Il sette agosto milleottocentoventinove

Poesi di Victor Hugo Raccolta ArrayTemi PoliticaEpoca XIX secolo

II

Era il sette agosto. O triste destino!
Era il primo giorno del loro ultimo anno.

Soli in un luogo regale, camminando fianco a fianco,
Due uomini, a tratti sfiorandosi col gomito,
Parlavano. Grande ricordo che nel mio cuore si scolpisce!
Il primo aveva l’aria stanca, triste e grave,
Come una fronte troppo debole che porta un pesante progetto.
Una doppia spallina a corona caricava
La sua uniforme verde a gallone purpureo,
E l’ordine e il Toson facevano sul suo petto,
Presso il largo nastro marezzato di blu cangiante,
Due focolari luminosi, l’uno d’oro, l’altro d’argento.
Era un re; vegliardo dalla testa imbiancata,
Curvo sotto il peso degli anni e della monarchia.
L’altro era un giovane straniero tra i re,
Un poeta, un passante, una voce inutile.

Si parlavano entrambi, senza testimoni, senza mistero,
In un grande gabinetto, semplice, nudo, solitario,
Maestoso tuttavia. Ciò che gli uomini fanno
Lascia un’impronta sui muri. Sotto lo stesso soffitto
Erano passati un tempo, o splendori cancellati!
Grandi avvenimenti e grandi pensieri.
Là, dietro le sue spalle, incrociando le forti mani,
Facendo tremare il pavimento sotto i suoi passi sovrumani,
Molto spesso l’imperatore, quando era il padrone,
Dalla porta sognando andava alla finestra.

In un angolo un tavolo, una poltrona di velluto,
Riflettevano nel parquet i loro piedi dorati e pesanti.

Per una porta a vetri, all’esterno, l’occhio in folla
Scorgeva in lontananza armadi di Boulle,
Vasi del Giappone, lacche, smalti,
E candelieri d’oro dai rami immensi.
Un salotto rosso ornato di specchi di Venezia,
Pieno di quei bronzi greci che lo spirito divinizza,
Moltiplicava senza fine i suoi lampadari di cristallo;
E, come una statua a lame di metallo,
Si vedeva, elmo in fronte, luccicare nell’angolo
Una guardia argento e blu dall’aspetto fiero.

Ora, tra il poeta e il vecchio re curvo,
Di che si trattava?
Di un povero angelo caduto
Di cui l’amore rifaceva l’anima col suo alito;
Di Marion, lavata come Maddalena,
Che zoppicava e trascinava il suo passo storpio,
Avendola la censura, serpente, morsa al piede.

Il poeta voleva far apparire una sera
Luigi tredici, quel re su cui regnava un prete;
— Tutto un secolo, marchesi, carnefici, folli, saltimbanchi;
E che la folla venisse, e che attraverso le lacrime,
A momenti, in un dramma scintillante e cupo,
Del pallido cardinale si credesse veder passare l’ombra.

Il vegliardo esitava: — A che serve mettere a nudo
Luigi tredici, quel re gracile e mal venuto?
A che pro smuovere un morto in una tomba?
Che si vuole? dove si corre? si sa bene dove si cade?
Tutto non è già forse crollante da ogni lato?
Tutto non se ne va forse in troppa libertà?
Non è forse tempo piuttosto, dopo quindici anni di prova,
Di rialzare la diga e fermare il fiume?
Certo, un re può riprendere quando ha dato.
Quanto al teatro, bisogna, essendo il trono minato,
Soffocare con due mani la sua fiamma troppo audace;
Poiché la folla è il popolo, e da una commedia
Può scaturire la scintilla dai lividi raggi
Che appicca il fuoco nell’ombra alle rivoluzioni. —
Poi negava la storia, e, qualunque cosa ne fosse,
A quel giovane sognatore contestava il suo antenato;
Accogliendolo del resto bene, buono, regale, grazioso,
E interrogandolo sui suoi stessi avi.

Lasciando ai re i nomi con cui li si nomina,
Il poeta lottava fermamente, come un uomo
Innamorato della libertà, appassionato per l’arte,
Rispettoso tuttavia verso quel nobile vegliardo.
Diceva: — Tutto è grave in questo secolo in cui tutto pende.
L’arte, tranquilla e potente, vuole un andamento franco.
I re morti sono la sua preda; bisogna lasciargliela.
Non è nemico; perché irritarlo,
E consegnarlo nell’ombra a dei torturatori,
Lui la cui mano chiusa è piena di tuoni?
Questa mano, se l’aprisse, inviato temibile,
Sulla Francia abbagliata e sul Louvre spaventato,
Si spaventerebbe – troppo tardi, se bisogna dirlo –
Di vedervi improvvisamente brillare tanti fulmini!
Oh! i tiranni di sotto nuocciono al re di sopra.
Il popolo è sempre là che prende la musa in parola,
Quando l’indignazione, fino al re che si venera,
Sale dalla fronte pensosa dell’artista severo!
— Sire, a ciò che vacilla si è ben appoggiati?
La censura è un tetto cattivo, mal sostenuto,
Sempre pronto a cadere sui nomi che ripara.
Sire, un soffio imprudente, lungi dallo spegnerlo, irrita
Il focolare, tutt’a un tratto terribile e turbinante,
E da un’arte luminosa fa un’arte fiammeggiante!
Del resto, anche cercando solo lo splendore regale,
Per questa nazione beffarda, ma leale,
Invece dei grandi quadri che offriva il grande Luigi,
Re-sole, fecondatore dei gigli sbocciati,

Che, tenendo sotto il suo scettro un mondo in equilibrio,
Faceva felice Racine, lasciava libero Molière,
Quale spettacolo, gran Dio! che un gruppo di censori
Armati e parlanti piano, vili schiavi cacciatori,
A pancia in giù coricati, spiando l’ora in cui rientra
Il dramma, fiero leone, nella storia, sua tana! —

Qui, vedendo verso di lui, con fronte più china,
Volgersi dolcemente quel vegliardo stupito,
Arrischiava più oltre il suo pensiero inquieto,
E, lasciando da parte il dramma e il poeta,
Attento, sondava il disegno vasto e nero
Che nel fondo di quel re triste aveva appena intravisto.
Potrebbe essere? qualcuno avrebbe questa speranza?
Spezzare il diritto di tutti! togliere alla Francia,
Come si toglie un giocattolo al bambino stizzito,
Aria, luce e libertà!
Il re non vorrebbe! lui, re saggio e re giusto!

Poi, scegliendo le parole per quell’orecchio augusto,
Diceva che i tempi hanno flutti sovrani;
Che nulla, né ponti arditi, né canali sotterranei,
Mai, tranne Dio, nulla arresta e doma
Il popolo che cresce o l’oceano che sale;
Che il più forte vascello affonda e spesso si perde
Se vuole rompere di fronte e l’onda e il vento;
E che, per infrangervisi, nella lotta insensata,
Si ha dietro di sé, roccia ovunque eretta,
Tutto il proprio secolo, i costumi, lo spirito che si vuole sfidare,
Persino il porto in cui la nave avrebbe potuto salvarsi!
Osava spaventarsi. Figlio di una Vandeana,
Cuore che non ha più amore, ma che non ha odio,
Supplicava che almeno per un momento gli si credesse,
Lui che sul passato si china gravemente,
E la cui pietà, edera che si radica,
Ahimè, si attacca ai re come a ogni rovina!
Il destino ha talvolta giochi formidabili.

I re devono riflettere in questi giorni tempestosi
In cui, mare che avanza, spirito dei tempi, nube oscura,
Dietro l’orizzonte qualcosa mormora!
A che pro provocare in anticipo e sollevare
Le generazioni che si sentono arrivare?
Per sguardi distratti la Francia era serena;
Ma in quel cielo turbato da un po’ di bruma appena,
Dove tutto sembrava azzurro, dove nulla agitava l’aria,
Lui, sognatore, vedeva a tratti un lampo! —

Carlo decimo sorridendo rispose: — O poeta!

La sera, tutto raggiava di luce e di festa.
Stracolmo di soldati, di principi, di servi,
Saint-Cloud gioioso e verde, intorno al fiero palazzo
Di cui la Senna fuggendo riflette i bei marmi,
Sembrava con amore stringere il suo ciuffo d’alberi.
L’arco di trionfo ornato di vittorie di bronzo,
Il Louvre scintillante, gigliato, sereno,
Gli rispondevano da lontano dal mezzo della città;
Tutto quell’insieme regale aveva un’aria tranquilla,
E, nel calmo aspetto di un riposo solenne,
Non so che di grande che sembrava eterno.

Holyrood! Holyrood! o fatale abbazia,
Dove la legge del destino, dura, amara, obbedita,
Si iscrive da ogni lato!
Chiostro! palazzo! tomba! che sotto i tuoi muri austeri
Custodisci i re, la morte e Dio; tre grandi misteri,
Tre cupe maestà!

Castello scoronato! Valle espiatoria!
Dove il pensatore ode nell’aria e nella storia,
Come un duplice consiglio per le nostre ambizioni,
Come una duplice voce che si mescola e rumoreggia,

Il rumore del mare profondo,
E il suono lontano delle rivoluzioni!

Solitudine dove talvolta dalle colline vicine
Si vedono venire i cerbiatti che calpestano sotto le querce
L’erba addormentata,
E che, per aspirare il vento nella radura,
Spaventati, frementi, sulle zampe posteriori
Si drizzano a metà!

Fiera chiesa dove pregava il re dei tempi antichi,
Grave, avendo per pavimento sotto le arcate gotiche
Le tombe paterne che consumava col ginocchio!
Porta dove superbamente tanti arcieri e guardie
Vegliavano, moltiplicando il lampo delle alabarde,
E che un pastore oggi chiude con un vecchio chiodo!

Patria dove, quando la guerra agitava le loro rive,
I grandi lord montanari contavano i loro clan selvaggi
E i loro neri battaglioni;
Dove ora sull’erba, al sole, sotto edere,
Le vecchie a piedi nudi che camminano tra le pietre
Fanno asciugare stracci!

Holyrood! Holyrood! il rovo è sulle tue lastre.
Il capretto bruca ai piedi delle tue torri feudali.
O furore dei rivali ardenti a cercarsi!
Amori! — Darnley! Rizzio! quale nulla è il vostro!
Entrambi sono là, — l’uno accanto all’altro; —
L’uno è un’ombra, e l’altro una macchia sul pavimento!

Ahimè! quante lezioni sotto le tue volte funebri!
Oh! quanti insegnamenti si leggono nelle tenebre
Sulla tua soglia rovesciata,
Sui tuoi muri tutti improntati di una strana fortuna,
Vagamente illuminati in quel riflesso di luna
Che getta il passato!

O palazzo, sii benedetto! siate benedetta, o rovina!
Che un’aureola augusta ti illumini per sempre!
Davanti ai tuoi neri merli, pii, ci inchiniamo,
Poiché il vecchio re di Francia ha trovato sotto la tua ombra
Quell’ospitalità malinconica e cupa
Che si riceve e che si rende dagli Stuart ai Borboni!

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-sette-agosto-milleottocentoventinove-victor-hugo/