Tal, come dice Merlino, crede d’ingannare altrui,
che spesso inganna se stesso.
Mi rincresce che questa parola sia oggi troppo antica:
mi è sempre sembrata di estrema energia.
Ma per venire al disegno che ho preso,
un topo pieno d’embonpoint, grasso e dei meglio nutriti,
che non conosceva l’Avvento né la Quaresima,
sul bordo d’un pantano rallegrava gli spiriti.
Una rana s’avvicina, e gli dice nella sua lingua:
Venite a vedermi a casa mia, vi farò festino.
Messer Topo promise subito:
non c’era bisogno di più lungo discorso.
Ella allegò tuttavia le delizie del bagno,
la curiosità, il piacere del viaggio,
cento rarità da vedere lungo il pantano:
un giorno avrebbe raccontato ai suoi nipoti
le bellezze di quei luoghi, i costumi degli abitanti,
e il governo della cosa pubblica
acquatica. Un punto soltanto teneva il galante impacciato:
nuotava un pochino; ma gli serviva aiuto.
La Rana a ciò trova un ottimo rimedio:
il Topo fu al suo piede per la zampa legato;
un giunco fece l’affare.
Entrati nel pantano, la nostra buona comare
si sforza di tirare l’ospite in fondo all’acqua,
contro il diritto delle genti, contro la fede giurata;
pretende farne gorgata calda e preda;
(era, a suo avviso, un eccellente boccone).
Già nel suo spirito la gaglioffa lo divora.
Egli attesta gli Dèi; la perfida se ne ride.
Egli resiste; ella tira. In questo nuovo combattimento,
un Nibbio che nell’aria planava, faceva il giro,
vede dall’alto il poveretto dibattersi sull’onda.
Piomba sopra, lo rapisce, e, con lo stesso mezzo,
la Rana e il legame.
Tutto finì lì; tanto e così bene,
che di questa doppia preda
l’uccello si dà a cuor contento,
avendo in questa maniera
per cena carne e pesce.
Jean de La Fontaine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-la-rana-e-il-topo-jean-de-la-fontaine/
