Spesso sul monte, all’ombra della vecchia quercia,
al tramonto del sole, tristemente mi siedo;
porto a caso lo sguardo sulla pianura,
il cui quadro cangiante si svolge ai miei piedi.
Qui gronda il fiume dalle onde spumeggianti;
serpeggia, e s’inabissa in un lontano oscuro;
là il lago immobile stende le sue acque dormienti
dove la stella della sera si leva nell’azzurro.
Sulla cima di questi monti coronati di boschi scuri,
il crepuscolo ancor getta un ultimo raggio;
e il carro vaporoso della regina delle ombre
sale, e già imbianca i bordi dell’orizzonte.
Intanto, slanciandosi dalla freccia gotica,
un suono religioso si spande nell’aria:
il viaggiatore s’arresta, e la campana rustica
ai ultimi rumori del giorno mesce santi concerti.
Ma a questi dolci quadri l’anima mia indifferente
non prova davanti a loro né incanto né trasporti;
io contemplo la terra come un’ombra errante
il sole dei vivi non riscalda più i morti.
Di collina in collina invano portando lo sguardo,
dal sud all’aquilone, dall’aurora al ponente,
percorro tutti i punti dell’immensa distesa,
e dico: «In nessun luogo la felicità mi attende.»
Che m’importa di queste valli, di questi palazzi, di queste capanne,
vani oggetti il cui incanto per me è svanito?
Fiumi, rocce, foreste, solitudini sì care,
un solo essere vi manca, e tutto è spopolato!
Che il giro del sole o cominci o finisca,
con occhio indifferente lo seguo nel suo corso;
in un cielo oscuro o puro che tramonti o sorga,
che importa il sole? non attendo nulla dai giorni.
Quando potessi seguirlo nella sua vasta carriera,
i miei occhi vedrebbero ovunque il vuoto e i deserti:
non desidero nulla di tutto ciò che egli illumina;
non chiedo nulla all’immenso universo.
Ma forse al di là dei confini della sua sfera,
luoghi dove il vero sole illumina altri cieli,
se potessi lasciare la mia spoglia alla terra,
ciò che tanto ho sognato apparirebbe ai miei occhi!
Là, m’inebrierei alla fonte cui aspiro;
là, ritroverei e la speranza e l’amore,
e quel bene ideale che ogni anima desidera,
e che non ha nome nel soggiorno terreno!
Potessi io, portato sul carro dell’Aurora,
vago oggetto dei miei voti, slanciarmi fino a te!
Sulla terra d’esilio perché son rimasto ancora?
Non v’è nulla in comune tra la terra e me.
Quando la foglia dei boschi cade nel prato,
il vento della sera s’alza e la strappa alle valli;
e io, sono simile alla foglia appassita:
portatemi come lei, aquiloni tempestosi!
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-isolamento-alphonse-de-lamartine/
