Saffo

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Nuove meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

L’aurora si levava, il mare batteva la spiaggia ;
Così parlò Saffo, ritta sul lido,
E presso di lei, in ginocchio, le fanciulle di Lesbo
Si chinavano sull’abisso e contemplavano i flutti:

Roccia fatale, abisso profondo!
A voi m’accosto senza spavento!
Voi a Venere rapirete la sua vittima:
Ho misconosciuto l’amore, l’amore punisce il mio delitto.
O Nettuno! i tuoi flutti saranno più dolci per me!
Vedi di quali fiori ho coronato il mio capo?
Vedi: questa fronte, sì a lungo carica del mio tedio,
Ornata per la mia morte come per una festa,
Del solenne benda oggi risplende!

Si dice che nel tuo seno… ma non posso crederlo!
Si sfugge all’ira dell’implacabile Amore;
Si dice che, per tua cura, se si rinasce alla luce,
D’una fiamma insensata se ne perde la memoria!
Ma dall’abisso, o dio! qualunque sia l’aiuto,
Guardati, guardati dal preservare i miei giorni!
Non vengo a cercare nelle tue onde propizie
Un oblio passeggero, vano rimedio ai miei mali!
Vi vengo, vi vengo a trovare la quiete dei sepolcri!
Ricevi, o re dei mari, i miei lieti sacrifici!
E voi, perché queste lacrime? perché questi vani singhiozzi?
Cantate, cantate un inno, o vergini di Lesbo!

Importuni ricordi, mi seguirete senza posa?
Era sotto i boschetti del tempio di Venere;
Io stessa, di Venere insensibile sacerdotessa,
Cantavo sulla lira un inno alla dea:
Ai piedi dei suoi altari, d’un tratto ti scorsi!
Dei! quali nuovi trasporti! o dei! come descrivere
Tutti i fuochi di cui il mio seno si riempì a un tempo?
La mia lingua si gelò, restai senza voce,
E la mia tremante mano lasciò cadere la lira!
No: mai agli sguardi dell’ingrata Dafne
Tu apparisti più bello, divino figlio di Latona;
Mai il tirso in mano, coronato di pampini,
Il giovane dio dell’India, in trionfo trascinato,
Non apparve più splendido agli sguardi d’Erigone.
Tutto svanì… di lui solo mi ricordai, ahimè!
Senza arrossire della mia fiamma, in ogni tempo, a ogni ora,
Erravo sola e pensosa intorno alla sua dimora.
Un potere più che umano mi incatenava sui suoi passi!
Come amavo vederlo, dalla folla inebriata,
Al ginnasio, al teatro, attirare tutti gli sguardi,
Lanciare il disco lontano, d’una mano sicura,
E su tutti i suoi rivali prevalere nei nostri giochi!
Come amavo vederlo, chino sulla criniera
D’un corsiero dell’Elide rapido come i venti,
Slanciarsi primo al termine della corsa,
E, la fronte coronata, tornare a passi lenti!
Ah! di tutti i suoi successi, quanto l’anima mia era fiera!
E se da quella bella fronte di sudore umida
Avessi potuto solo asciugare la polvere…
O dei! avrei dato tutto, fino alla mia bellezza,
Per essere un solo istante o sua sorella o sua madre!
Voi, che mai nulla poteste per la mia felicità!
Vane divinità delle rive del Permesso,
Io stessa, nelle vostre arti, istruii la sua giovinezza;
Composi per lui quei canti pieni di dolcezza,
Quei canti che mi valsero i trasporti della Grecia:
Quei canti, che degli Inferi piegherebbero il rigore,
Infelice Saffo! non hanno potuto piegare il suo cuore,
E la sua ingratitudine ha pagato la tua tenerezza!

Raddoppiate i vostri sospiri! raddoppiate i vostri singhiozzi!
Piangete! piangete la mia vergogna, o fanciulle di Lesbo!

Se l’ingrato però si fosse lasciato toccare!
Se le mie cure, se i miei canti, se le mie troppo deboli attrattive
Dalla sua indifferenza avessero potuto strapparlo!
Se egli fosse almeno stato intenerito dalle mie lacrime!
Mai per un mortale, mai la mano degli dei
Avrebbe filato giorni più dolci, più gloriosi!
Quanto splendore quest’amore avrebbe gettato sulla sua vita!
I suoi giorni avrebbero potuto far invidia a quegli stessi dei!
E l’amante di Saffo, famoso nell’universo,
Sarebbe stato, come loro, immortale nei miei versi!
È per lui che avrei, sui tuoi altari propizi,
Fatto fumare in ogni tempo l’incenso dei sacrifici,
O Venere! è per lui che avrei notte e giorno
Sospeso qualche offerta agli altari dell’Amore!
È per lui che avrei, durante intere notti,
Ai tre fatali sorelle indirizzato le mie preghiere!
O che, riprendendo il mio liuto melodioso,
Avrei ripetuto le arie che più gli piacevano!
Per lui avrei voluto nei giochi d’Ionia
Disputare ai vincitori le palme del genio!
Quegli allori splendidi offerti al mio orgoglio,
Cogliendoli per lui, mi sarebbero stati più cari!
Avrei messo ai suoi piedi il premio della mia vittoria,
E coronato la sua fronte dei raggi della mia gloria.

Spesso abbassando alla preghiera il mio orgoglio,
Della tua porta, o Faone! andavo a baciare la soglia.
Almeno, dicevo, almeno, se il tuo rigore geloso
Mi rifiuta per sempre quel dolce titolo di sposa,
Soffri, o troppo caro fanciullo, che Saffo, presso di te,
Schiava se vuoi, viva almeno sotto la tua legge!
Che m’importa di quel nome e di quell’ignominia!
Purché al tuo fianco io consumi la mia vita!
Purché io ti veda, e al mio ultimo giorno
D’uno sguardo di pietà tu compianga tanto amore!
Non temere i miei pericoli, non temere la mia debolezza;
Venere uguaglierà la mia forza alla mia tenerezza.
Sui flutti, sulla terra, legata ai tuoi passi,
Mi vedrai seguirti in mezzo ai combattimenti;
Mi vedrai, di Marte affrontando la furia,
Deviare tutti i dardi che minacciano la tua vita,
Tra la morte e te sempre pronta a correre…
Troppo felice per lui se avessi potuto morire!

Quando infine, stanco delle fatiche di Bellona,
Sotto la tenda al sonno la tua anima s’abbandona,
Quel sonno, o Faone! che più non è fatto per me,
Sola mi lascerà vegliante intorno a te!
E se qualche pensiero viene a riaprire la tua palpebra,
Seduta al tuo fianco durante l’intera notte,
Il mio liuto sulle ginocchia sospirante il mio amore,
Incantarò la tua pena aspettando il giorno!

Dicevo; e i venti portavano via la mia preghiera!
L’eco ripeteva solo il mio lamento solitario;
E l’eco sola ancora risponde ai miei singhiozzi!
Piangete! piangete la mia vergogna, o fanciulle di Lesbo!
Tu che fosti una volta la mia felicità e la mia gloria!
O lira! che la mia mano fece risuonare per lui,
Il tuo aspetto che amavo oggi m’importuna,
E ciascuna delle tue arie richiama alla mia memoria
E i miei fuochi, e la mia vergogna, e l’ingrato che m’è fuggito!
Spezzati nelle mie mani, lira per sempre funesta!
Agli altari di Venere, nei suoi sacri recinti
Non ti sospendo! che l’ira celeste
Su questi flutti tempestosi disperda i tuoi frammenti!
E che dei miei tormenti nessuna traccia rimanga!
Come potessi ugualmente inghiottire in questi mari
E la mia fatale gloria, e i miei canti, e i miei versi!
Come potessi cancellare le mie tracce sulla terra!
Come potessi agli Inferi scendere tutta intera!
E, bruciando questi scritti dove deve vivere Faone,
Portare con me l’infamia del mio nome!

Tuttavia se gli dei che il suo rigore oltraggia
Spingessero in questo istante i suoi passi verso il lido?
Se da questo luogo supremo egli potesse avvicinarsi?
Se venisse a contemplare sulla roccia fatale
Saffo, gli occhi in lacrime, errante, scarmigliata,
Percuotendo di vani singhiozzi la riva desolata,
Ardente ancora per lui, perdonandogli il suo destino,
E preparando lentamente gli apprestamenti della sua morte?
Senza dubbio, a quello spettacolo, tocco dal mio supplizio,
Si pentirebbe della sua lunga ingiustizia?
Senza dubbio, dalle mie lacrime lasciandosi disarmare,
Direbbe a Saffo: Vivi ancora per amare!
Che ho detto? Lungi da me qualche rimorso forse,
In mancanza dell’amore, nel suo cuore può essere nato:
Forse nella sua fuga, avvertito dagli dei,
Egli freme, si ferma, torna verso questi luoghi?
Egli torna a fermarmi sulle rive dell’abisso;
Egli torna!… mi chiama… salva la sua vittima!…
Oh! che sento?… ascoltate… dalla parte di Lesbo
Un clamore lontano ha colpito gli echi!
Ho riconosciuto l’accento di quella voce sì cara,
Ho visto sul cammino sollevarsi la polvere!
O vergini! guardate! non lo vedete
Discendere la collina e tendermi le braccia?…
Ma no! tutto è muto nell’intera natura,
Un silenzio di morte regna lontano sulla terra:
Il cammino è deserto!… non odo che i flutti…
Piangete! piangete la mia vergogna, o fanciulle di Lesbo!

Ma già slanciandosi verso i cieli che colora
Il sole dal suo carro precipita il corso.
Tu che vieni a cominciare l’ultimo dei miei giorni,
Addio ultimo sole! addio suprema aurora!
Domani dal seno dei flutti voi sorgerete ancora,
E io muoio! e io mi spengo per sempre!
Addio campi paterni! addio dolce contrada!
Addio cara Lesbo a Venere consacrata!
Riva dove ricevetti la luce dei cieli!
Tempio augusto dove mia madre, nei giorni della mia nascita,
D’una tremante mano consacrandomi agli dei,
Al culto di Venere dedicò la mia infanzia!
E tu, foresta sacra, dove le figlie del Cielo,
Circondando la mia culla, mi nutrirono del loro miele,
Addio! I loro vani doni che il volgo invidia,
Né dei dardi dell’Amore, né dei colpi del destino,
Misera Saffo! non hanno potuto salvare la tua vita!
Vivesti nel Pianto, e muori al mattino!
Così cade un fiore prima del tempo appassito!
Così, crudele Amore, sotto il coltello mortale,
Una giovane vittima al tuo tempio condotta,
Che al tuo culto nascendo il pastore ha destinata,
Viene a cadere prima dell’età ai piedi del tuo altare!

E voi che rivedrete il crudele che adoro
Quando l’ombra della morte avrà coperto i miei occhi,
Compagne di Saffo, portategli questi addii!
Ditegli… che morendo lo nominavo ancora!

Ella disse, e la sera, lasciando il bordo dei flutti,
Voi tornaste senza di lei, o vergini di Lesbo!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-saffo-alphonse-de-lamartine/