Dunque, vecchio passato lamentoso, sempre tornerai
Gridandoci: — Perché si è così lontani? Ingrato!
Che ne è stato di voi? Dite, con l’abisso
Qual patto avete fatto? Quale attentato? Quale crimine? —
Interrogandoci, cupo e di rabbia schiumante,
Furioso.
Noi abbiamo camminato, semplicemente.
Chi cammina ti assassina, o buon vecchio passato smorto.
Ma che vuoi? Io sono del mio secolo, e l’amo!
Te l’ho già detto. No, non è più affatto
L’epoca in cui la natura era di cattivo gusto,
In cui Bouhours, vecchio gesuita, e il Batteux, vecchio asino,
Occhiali sul naso e penna in pugno, imbrattavano d’inchiostro
Il cigno dal becco dorato, il bosco verde, il cielo azzurro;
In cui l’uomo correggeva il manoscritto di Dio.
No, non è più il tempo in cui Lenôtre a Versailles
Correggeva il cespuglio, il rovo, la sterpaglia;
Secolo in cui non si vedevano nei campi sperduti
Che uomini incipriati sotto alberi tosati.
Tutto è in libertà ora. Sulla sua nuca
L’albero ha più capelli, l’uomo ha meno parrucca.
La vecchia idea è morta con il vecchio cervello.
La rivoluzione è un mondo nuovo.
Il nostro orecchio cambiando ha cambiato la musica.
Quando Fernand Cortez arrivò dal Messico,
Tornò con la mano piena, e dal giovane universo
Riportò oro; noi riportiamo versi.
Riportiamo canti misteriosi. Noi siamo
Altri occhi, altre fronti, altri cuori, altri uomini.
Bravi pedanti, calmate il vostro buon vecchio furore.
Noi strappiamo dall’anima umana i catenacci.
Tutti fratelli, e mescolati nei monti, nelle pianure,
Lasciamo liberamente andare i nostri respiri
Attraverso i grandi boschi e i firmamenti azzurri.
Abbiamo demolito i vecchi compartimenti.
No, non siamo più né contadino, né nobile,
Né zotico nel suo prato, né rustico nella sua vigna,
Né barone nella sua torre, né soldato mercenario ai suoi cannoni;
Noi spezziamo questa scorza, e ridiventiamo
L’uomo; l’uomo infine fuori dei tempi crepuscolari;
L’uomo uguale a se stesso in tutte le sue copie;
Né tiranno, né forzato, né padrone, né servo;
L’umanità si mostra infine così com’è,
Ogni mattina più libera e ogni sera più saggia;
E la vecchia maschera consumata lascia vedere il volto.
Con Ezechiele mescoliamo Spinoza.
La natura ci prende, la natura ci ha;
Nel suo antro profondo, dolce, ci attrae;
Ne scaccia per noi il suo antico satiro,
E ci mostra una sfinge nuova che dice: pensate.
Per noi i piccoli gridi in fondo ai nidi emessi,
Sono augustei; per noi tutte le monarchie
Che voi salutate, voi, con le vostre teste imbianchite,
Tutti i troni reali con gli schienali purpurei,
Sono poca cosa accanto a un convolvolo dei prati.
Regnare! Vale forse sognare sotto un vecchio ontano?
Noi guardiamo passare Carlo Quinto sul suo trono,
Giulio secondo sotto il suo baldacchino, Cesare nei clarini,
E abbiamo pietà quando confrontiamo
All’aurora dei cieli quella falsa doratura.
Quando contempliamo, attraverso uno squarcio
Delle nuvole, l’uccello volante nella sua fierezza,
Sentiamo fremere la nostra ala, o libertà!
In fatto d’oro, a corte preferiamo il covone.
La natura è per noi l’unico e sacro verbo,
E la nostra arte poetica ignora Despréaux.
I nostri re eccellentissimi, potentissimi e altissimi,
Sono la roccia tra i flutti, è nei boschi la quercia.
Maggio, che spezza l’inverno, cioè la catena,
Ci piace. Il vero ci tiene. Sono a volte tentato
Di dire al Monte Bianco: — Sire! E: — Vostra maestà
Alla vergine che passa e porta, agreste e bella,
La sua brocca sulla fronte e Dio nella pupilla.
Per noi, sognatori, banditi, romantici, demoni,
Berretti rossi, i flutti ruggenti, l’aquila, i monti,
La bora, quando la sera apre il suo nero portico,
La tempesta che atterrisce l’onda apocalittica,
Superano in musica, in mistero, in spavento,
I quattro violini della camera del re.
Ogni secolo, bisogna rassegnarsi, segue la sua strada.
Gli uomini di un tempo sono stati grandi senza dubbio;
Noi non ci volgiamo più verso le stesse luci.
Un tempo, ricciolo sulla fronte, avendo al suo fianco
Un mucchio di abati senza tonaca e di donne senza cuffie,
Tra principi dei, sotto soffitti olimpi,
Pronto nel suo farsetto a posare per Audran,
Merletto al collo, grave, e l’occhio su un quadrante,
Nel salone di Marte o nella galleria
Di Apollo, sommerso nella gran signoria,
Nel flutto dei Rohan, dei Sourdis, degli Elbeuf,
E dei fieri abiti d’oro che rotolano verso l’Œil-de-Bœuf,
Il poeta, fosse Corneille, o tu, Molière,
— Mentre nella cappella o nella voliera,
I cantori accordavano il tiorba e il liuto,
E Lulli tremante esclamava: attento al do! —
Aspettava che in mezzo alla chiara fanfara
E alle fronti inchinate apparisse, come un faro,
Il paggio, con i calzoni di broccato d’argento fino,
Che portava il candeliere di monsieur le dauphin.
Oggi, per Versailles e per salone d’Ercole,
Avendo l’ombra e il bronzo del rosso crepuscolo,
Fulvo, e poco gomito a gomito con Guiche o Brissac,
Il viso al vento, i pugni in un paletot sac,
Solo, nell’immensità che l’uragano scuote,
Ascolta il rumore che fa la scura prua
Della terra, e pensoso, sul livido orizzonte,
Nell’ora in cui, nell’orchestra inquieta del cespuglio,
Dell’albero e della sorgente, passa un fremito,
In cui la quercia sussurra e prende il suo contrabbasso,
L’acqua il suo flauto e il vento il suo stradivarius,
Guarda salire il terrificante Sirio.
Per la musa in panieri, riscaldata da Dorat,
È un orangotango; per i boschi, è Orfeo.
La natura gli dice: figlio mio. Questo zotico,
O grande secolo! Scrive meglio di Ablancourt e Patru.
È feroce? No. Questo troglodita affabile
All’olmo del cammino fa recitare la sua favola;
Dice al dolce capretto: ben belato, figlio mio!
Quando il fiore, al mattino, di perle si acconcia,
Si specchia nei flutti, civetta e leziosa squisita,
Passa e dice: Buongiorno, signora marchesa.
E poi soffre, piange, è uomo; la sorte
In raggi dolorosi dalla sua fronte triste esce.
Perché, quaggiù, per quanto si sia forti, per quanto poco si valga,
Tutti, chiunque siamo, il destino ci lavora
Per ornare nell’azzurro la tiara di Dio.
Lo stesso braccio ci fa passare allo stesso fuoco;
E, sull’umanità, che usi la sua lima,
Provando tutti i cuori alla sua mola sublime,
Scrutando tutti i difetti dell’uomo trasparente,
Cupo operaio del cielo, nero orafo, traendo
Dal saggio una scintilla e dal giusto una fiamma,
Si china la sventura, lapidario dell’anima.
Sì, tale è il poeta oggi. Grandi, piccoli,
Tutti nel Pan atterrito siamo inghiottiti.
E questi segreti sorpresi, questi splendori contemplati,
Queste pagine della notte e del giorno compitate,
Ciò che afferma Newton, ciò che scorge Mesmer,
La grande libertà dei soffi sul mare,
La foresta che teme Dio nell’ombra e lo nomina,
Le acque, i fiori, i campi, fanno nascere in noi un uomo
Misterioso, simile agli abissi che vede.
La natura ai sognatori mostra i cieli col dito.
Il cedro dal torso enorme, atleta delle tempeste,
Sul fulvo Libano consigliava i profeti,
E fu il suo esempio austero che spinse
Naum contro Ninive, Amos contro Gaza.
Le sfere rotolando ci gettano la giustizia.
Sì, l’anima sale al bene come l’astro al solstizio;
E il mondo equilibrio ha fatto l’uomo dovere.
Quando l’anima vede male Dio, l’alba lo fa vedere meglio.
La notte, quando Aquilone suona la tromba,
Ciò che dice, il nostro cuore fremente lo ripete.
Noi viviamo liberi, fieri, trepidanti, prostrati,
Abbagliati dal grande Dio formidabile; e, volti
Verso tutti gli ideali e verso tutti i possibili,
Cogliamo nell’azzurro le rose invisibili.
L’ombra è il nostro palazzo. Siamo commensali
Dell’ape, del giunco nutrito dai ruscelli,
Della farfalla che beve nel fiore innaffiato.
Le nostre anime agli uccelli disputano la rugiada.
Lasciando il passato morto nei secoli defunti,
Noi viviamo di raggi, di sospiri, di profumi,
E ci abbeveriamo dell’immensa ambrosia
Che Omero chiama amore e Platone poesia.
Sotto i rami neri del destino, erriamo,
Puri e gravi, con i soffi sulle nostre fronti.
La nostra adorazione, il nostro altare, il nostro Louvre,
È la virtù che sanguina o il mattino che si apre;
I grandi levarsi ai quali non manchiamo mai,
È Venere dei monti neri che imbianca le cime;
È il giglio che fiorisce, casto, incantevole, severo;
È Gesù che si erge, pallido, sul Calvario.
22 novembre 1854.
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-letteratura-victor-hugo/
