L’amante rossa

Poesi di Jules Barbey d'Aurevilly Raccolta PolveriEpoca XIX secolo

Presi per maestro, un giorno, una rude amante,
Più fiera d’un giaguaro, più rossa d’un leone!
L’amavo ardentemente, aspramente, senza tenerezza,
Con possesso più che adorazione!
Era la mia rabbia! l’ultima follia
Che afferra, ? quando, toccato dall’età e dalla sventura,
Si sente in fondo a sé la giovinezza finita…
Poiché il sole dei giorni sale ancora nella vita,
Mentre va calando nel cuore!

L’amavo e mai ne avevo abbastanza di lei!
Le dicevo: «Demone degli ultimi amori,
Salamandra d’inferno, dall’ebbrezza mortale,
Quando i cuori son così freddi, infiammami sempre!

Versami nei tuoi fuochi i fuochi che rimpiango,
Quei bei fuochi che un tempo accendevo con uno sguardo!
Ringiovanisci il sognatore, riscalda il poeta,
E, poiché bisogna morire, che io muoia, o Fanciulla!
Sotto i tuoi morsi di giaguaro!»

Allora la prendevo, nel suo corsetto di vetro,
E sulla mia labbra in fuoco, che lei ancora infiammava,
Amavo piegarla, coppa ardente e leggera,
Questa bellezza rossa, questo veleno dentro l’oro!
Ed erano baci!… Mai, mai un vampiro
Succhiò da una fanciulla il collo grazioso e fresco
Come io succhiavo, o mia rossa etèra,
La labbra di cristallo ove beveva il mio delirio
E sulla quale tu bruciavi!

E sentivo allora il tuo alito folgorante
Che passava nel mio e, cadendo nel mio cuore,
Vi raddoppiava la vita, ne cancellava la pena,
E per qualche istante ne ravvivava l’ardore!

Allora, Figlia del Fuoco, amante senza rivale,
Amavo sentirmi incendiato da te
E volevo addormentarmi, l’aria gioiosa, la fronte pallida,
Su un rogo brillante, come Sardanapalo,
E il rogo era in me!
«Ah! almeno quella là sa restarci fedele, ?
Mi dicevo, ? e la mano la ritrova sempre,
Sempre pronta a chi l’ama e vive assetato di lei,
E vuole nel suo amore perdere tutti i suoi amori!»
Un giorno se ne vanno, le nostre più care amanti;
Per loro, dell’Oblio beviamo il veleno,
Mentre questa Rossa, indomabile alle carezze,
Può ucciderci anche, ? ma a forza d’ebbrezze,
E non per tradimento!

E la preferivo, feroce, ma sincera,
A quelle dolci bellezze, dal sorriso ingannevole,
Che pagano i cuori leali con un amore da falsario!…
Sapevo su quale cuore dormivo sul suo cuore!

L’oro che mi versava e che indorava la mia vita,
Soleggiando nella mia coppa, era un vero tesoro!
Perciò non era per il tempo d’una orgia,
Ma per l’eternità, che l’avevo scelta:
Mia compagna fino alla morte!

E sempre agganciata a me come una schiava,
Poiché il tiranno si rive alle catene che fa portare,
La portavo ovunque nel suo flacone di lava,
Mia topazio di fuoco, sempre vicino a scoppiare!
Provavo per lei un amore da corsaro,
Un amore da selvaggio, sfrenato, folle, ardente!
Quest’amore che aveva Hégésippe, nella sua miseria,
Che ci tiene luogo di tutto, quando la vita è amara,
E che fece morire Sheridan!

Ed era un amore sempre più implacabile,
Sempre più divorante, sempre più insensato!
Era come la sete, la sete inesorabile
Che accendeva un tempo il filtro di Circe.
Ti riconoscevo, voluttuoso supplizio!
Quando l’uomo cerca, ahimè! nei suoi mali dimenticati,
Dell’abbrutimento il mostruoso delizio…
E non è ? Circe! ? mai abbastanza, a suo capriccio,
La Bestia che ti lecca i piedi!

Povero amore, ? l’ultimo, ? che i felici del mondo,
Nel loro disgusto altezzoso, si divertono a sfiorire,
Ma che deve scusare ogni anima un po’ profonda
E che un Dio di bontà non vorrà punire!
Per ben apprezzare la sua dolcezza menzognera,
Bisognerebbe, quando tutto brilla sul soffitto del banchetto,
Aver nascosto i suoi occhi nell’ombra del proprio bicchiere
E pianto in quell’ombra, – e bevuto la lacrima amara
Che cadeva e vi si fondeva!

Una sera la bevevo, questa lacrima, in silenzio…
E, rituffando la mia labbra tra le tue labbra d’oro,
Avevo appena ripreso, o mia cupa Demenza!
L’ironia, e l’ebbrezza, e del coraggio ancora!

Lo Spirito ? l’Aquila vendicatrice che plana sulla vita ?
Tornava alla mia labbra, al suo sanguinoso posatoio…
Stavo per ricominciare i miei accessi di follia
E ridere di nuovo del riso che sfida…
Quando una donna, in corsetto nero,

Una donna… Credetti che fosse una donna,
Ma poi… Ah! ho visto quanto mi sbagliavo,
E che era un Angelo, e che era un’anima,
Di ristoro, di luce e di pace!
In mezzo a noi tutti, incantevole solitaria,
Aveva gli occhi pieni di tutte le pietà.
Prese i suoi guanti bianchi e li mise nel mio bicchiere,
E mi disse ridendo, con la sua voce dolce e chiara
«Non voglio più che voi beviate!»

E quel semplice motto decise della mia vita,
E fu il colpo di Dio che cambiò il mio destino.
E quando lo disse, sicura di essere obbedita,
La sua mano venne castamente ad appoggiarsi sulla mia mano.

E, da quel tempo, andai a cercare l’ebbrezza
Altrove… che nella coppa ove bolliva il tuo veleno,
Strega abbandonata! o mia Rossa Amante!!!
Bel esempio di più che Dio nella sua saggezza,
Mise l’angelo al di sopra del demone!

A Parigi, 11 novembre 1854.

Jules Barbey d’Aurevilly

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lamante-rossa-jules-barbey-d-aurevilly/