Due Ratti cercavano di che vivere; trovarono un Uovo.
Il pranzo bastava a gente di tal specie!
Non c’era bisogno che trovassero un Bue.
Pieni d’appetito e d’allegrezza,
stavano per mangiarsi ciascuno la sua parte dell’uovo,
quando apparve un Quidam. Era messer Volpe;
incontro incomodo e fastidioso.
Come salvare l’uovo, infatti? Imballarlo bene,
poi portarlo con le due zampe anteriori insieme,
or farlo rotolare, or trascinarlo,
era cosa impossibile non meno che rischiosa.
La Necessità, l’ingegnosa,
fornì loro un’invenzione.
Poiché potevano guadagnare la loro tana,
essendo lo scroccone a un quarto di lega,
l’uno si mise sul dorso, prese l’uovo fra le braccia,
poi, nonostante qualche urto e qualche passo falso,
l’altro lo trascinò per la coda.
Mi si venga poi a sostenere, dopo un tale racconto,
che le bestie non hanno ingegno.
Quanto a me, se fossi io il padrone,
ne darei loro quanto ai fanciulli.
Costoro forse non pensano fin dai loro primi anni?
Qualcuno può dunque pensare senza potersi conoscere.
Con un esempio del tutto uguale,
attribuirei all’animale
non già una ragione secondo la nostra maniera,
ma molto di più anche che una cieca molla:
sottilizzerei un pezzo di materia,
che non si potrebbe più concepire senza sforzo,
quintessenza d’atomo, estratto di luce,
non so che più vivo e più mobile ancora del fuoco: ché infine, se il legno fa la fiamma,
la fiamma, purificandosi, non può forse dell’anima
darci qualche idea, e non esce forse dall’oro
dalle viscere del piombo? Renderei la mia opera
capace di sentire, giudicare, nulla di più,
e giudicare imperfettamente,
senza che mai una Scimmia facesse il minimo argomento.
Quanto a noi altri uomini,
farei la nostra sorte infinitamente più grande:
avremmo un doppio tesoro;
l’uno quest’anima simile in tutto per quanto siamo,
saggi, folli, fanciulli, idioti,
ospiti dell’universo, sotto il nome di animali;
l’altro ancora un’altra anima, tra noi e gli Angeli
comune in un certo grado,
e questo tesoro a parte creato
seguirebbe tra i venti le celesti falangi,
entrerebbe in un punto senza esserne oppresso,
non finirebbe mai benché abbia cominciato:
cose reali, benché strane.
Finché durerebbe l’infanzia,
questa figlia del Cielo in noi non apparirebbe
che una tenera e debole luce;
essendo l’organo più forte, la ragione perforerebbe
le tenebre della materia,
che sempre avvolgerebbe
l’altra anima, imperfetta e grossolana.
Jean de La Fontaine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/favola-i-due-ratti-la-volpe-e-l-uovo-jean-de-la-fontaine/
