Il poeta morente

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Nuove meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

La coppa dei miei giorni si è infranta ancor piena ;
La mia vita fuori dal mio seno fugge a ogni respiro ;
Né baci né sospiri possono fermarla ;
E l’ala della morte, sul bronzo che mi piange,
In suoni interrotti batte la mia ultima ora ;
Bisogna gemere ? bisogna cantare ?…

Cantiamo, poiché le mie dita sono ancora sulla lira ;
Cantiamo, poiché la morte, come al cigno, mi ispira
Ai bordi di un altro mondo un grido melodioso.
È un presagio felice dato dal mio genio,
Se la nostra anima non è che amore e armonia,
Che un canto divino sia il suo addio !

La lira spezzandosi getta un suono più sublime ;
La lampada che si spegne all’improvviso si ravviva,
E di un bagliore più puro brilla prima di spirare ;
Il cigno vede il cielo alla sua ultima ora,
L’uomo solo, riportando indietro lo sguardo,
Conta i suoi giorni per piangerli.

Che cosa sono dunque dei giorni per valere che si piangano ?
Un sole, un sole ; un’ora, e poi un’ora ;
Quella che viene somiglia a quella che fugge ;
Ciò che una ci porta, un’altra ce lo toglie :
Lavoro, riposo, dolore, e talvolta un sogno,
Ecco il giorno, poi viene la notte.

Ah ! pianga, colui le cui mani accanite
Attaccandosi come un’edera ai resti degli anni,
Vede con l’avvenire crollare la sua speranza !
Quanto a me, che non ho messo radici sulla terra,
Me ne vado senza sforzo, come l’erba leggera
Che porta via il soffio della sera.

Il poeta è simile agli uccelli di passaggio
Che non costruiscono i loro nidi sulla riva,
Che non si posano sui rami dei boschi ;
Nonchalantemente cullati sulla corrente dell’onda,
Passano cantando lontano dalle rive ; e il mondo
Non conosce nulla di loro, che la loro voce.

Mai nessuna mano sulla corda sonora
Guidò nei suoi giochi la mia mano ancora novizia.
L’uomo non insegna ciò che ispira il cielo ;
Il ruscello non impara a scorrere nella sua china,
L’aquila a fendere i cieli con un’ala indipendente,
L’ape a comporre il suo miele.

Il bronzo risuonante nella sua alta dimora,
Sotto il martello sacro a turno canta e piange,
Per celebrare le nozze, la nascita o la morte ;
Ero come quel bronzo purificato dalla fiamma,
E ogni passione, colpendo sulla mia anima,
Ne traeva un sublime accordo.

Tale durante la notte l’arpa eolia,
Mescolando ai rumori delle acque il suo lamento aereo,
Risuona da sé stessa al soffio degli zefiri.
Il viaggiatore si ferma, stupito di udirla,
Ascolta, ammira e non saprebbe comprendere
Da dove partono questi divini sospiri.

La mia arpa fu spesso bagnata di lacrime,
Ma le lacrime sono per noi la celeste rugiada ;
Sotto un cielo sempre puro il cuore non matura :
Nella coppa schiacciata il succo del pampino cola,
E il balsamo appassito sotto il piede che lo calpesta
Sparge i suoi profumi sui nostri passi.

Dio con un soffio bruciante aveva formato la mia anima ;
Tutto ciò che avvicinava si infiammava della sua fiamma :
Dono fatale ! e muoio per aver troppo amato !
Tutto ciò che ho toccato si è ridotto in polvere :
Così il fuoco del cielo caduto sulla brughiera
Si spegne quando tutto è consumato.

Ma il tempo ? – Non è più. – Ma la gloria ? – Eh ! che importa
Quest’eco di un vano suono, che un secolo all’altro porta ?
Questo nome, brillante giocattolo della posterità ?
Voi che dall’avvenire gli promettete l’impero,
Ascoltate questo accordo che sta per rendere la mia lira !…

………………………………………..

I venti l’hanno già portato via !
Ah ! date alla morte una speranza meno frivola.
E che ! il ricordo di questo suono che vola
Intorno a una vana tomba risuonerebbe sempre ?
Questo soffio di un morente, che ! è questo la gloria ?
Ma voi che promettete i tempi alla sua memoria,
Mortali, possedete voi due giorni ?

Lo attesto gli dèi ! da quando respiro,
Le mie labbra non hanno mai pronunciato senza sorridere
Questo gran nome inventato dal delirio umano ;
Più ho premuto questa parola, più l’ho trovata vuota,
E l’ho rigettata, come una scorza arida
Che le nostre labbra premono invano.

Nella sterile speranza di una gloria incerta,
L’uomo affida, passando, alla corrente che lo traina
Un nome di giorno in giorno nella sua corsa indebolito ;
Di questo brillante relitto il flutto del tempo si prende gioco ;
Di secolo in secolo, esso fluttua, avanza, naufraga
Negli abissi dell’oblio.

Io getto un nome in più a questi flutti senza riva ;
A piacere dei venti, del cielo, che s’inabissi o galleggi,
Ne sarò più grande ? Perché ? non è che un nome.
Il cigno che vola verso le volte eterne,
Amici ! si informa forse se l’ombra delle sue ali
Fluttua ancora su un vile tappeto d’erba ?

Ma perché cantavi ? – Chiedi a Filomela
Perché, durante le notti, la sua dolce voce si mescola
Al dolce rumore dei ruscelli sotto l’ombra che rotolano !
Io cantavo, amici miei, come l’uomo respira,
Come l’uccello geme, come il vento sospira,
Come l’acqua mormora scorrendo.

Amare, pregare, cantare, ecco tutta la mia vita.
Mortali ! di tutti questi beni che quaggiù l’uomo invidia,
All’ora degli addii io non rimpiango nulla ;
Nulla tranne l’ardente sospiro che verso il cielo si slancia,
L’estasi della lira, o l’amoroso silenzio
Di un cuore stretto contro il mio.

Ai piedi della bellezza sentire fremere la sua lira,
Vedere d’accordo in accordo l’armonioso delirio
Scorrere col suono e passare nel suo seno,
Far piovere le lacrime di quegli occhi che si adorano,
Come al soffio dei venti le lacrime dell’aurora
Cadono da un calice troppo pieno ;

Vedere lo sguardo lamentoso della vergine modesta
Volgersi tristemente verso la volta celeste,
Come per volare via col suono che fugge,
Poi ricadendo su di voi pieno di una casta fiamma,
Sotto le sue ciglia abbassate lasciar brillare la sua anima,
Come un fuoco tremolante nella notte ;

Vedere passare sulla sua fronte l’ombra del suo pensiero,
La parola mancare alla sua bocca oppressa,
E da questo lungo silenzio sentire infine uscire
Questa parola che risuona fino nel cielo stesso,
Questa parola, la parola degli dèi, e degli uomini : … Ti amo !
Ecco ciò che vale un sospiro.

Un sospiro ! un rimpianto ! inutile parola !
Sull’ala della morte, la mia anima al cielo vola ;
Vado dove il loro istinto porta i nostri desideri ;
Vado dove lo sguardo vede brillare la speranza ;
Vado dove va il suono che dal mio liuto si slancia ;
Dove sono andati tutti i miei sospiri !

Come l’uccello che vede nelle ombre funebri,
La fede, quest’occhio dell’anima, ha perforato le mie tenebre ;
Il suo istinto profetico mi ha rivelato il mio destino.
Nei campi dell’avvenire quante volte la mia anima,
Slanciandosi fino al cielo su ali di fiamma,
Ha preceduto la morte ?

Non incidete alcun nome sulla mia dimora oscura.
Del peso di un monumento non caricate la mia ombra :
Di un po’ di sabbia, ahimè ! non sono geloso.
Lasciatemi soltanto a malapena abbastanza spazio
Perché lo sventurato che sulla mia tomba passa
Possa posarvi entrambe le ginocchia.

Spesso nel segreto dell’ombra e del silenzio,
Dal tappeto d’erba di una bara la preghiera si slancia
E trova la speranza accanto alla morte.
Col piede su una tomba si tiene meno alla terra ;
L’orizzonte è più vasto, e l’anima, più leggera,
Sale al cielo con meno sforzo.

Spezzate, date ai venti, alle onde, alla fiamma,
Questo liuto che ha un solo suono per rispondere alla mia anima !
Il liuto dei Serafini freme sotto le mie dita.
Presto, vivendo come loro di un immortale delirio,
Andrò a guidare, forse, agli accordi della mia lira,
Dei cieli sospesi alla mia voce.

Presto ! … Ma della morte la mano pesante e muta
Ha appena toccato la corda : essa si spezza, e getta
Un suono lamentoso e sordo nel vago dei cieli.
Il mio liuto gelido tace … Amici, prendete il vostro ;
E che la mia anima ancora passi da un mondo all’altro
Al rumore dei vostri sacri concerti !

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-poeta-morente-alphonse-de-lamartine/