A Léon Ostrowski.
Era un fiero uccello, selvatico e solitario,
Dal becco adunco d’oro pallido, ai piedi d’ambra, all’occhio chiaro,
Strappato vivo alla roccia, suo covo,
Alle onde verdi, alla nube, ai frangenti, al grande cielo!
L’avevano preso in uno di quei giorni di tempesta
In cui Satana, sui mari, scatena il suo Sabba…
Un arpione gli spezzò l’ala invece della testa
E ne fecero un forzato!
In fondo a un cortile dai quattro angoli di pietra,
L’avevano internato, questo selvaggio recluso,
Che restava, sempre con l’occhio rientrato sotto la palpebra,
Come un sognatore che pensa a ciò che non vede più!
Oh! lui, che quando il mare si scavava in abissi
Si tuffava nella sua curva e risaliva alla luce,
Come dovette soffrire, questo figlio delle vette sublimi,
Delle pietre piatte del suo cortile!
Come dovette soffrire sulla lastra polverosa
Dove il suo piede si seccava, ancora intriso d’etere!
Come dovette soffrire di questa vita orribile
Fatta di noia del cielo e di noia del mare!
Quante volte l’ho visto, arruffato nelle sue piume,
Il pallido uccello, – fatto pietra anch’esso dal dolore!
La sua ala grigia era come un mantello di bruma
Che pendeva sulla sua mesta bianchezza…
Se ne stava rigido in quel cortile deserto,
Ma quando, per caso, qualcuno lo attraversava,
Allora occhi aperti, becco aperto, ala aperta,
Verso il passante, l’uccello all’improvviso correva!
Dalla sua gola usciva un grido stridente e rauco,
Il grido sibilante del vento in attrezzature bagnate,
E fissando quel passante con occhio feroce e glauco
Voleva trafiggergli i piedi!
E se erano i piedi di qualche fanciulla,
Di quei piedi eleganti, dal morbido stivaletto,
Che, snelli e inarcati, modellati alla caviglia,
Fanno scricchiolare camminando l’irritante marocchino,
Allora… oh! è allora che più feroce ancora
Il crudele si gettava su quei piedi inebrianti,
Come se quei dolci piedi divini, che l’uomo adora,
Fossero l’orrore dei Gabbiani!
Cosa ti avevano fatto dunque, quei poveri piedi di donna,
Per metterti in furore solo a vederli passare?…
Cosa ti ricordavano?… Il rollio dell’onda
Sulla quale un tempo potevi cullarti?
Mutilato dall’arpione, dai rancori crudeli,
Caduto dai cieli, caduto dalle vette, caduto dagli alberi!
Ti schernivano, quei piedi, – li credevi ali…
Gabbiano, non sognavi!
O mio vecchio Gabbiano, non era un sogno,
Il sogno di un prigioniero che il dolore rende folle!
Vecchio pirata arenato su questa spiaggia orribile,
Questi piedi, – questi piedi incantevoli che passavano, – questi piedi d’Eva
Che si prendono nella mano e si mettono sul cuore,
Ma che non vi restano, leggeri, pronti, infedeli,
Fatti per fuggirci dopo essere venuti a noi,
O mio vecchio Gabbiano, erano proprio ali!
E tu, – ne eri geloso!
Jules Barbey d’Aurevilly
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-vecchio-gabbiano-jules-barbey-d-aurevilly/
