La punta dell’orecchio

Poesi di Victor Hugo Epoca XIX secolo

Ho riso dapprima.
Ero nel mio campo pieno di rose.
Andavo errando. Anima attenta al chiaroscuro delle cose,
vedo in fondo a tutto brillare una vaga fiaccola.
Era mattino, l’ora in cui il bosco si fa bello,
in cui la natura sembra un’immensa pupilla
abbagliata, con Dio quasi visibile in lei.
Per far festa all’alba, in riva ai flutti dormienti,
i rovi si coprivano d’un mucchio di diamanti;
i fili d’erba vanitosi mettevano tutte le loro perle;
il mare cantava; le ghiandaie conversavano con i merli;
le farfalle volavano dal citiso al mirtillo.
Entra un amico. — Buongiorno. Lo sapete? Mi disse,
v’ hanno appena bruciato sulla pubblica piazza.
— Dove? — In un paese onesto e cattolico.
— Lo suppongo. — Perdinci! Vi hanno preso vivo
in un libro dove si vedono il bagno penale e il convento,
vi hanno bruciato, voi diavolo ed ebreo, con scandalo,
poi hanno gettato al vento la vostra cenere.
— Sarebbe poco decente che fosse altrimenti.
Ma quando? — L’altro giorno. In Spagna. — Davvero.
— Hanno fatto cuocere in punta alla loro grande pinzetta
Myriel, Jean Valjean, Marius e Cosette,
i vostri Miserabili, voi, tutta la vostra anima infine.
Voi siete uno di quelli di cui Escobar ha fame.
Eccovi un po’ abbrustolito come Voltaire.
— Dunque ho caldo in Spagna e freddo in Inghilterra.
Tale è il mio destino. — La cosa è su tutti i giornali.
Ah! Se non foste in casa di quei bravi ugonotti!
La noia è che finora non si può perseguirvi.
Non potendo arrostire l’uomo, hanno incendiato il libro.

— È il minimo. — Da qui vedete tutti i dettagli.
Dei grossi omaccioni neri davanti a grandi portali,
un fuoco, da bruciare una biblioteca.
— Un vescovo mi ha fatto questo onore! — Un vescovo?
Perbacco! Per dannarvi si sono riuniti,
e non è uno solo, sono tutti. — Mi colmate.
— E noi ridiamo.

E poi rientro, e medito.
Sono arrivati a questo.

Ai tempi di Venere Afrodite,
talvolta, sola, ascoltando non si sa quali voci,
la dea errava nuda e bianca in fondo ai boschi;
camminava tranquilla, e la sua bellezza senza veli,
i suoi capelli fatti di schiuma e i suoi occhi fatti di stelle,
erano nella foresta come una visione; intanto, trattenendo il respiro,
vedendo passare in lontananza quel chiarore, i fauni
si avvicinavano; l’egipane, il satiro dagli occhi gialli,
strisciavano all’indietro ebbri d’un vile desiderio,
e bruscamente tendevano il braccio per afferrarla,
e il bosco rabbrividiva, e la soprannaturale,
pallida, si voltava sentendo la loro mano su di sé.
Così, nel nostro secolo dai miraggi ingannevoli,
la coscienza umana ha strani stupori;
luminosa, cammina nel nostro crepuscolo,
e all’improvviso, davanti al fauno, indietreggia.
Tartufo è là, nuovo Satana d’un altro eden.
Constato nell’ombra, a ogni istante, d’un tratto,
il vago allungarsi di qualche artiglio infame
e il tenebroso tentativo di prendersi la nostra anima.
Lo spirito umano si sente tastato da un carnefice.
Ma dolcemente. Si getta al nero quemadero
quel che si può, ma più tardi si farà forse meglio,
e il vostro assassino è timido; è prete.
Vi chiederebbe quasi permesso.
Accende un braciere, fa la sua processione,
mette ceppi al fuoco, bitume al cilicio,
sia; ma con tanta gentilezza che dopo il vostro supplizio
voi ridete.

Grillandus non è più che Loyola.
Voi gli dite: in fede mia, è buffo. Battete qua.

Ebbene, ridete. Va bene. Aspettate, imbecilli!
Colui che porta negli occhi l’anima dei neri Basili,
ride nel vedervi ridere. È Visnù, Mitra,
Teutates, e questo fuoco per ridere diventerà grande.
Ah! Voi gridate: bravo! La tua rabbia è mia serva.
Brucia i miei libri. Bene, benissimo! Spingi alla vendita!
E lui sogna. Si dice: — La cosa è riuscita.
Quando il libro è bruciato, lo scrittore è scottato.
Il seguito a domani. — Voi scherzate. Egli condivide
la vostra gioia, con l’aria d’un prete di Cartagine.
Dice: la loro cecità sempre mi protesse.
La sua mascella, che ancora ride, già vi morde.
Non è vero? Questo bruciatore con bontà ci tratta,
e il suo autodafé non è che uno scaldino!
Ah! I veri turbini di fiamma avranno il loro turno.
In essa, come un uovo contiene il grande avvoltoio,
la piccola scintilla ha l’incendio enorme.
Aspettate soltanto che la Francia si addormenti,
e vedrete.

Si può calcolare il cammino
che farebbe passo a passo, ieri, oggi, domani,
l’effroyabile tartaruga con i suoi piedi fossili?
Chissà? Presto forse si avranno dei concili!
Si udrà, chissà? Un uomo dire a Dio:
— L’infallibile sono io. Posto! Indietreggia un poco. —
Come! Si ricomincia? Cielo! Sarebbe mai possibile
che l’uomo ridiventasse pasto, preda e bersaglio!
E che si rivedessero i tempi difformi! Che si rivedesse
il doppio giogo che uccide tanto quanto asservisce!
Che si rivedesse ergersi sul globo, vile stamberga,
accanto allo scettro di bronzo il pastorale in ferro rosso!
I nostri padri l’hanno subito, quel doppio potere!
Notte! Morte! Melchisedec complicato d’Attila!
Hanno visto sulle loro fronti, essi paria senza numero,
il fianco a fianco atroce dei due scettri nell’ombra;
udivano il loro fulmine in fondo al firmamento,
meno spaventoso ancora del loro sussurrare.
— Prendi i popoli, Cesare. — Tu, Pietro, prendi le anime.
— Prendi la porpora, Cesare. — Ma tu, che hai? — Le fiamme.
— E poi? — Basta così. — Regniamo.

Età orrende!
L’uomo bianco, l’uomo scuro. Sono uno. Sono due.
Qua il guerriero, là il pontefice; e i loro seguiti,
confessori, massacratori, uccisori, carnefici, gesuiti!
O lutto! Sui roghi e sui sambeniti
Roma ha, quattrocento anni, urlato il suo vile pathos,
gettando sull’universo atterrito che soffre
da una mano l’acqua benedetta e dall’altra lo zolfo.
Tutti quei preti portavano l’atroce maschera dai buchi neri;
le loro mitrie sembravano nell’ombra degli spegnitoi;
sono stati la Notte nell’oscuro medioevo;
sono pronti a fare ancora quel personaggio,
e fino al nostro secolo, a quest’ora intorpidito,
li si vedrebbe, con la loro torcia in pieno mezzogiorno,
con il loro pastorale, con i loro sagrestani, plebaglia,
riapparire e rientrare, se trovassero posto
per passare, o Voltaire, tra Jean-Jacques e te!

No, no, no! Indietro, falso potere, falsa fede!
Oh! La Roma dei saioni! Oh! La Spagna dei monaci!
Sparite! Predicatori che accalappiano i patrimoni!
Berretti quadrati! Camagli! Cappucci! Chierici! Abati!
Mucchio di orribili fronti basse, tonsurate o incorniciate d’aureola!
O tetre visioni del tizzone e del gladio!

Esecrabile passato che sempre si rialza
e sull’umanità si erge minaccioso!
Saulx-Tavannes, schiumante una schiuma di sangue,
gridando: sgozzate tutti! Dio farà la cernita!
La giudea di sedici anni bruciata alle nozze
di Carlo secondo con Luisa d’Orléans,
e nell’autodafé pieno di bracieri spalancati
offerta ai fidanzati come un cero nuziale;
Campanella spezzato dalla chiesa feroce;
Giordano Bruno legato sotto un ruscello di pece
che rode con la sua fiamma e scava con il suo peso;
D’Alba che nell’orrore dei roghi passeggia
asciugando la mano insanguinata su quella brace umana;
Galileo che abbassa le sue ginocchia pentite;
la piazza d’Abbeville dove Labarre a vent’anni,
per aver canzonato tutta quella canaglia,
ebbero la lingua strappata con una tenaglia,
e urlò nel fuoco, torcendo i suoi neri moncherini;
il mercato di Rouen i cui tetri frontoni
hanno il rosso riflesso del tuo supplizio, o Giovanna!
Huss bruciato da Martin, l’aquila uccisa dall’asino;
Farnese e Carlo Quinto, Gregorio e Sigismondo,
sempre insieme seduti come in cima a un monte,
ai loro piedi tutta l’anima umana atterrita
sotto quel Dio spaventoso che rende il mondo ateo;
questo passato mi appare! Voi mi fate orrore,
crollate, tu mostro papa, e tu mostro imperatore!

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-punta-dellorecchio-victor-hugo/