I tetti sembrano perduti
E i campanili e i frontoni fusi,
In questi mattini fuligginosi e rossi,
Dove, fuoco a fuoco, dei segnali si muovono.
Una curva di viadotto enorme
Lungheggia i moli mesti e uniformi;
Un treno si scuote immenso e stanco.
Laggiù,
Un piroscafo rauco con un rumore di corno.
E per i moli uniformi e mesti,
E per i ponti e per le strade,
Si urtano, nelle loro calche,
Su schermi di nebbie crude,
Ombre e ombre.
Un’aria di zolfo e di nafta esala;
Un sole torbido e mostruoso si stende;
Lo spirito d’improvviso si smarrisce
Verso l’impossibile e il bizzarro;
Delitto o virtù, vede ancora
Ciò che si muove in queste scene,
Dove, davanti a lui, sulle piazze, si esalta
Ali grandi, nella nebbia,
Un’aquila nera con uno stendardo,
Tra i suoi artigli di basalto.
O i secoli e i secoli su questa città,
Grande del suo passato
Senza posa ardente – e attraversato,
Come in quest’ora, di fantasmi!
O i secoli e i secoli su di lei,
Con la loro vita immensa e criminale
Battendo – da quali tempi? –
Ogni dimora e ogni pietra
Di desideri folli o di collere carnali!
Dapprima qualche capanna e qualche sacerdote:
L’asilo a tutti, la chiesa e le sue finestre
Che lasciano filtrare la luce del dogma sicuro
E la sua ingenuità verso i cervelli oscuri.
Mastii merlati, palazzi massicci, chiostri barbari;
Croci dei papi di cui il mondo si smarrisce;
Monaci, abati, baroni, servi e villani;
Mitre d’oro filato, elmi d’argento, vesti di lino;
Lotte d’istinti, lungi dalle lotte dell’anima
Tra vicini, per l’orgoglio vano di un vessillo;
Odii di scettro a scettro e monarchi falliti
Sulla loro falsa moneta aprendo i loro gigli,
Tagliando il blocco della loro giustizia a colpi di spada
E drizzandola e imponendola, grossolana e breve.
Poi, l’abbozzo, lento a nascere, della città:
Forze che si vuole piantare solo nel diritto;
Unghie del popolo e mascelle di re;
Musi contratti nell’ombra e latrati sotterranei
Verso un ideale chissà quale in fondo alle nubi;
Campane che rimescolano, la sera, rabbie ignote;
Fiaccole di liberazione e di salvezza, in piedi
Nell’atmosfera enorme dove la rivolta bolle;
Libri le cui pagine, d’improvviso intelligibili,
Bruciano di verità, come un tempo le Bibbie;
Uomini divini e chiari, come monumenti d’oro
Da cui gli eventi escono armati e forti;
Voleri netti e nuovi, coscienze nuove
E la speranza folle, in tutte le cervella,
Malgrado i patiboli, malgrado gli incendi
E le teste insanguinate in cima ai pugni brandite.
Ha mille anni la città,
La città aspra e profonda;
E senza posa, malgrado l’assalto dei giorni
E dei popoli che minano il suo orgoglio pesante,
Essa resiste all’usura del mondo.
Quale oceano, i suoi cuori! quale tempesta, i suoi nervi!
Quali nodi di volontà stretti nel suo mistero!
Vittoriosa, essa assorbe la terra,
Vinta, essa è l’attrattiva dell’universo;
Sempre, nel suo trionfo o nelle sue sconfitte,
Essa appare gigante, e il suo grido suona e il suo nome riluce,
E il chiarore che fanno i suoi fuochi d’oro nella notte
Irradia lontano, fino ai pianeti!
O i secoli e i secoli su di lei!
La sua anima, in questi mattini smarriti,
Circola in ogni atomo
Di vapore pesante e di veli sparsi,
La sua anima enorme e vaga, come le sue grandi cupole
Che si sfumano nella nebbia.
La sua anima errante in ciascuna delle ombre
Che attraversano i suoi quartieri oscuri,
Con un ardore nuovo in fondo al loro pensiero,
La sua anima formidabile e convulsa,
La sua anima, dove il passato abbozza
Col presente netto l’avvenire ancora goffo.
O questo mondo di febbre e d’instancabile slancio
Scagliato, a polmoni pesanti e ansanti,
Verso chissà quali fini inquietanti?
Mondo promesso tuttavia a leggi d’oro,
A leggi chiare, che ignora ancora
Ma che bisogna, un giorno, che si dissotterri,
Una a una, dal fondo delle nebbie.
Mondo oggi ostinato, tragico e smorto
Che mette la sua vita e la sua anima nello sforzo stesso
Che proietta, il giorno, la notte,
A ogni ora, verso l’infinito.
O i secoli e i secoli su questa città!
Il sogno antico è morto e il nuovo si forgia.
Esso è fumante nel pensiero e nel sudore
Delle braccia fiere di lavoro, delle fronti fiere di bagliori,
E la città lo sente salire dal fondo delle gole
Di quelli che lo portano in sé
E lo vogliono gridare e singhiozzare ai cieli.
E da ogni parte si viene verso di lei,
Gli uni dai borghi e gli altri dai campi,
Da sempre, dal fondo dei lontani;
E le strade eterne sono testimoni
Di queste marce, attraverso i tempi,
Che si scandiscono come il sangue
E si ravvivano, continue.
Il sogno! è più in alto dei fumi
Che essa rimanda avvelenati
Intorno a sé, verso l’orizzonte;
Anche nella paura o nella noia,
Esso è laggiù, che domina, le notti,
Simile a quei cespugli
Di stelle d’oro e di corone nere,
Che si accendono, la sera, evocatori.
E che importano i mali e le ore folli,
E le tini di vizio in cui la città fermenta,
Se un giorno, dal fondo delle nebbie e dei veli,
Sorge un nuovo Cristo, in luce scolpito,
Che solleva verso di lui l’umanità
E la battezza al fuoco di nuove stelle.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lanima-della-citta-emile-verhaeren/
