Geova ha consacrato le cime della terra;
Esse sono il divino sgabello dei suoi passi,
È là che, circondato dai suoi fulmini sublimi,
Egli vola, discende, si siede.
Sinai, l’Olimpo stesso, ne conservano la traccia;
L’Oreb, trasalendo, s’inchinò sotto i suoi passi;
Thor udì la sua voce, Gelboé vide il suo volto;
Golgota pianse la sua morte.
Dio che l’Hebron conosce, Dio che Cédar adora,
La tua gloria a queste rocce un tempo si svelò;
Sulla cima dei monti noi ti cerchiamo ancora;
Signore, rispondici! sei tu là?
Pacifi ci abitanti di questi santi ritiri,
Come l’udirono le guide d’Israele,
Nel calmo delle notti, dalle altezze ove siete
Non udite dunque nulla dal cielo?
Non vedete mai le divine falangi
Sui vostri sacri duomi scendere e chinarsi?
Non udite mai dei dolci concerti degli angeli
Risuonare l’eco della roccia?
Come! l’anima invano guarda, aspira, implora, ascolta;
Tra il cielo e noi, è forse un muro di bronzo?
I vostri occhi, sempre levati verso la volta celeste,
I vostri occhi sono levati invano?
Per slanciarsi, Signore, dove la tua voce li chiama,
Gli astri della notte hanno carri di zaffiro,
Per elevarsi a te, l’aquila almeno ha la sua ala;
Noi non abbiamo che i nostri sospiri!
Che la voce dei tuoi santi si elevi e ti disarmi,
La preghiera del giusto è l’incenso dei mortali;
E noi, peccatori, passiamo: non abbiamo che una lacrima
Da versare sui tuoi altari.
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-alla-grande-chartreuse-alphonse-de-lamartine/
