Tutte le strade vanno verso la città.
Dal fondo delle brume,
Con tutti i suoi piani in viaggio
Fino al cielo, verso piani più alti,
Come da un sogno, essa emerge.
Laggiù,
Sono ponti muscolosi di ferro,
Scagliati, a balzi, attraverso l’aria;
Sono blocchi e colonne
Che decorano Sfingi e Gorgoni;
Sono torri su sobborghi;
Sono milioni di tetti
Che levano al cielo i loro angoli retti:
È la città tentacolare,
In piedi,
Alla fine delle pianure e dei domini.
Luci rossastre
Che si muovono
Su pali e grandi alberi,
Anche a mezzogiorno, bruciano ancora
Come uova di porpora e d’oro;
L’alto sole non si vede:
Bocca di luce, chiusa
Dal carbone e dal fumo.
Un fiume di nafta e di pece
Battono i moli di pietra e i pontoni di legno;
I fischi crudi delle navi che passano
Urlano di paura nella nebbia;
Un fanale verde è il loro sguardo
Verso l’oceano e gli spazi.
I moli risuonano ai colpi di pesanti carri;
I carri cigolano come cardini;
Bilance di ferro fanno cadere cubi d’ombra
E li fanno scivolare all’improvviso in sotterranei di fuoco;
Ponti che si aprono nel mezzo,
Tra gli alberi folti drizzano forche scure
E lettere di rame iscrivono l’universo,
Immensamente, attraverso
I tetti, le cornici e le mura,
Faccia a faccia, come in battaglia.
E laggiù in fondo, passano cavalli e ruote,
Filano i treni, vola lo sforzo,
Fino alle stazioni, che drizzano, come prue
Immobili, di mille in mille, un frontone d’oro.
Rotaie ramificate vi scendono sottoterra
Come in pozzi e crateri
Per riapparire in lontananza in chiare reti di lampi
Nel frastuono e nella polvere.
È la città tentacolare.
La strada – e i suoi vortici come cavi
Annodati intorno ai monumenti –
Fugge e ritorna in lunghi abbracci;
E le sue folle inestricabili,
Le mani folli, i passi febbricitanti,
L’odio negli occhi,
Afferrano con i denti il tempo che le precede.
All’alba, alla sera, la notte,
Nella fretta, nel tumulto, nel rumore,
Esse gettano verso il caso l’aspra semenza
Del loro lavoro che l’ora porta via.
E i banchi tetri e neri
E gli uffici loschi e falsi
E le banche battono le porte
Ai colpi di vento della demenza.
Lungo il fiume, una luce ovattata,
Torbida e pesante, come uno straccio che brucia,
Di lampione in lampione si ritrae.
La vita è fermentata con flutti d’alcool.
I bar aprono sui marciapiedi
I loro tabernacoli di specchi
Dove si specchiano l’ebbrezza e la battaglia;
Una cieca si appoggia al muro
E vende luce, in scatole da un soldo;
La dissolutezza e il furto si accoppiano nella loro tana;
La nebbia immensa e rossastra
Talvolta fino al mare si ritrae e si rimbocca
E allora è come un grande grido lanciato
Verso il sole e la sua chiarità:
Piazze, bazar, stazioni, mercati,
Esasperano così forte la loro vasta turbolenza
Che i moribondi cercano invano il momento di silenzio
Che serve agli occhi per chiudersi.
Tale, di giorno – però, quando le sere
Scolpiscono il firmamento, con i loro martelli d’ebano,
La città in lontananza si stende e domina la pianura
Come una notturna e colossale speranza;
Essa sorge: desiderio, splendore, ossessione;
La sua chiarità si proietta in bagliori fino ai cieli,
Il suo gas miriadario si attizza in cespugli d’oro,
Le sue rotaie sono vie audaci
Verso la felicità fallace
Che la fortuna e la forza accompagnano;
Le sue mura si disegnano simili a un esercito
E ciò che viene da lei ancora di bruma e di fumo
Arriva in chiari richiami verso le campagne.
È la città tentacolare,
La piovra ardente e l’ossario
E la carcassa solenne.
E le strade di qui se ne vanno all’infinito
Verso di lei.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-citta-emile-verhaeren/
