Ai cristiani nei tempi di prova

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Armonie poetiche e religioseTemi ReligioneEpoca XIX secolo

Perché vi turbate, figli del Vangelo?
A che serve nei cieli il tuo tuono inutile,
dicono al Signore, quando il tuo Cristo insultato,
come nel giorno in cui la sua morte fece tremare i colli,
una canna nelle mani e la fronte cinta di spine,
al secolo è presentato?

Come un astro spento su un orizzonte vuoto,
la fede, dei nostri avi la luce e la guida,
da questo mondo intiepidito ritira i suoi raggi;
l’oscurità, il dubbio, hanno spezzato la sua bussola,
e lasciano divergere, al vento della parola,
l’incenso delle nazioni.

E tu dormi? e le mani che portano la tua giustizia,
i capi delle nazioni, i re del sacrificio,
non hanno impugnato la spada e purificato il santo luogo?
Alziamoci, e lanciamo il ultimo anatema;
prendiamo i diritti del cielo, e carichiamoci noi stessi
delle giustizie di Dio.

Fermatevi, insensati, e rientrate nella vostra anima;
questo zelo divorante di cui il mio nome vi infiamma
viene, dice il Signore, da voi o da me?
Rispondete; è me che la vendetta onora?
O non è piuttosto l’uomo che l’uomo aborre
sotto quest’ombra di fede?

E chi vi ha incaricati della cura della sua vendetta?
Ha bisogno di voi per prendere la sua difesa?
Il fulmine, l’uragano, la morte, sono nostri?
Non può nella sua mano prendere e giudicare la terra,
o sotto il suo piede geloso romperla come un vetro
con l’empio e voi?

Che, ci ha forse promesso un eterno impero,
noi discepoli di un Dio che sulla croce spira,
noi a cui il nostro Cristo non ha lasciato che il suo nome,
il suo nome e il disprezzo, il suo nome e le ingiurie,
l’indigenza e l’esilio, la morte e le torture,
e soprattutto il perdono?
Saremmo dunque simili al popolo deicida,
che, nell’accecamento del suo orgoglio stupido,
del sangue del suo Salvatore tinse Gerusalemme?
Prese l’impero del cielo per l’impero del mondo,
e disse bestemmiando: Che il tuo sangue ci inondi,
o re di Betlemme!

Ah! non abbiamo che troppo affettato quest’impero!
Da quando umili proscritti scampati al martirio
abbiamo dei poteri confuso tutti i diritti,
circondato di fasci i capi della preghiera,
messo la mano sulla spada e gettato la polvere
sul capo dei re.

Ah! non abbiamo che troppo, ai padroni della terra,
preso in prestito, per regnare, la loro potenza adultera;
e nella causa infine del Dio santo e geloso,
mischiato la voce divina con la voce umana,
fino a che Giuda confondesse nel suo odio
la tirannia e noi.

Ecco di tutti i nostri mali la fatale origine;
è di là che sono scaturite la vergogna e la rovina,
l’odio, lo scandalo e le dissensioni;
è di là che l’inferno ha vomitato l’eresia,
e che del corpo divino tante membra senza vita
giacciono sulle nazioni.

» Ma del Dio tre volte santo la nostra ingiuria è l’ingiuria;
dobbiamo abbandonarlo al disprezzo dello spergiuro?
Alle lingue dello scettico o del bestemmiatore?
Dobbiamo, vili figli di un padre che si offende,
tutto soffrire senza risposta e tutto vedere senza vendetta? »
E che fa il Signore?

La sua terra li nutre, il suo sole li illumina,
la sua grazia li attende, la sua bontà li tollera,
partecipano ai suoi doni che si degna di effondere per noi,
per loro il cielo spande la sua rugiada e la sua ombra,
e dei loro giorni mortali conta loro il numero
senza nulla togliere.
Presta la sua parola alla voce che lo nega;
egli compatisce dall’alto l’errore che lo prega;
in mancanza di chiarezze, ci conta un desiderio.
La voce che grida Alla! la voce che dice mio Padre,
gli portano l’incenso puro e l’incenso adultero:
a lui solo di scegliere.

Ah! per la verità non affettiamo di temere;
il soffio di un bambino, lassù, può forse spegnere
l’astro di cui l’Eterno ha misurato i passi?
Essa era prima di noi, essa sopravvive alle età,
essa non è dell’uomo, e le sue stesse nuvole
non la oscureranno.

Essa è! essa è di Dio che la dispensa al mondo,
che prodiga la grazia dove abbonda la miseria;
rendiamo grazie a lui solo del raggio che ci luce!
Senza spaventarci delle nostre ore funebri,
senza gonfiarci d’orgoglio e senza gridare tenebre
ai figli della notte.

Spiriti degenerati, questi giorni sono una prova,
non per la verità, sempre viva e nuova,
ma per noi che il dolore invita al pentimento;
testimonianza per il Cristo, ma soprattutto con le nostre vite;
la nostra minima virtù confonderà più empi
che il sangue di un martire.

Cristiani, ricordiamoci che il cristiano supremo
non ha lasciato che una sola parola per prezzo di una lunga bestemmia
à questa arca viva dove dormono le sue lezioni;
e che l’uomo, oltraggiando ciò che la nostra anima adora,
nel nostro cuore spezzato non deve trovare ancora
che questa sola parola: Amiamo!

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-ai-cristiani-nei-tempi-di-prova-alphonse-de-lamartine/