Vedi come l’onda pacifica
sul lido viene a morire!
Vedi il volubile zefiro
increspare, con un alito insensibile,
l’onda che ama percorrere!
Saliamo sulla barca leggera
che la mia mano guida senza sforzo,
e di questo golfo solitario
sfioriamo timidamente le rive.
Lungi da noi già fugge la riva.
Mentre con mano timorosa
tu tieni il docile remo,
curvato sul remo rumoroso
in seno all’onda fremente
traccio un solco rapido.
Dio! quale frescura si respira!
Immerso nel seno di Teti,
il sole ha ceduto l’impero
alla pallida regina delle notti.
Il seno dei fiori semichiusi
si apre, e di vapori profumati
in questo momento riempie l’aria;
e del vespro la brezza leggera
dei più dolci profumi della terra
a sua volta profuma i mari.
Quali canti su questi flutti risuonano?
Quali canti scoppiano su queste rive?
Di questi due concerti che si uniscono
l’eco prolunga gli accordi.
Non osando fidarsi delle stelle,
il pescatore, ripiegando le sue vele,
saluta, cantando, il suo soggiorno.
Mentre una folle gioventù
manda al cielo grida di allegrezza,
e festeggia il suo felice ritorno.
Ma già l’ombra più spessa
cade, e imbrunisce i vasti mari;
la riva si cancella, il rumore cessa,
il silenzio occupa l’aria.
È l’ora in cui la malinconia
siede pensosa e raccolta
sui silenziosi lidi dei mari,
e, meditando sulle rovine,
contempla sul pendio dei colli
questo palazzo, questi templi deserti.
O della libertà vecchia e santa patria!
Terra un tempo feconda di sublimi virtù!
Sotto indegni Cesari ora asservita,
il tuo impero è caduto! i tuoi eroi non sono più!
Ma nel tuo seno l’anima ingrandita
crede sui loro monumenti respirarne il genio,
come si respira ancora in un tempio abolito
la maestà del dio di cui era pieno.
Ma non interrogheremo le vostre ceneri generose,
vecchi Romani! fieri Catoni! mani dei due Bruti!
Andiamo a richiedere a questi muri abbattuti
ricordi più dolci, ombre più felici,
Orazio, in questo fresco soggiorno,
in un ritiro abbellito
dal piacere e dal genio,
fuggiva le pompe della corte;
Properzio vi visitava Cinzia,
e sotto gli sguardi di Delia
Tibullo vi modulava i sospiri dell’amore.
Più lungi, ecco l’asilo dove venne a cantare il Tasso,
quando, vittima a un tempo del genio e della sorte,
errando nell’universo, senza rifugio e senza porto,
la pietà raccolse la sua illustre disgrazia.
Non lungi dalle stesse rive, più tardi egli venne a morire;
la gloria lo chiamava, egli arriva, egli soccombe:
la palma che l’attende davanti a lui sembra fuggire,
e il suo lauro tardivo non ombreggia che la sua tomba.
Collina di Baja! poetico soggiorno!
Voluttuosa valle che abitò a turno
tutto ciò che fu grande nel mondo,
tu non risuoni più di gloria né d’amore.
Non una voce che mi risponda,
che il rumore lamentoso di quest’onda,
o l’eco ridestato dei ruderi d’intorno!
Così tutto cambia, così tutto passa;
così noi stessi passiamo,
ahimè! senza lasciare più traccia
che questa barca dove scivoliamo
su questo mare dove tutto si cancella.
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-golfo-di-baja-alphonse-de-lamartine/
