotola:
Atomi animati dal soffio divino,
Ogni raggio del giorno ne solleva senza fine,
Il minuto basta per completare il loro essere,
I loro turbini fluttuanti ricadono per rinascere,
La sabbia ne è viva, l’etere ne è seminato,
E l’aria che respiro è essa stessa animata;
E donde viene questa vita, e donde può sbocciare,
Se non dallo sguardo dove si accende l’aurora?
Chi farebbe germogliare l’erba e fiorire il tappeto erboso,
Se questo sguardo divino non vi portasse il suo raggio?
Quest’occhio dunque si abbassa su tutta la natura,
Non ha dunque né disprezzo, né favore, né misura,
E davanti all’infinito per cui tutto è uguale,
È dunque altrettanto grande essere uomo che sole!
E sento questo raggio scaldarmi della sua fiamma,
E il mio cuore si consola, e dico alla mia anima:
Uomo o mondo ai suoi piedi, tutto è indifferente,
Ma rallegriamoci, perché il nostro maestro è grande!
Fluttuate, soli delle notti, illuminate le sfere;
Ronzate sotto la vostra erba, insetti effimeri;
Rendiamo gloria lassù, e nelle nostre profondità,
Voi col vostro nulla, e voi con le vostre grandezze,
E tu col tuo pensiero, uomo! grandezza suprema,
Specchio che egli creò per ammirare se stesso,
Eco che nella sua opera ha gettato così lontano,
Affinché il suo santo nome fosse ovunque ripetuto.
Che questa umiltà che davanti a lui mi abbassa
Sia un sublime omaggio, e non una tristezza;
E che la sua volontà, troppo alta per i nostri occhi,
Sia fatta sulla terra, come nei cieli!
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-linfinito-nei-cieli-alphonse-de-lamartine/
