DITIRAMBO.
A M. Eugène de Genoude.
La sua fronte è coronata di palme e di stelle;
il suo sguardo immortale, che nulla può offuscare,
traversando tutti i tempi, sollevando tutti i veli,
risveglia il passato, si tuffa nell’avvenire!
Del mondo sotto i suoi occhi si svolgono le glorie,
i secoli ai suoi piedi come un torrente scorrono;
secondo il suo volere discendendo o risalendo il loro corso,
essa suona ai sepolcri l’ora, l’ora fatale,
o sulla sua lira virginale
canta al mondo invecchiato questo giorno, padre dei giorni!
——
Ascoltate! – Geova si slancia
dal seno della sua eternità.
Il caos addormentato si sveglia alla sua presenza,
la sua virtù lo feconda, e la sua onnipotenza
riposa sull’immensità!
Dio disse, e il giorno fu; Dio disse, e le stelle
della notte eterna schiarirono i veli;
tutti gli elementi diversi
alla sua voce si separarono;
le acque subito scorsero
nel letto scavato dei mari;
le montagne si elevarono,
e gli aquiloni volarono
nei liberi campi dei cieli!
Sette volte di Geova la parola feconda
si fece udire al mondo,
e sette volte il nulla alla sua voce rispose;
e Dio disse: Facciamo l’uomo a mia viva immagine.
Disse, l’uomo nacque; a quest’ultima opera
il Verbo creatore si ferma e si applaude!
——
Ma non è più un Dio! – È l’uomo che sospira,
Eden è fuggito!… ecco il lavoro e la morte!
Nelle lacrime la sua voce si spegne;
la corda della felicità si rompe sulla sua lira,
e Giobbe ne trae un suono triste come il destino.
——
Ah! perisca per sempre il giorno che mi ha visto nascere!
Ah! perisca per sempre la notte che mi ha concepito!
E il seno che mi ha dato l’essere,
e le ginocchia che mi hanno accolto!
Che dal numero dei giorni Dio per sempre lo cancelli;
che, sempre offuscato dalle ombre del trapasso,
quel giorno tra i giorni non trovi più il suo posto,
che sia come se non fosse!
Ora nell’oblio dormirei ancora,
e terminerei il mio sonno
in questa lunga notte che non avrà aurora,
con quei conquistatori che la terra divora,
con il frutto concepito che muore prima di sbocciare
e che non ha visto il sole.
I miei giorni declinano come l’ombra;
vorrei precipitarli.
O mio Dio! troncate il numero
dei soli che devo contare!
L’aspetto della mia lunga sventura
allontana, respinge, importuna
i miei fratelli stanchi dei miei mali;
invano mi rivolgo alla loro folla,
la loro pietà mi sfugge e si dissolve
come l’onda al fianco dei colli.
Come una nube che passa,
la mia primavera si è svanita;
i miei occhi non vedranno più la traccia
di tutti quei beni di cui ho goduto.
Dal soffio dell’ira,
ahimè! strappato alla terra,
vado donde non si torna più!
Le mie valli, la mia propria dimora,
e questo occhio stesso che mi piange,
non rivedranno mai i miei passi!
L’uomo vive un giorno sulla terra
tra la morte e il dolore;
sazio della sua miseria,
cade infine come il fiore;
cade! Almeno per la rugiada
dei fiori la radice innaffiata
può per un momento rifiorire!
Ma l’uomo, ahimè!, dopo la vita,
è un lago la cui acqua è fuggita:
lo si cerca, ha appena finito di prosciugarsi.
I miei giorni si fondono come la neve
al soffio dell’ira divina;
la mia speranza, che egli abbrevia,
fugge come l’acqua dalla mia mano;
apritemi il mio ultimo asilo;
là, ho nell’ombra un letto tranquillo,
letto preparato per i miei dolori!
O tomba! voi siete mio padre!
E dico ai vermi della terra:
Voi siete mia madre e mie sorelle!
Ma i giorni felici dell’empio
non si eclissano al mattino;
tranquillo, prolunga la sua vita
con il sangue dell’orfano!
Estende lontano le sue radici;
come un gregge sulle colline,
la sua famiglia copre Segor;
poi in un ricco mausoleo
è coricato nella valle,
e si direbbe che viva ancora.
È il segreto di Dio, taccio e l’adoro!
È la sua mano che tracciò i sentieri dell’aurora,
che pesò l’Oceano, che sospese i cieli!
Per lui, l’abisso è nudo, l’inferno stesso è senza veli!
Ha fondato la terra e seminato le stelle!
E chi sono io ai suoi occhi?
——
Ma l’arpa ha fremuto sotto le dita di Isaia;
dal suo seno ribollente la minaccia a lunghi flutti
si sprigiona; un Dio lo chiama, egli si slancia, grida:
Cieli e terra, ascoltate! silenzio al figlio di Amos!
——
Ozia non era più: Dio mi apparve; vidi
Adonai vestito di gloria e di spavento!
I bordi abbaglianti della sua veste fluttuante
riempivano il sacro recinto!
Serafini in piedi su gradini d’avorio
si velavano davanti a lui con sei ali di fuoco;
volando dall’uno all’altro, si dicevano tra loro:
Santo, santo, santo, il Signore, il Dio, il re degli dèi!
Tutta la terra è piena della sua gloria!
Dal tempio a questi accenti la volta si scosse,
Adonai fuggì sotto la nube infiammata:
il santo luogo fu riempito di torrenti di fumo.
La terra sotto i miei piedi tremò!
E io! resterei in un vile silenzio!
Io che ti ho visto, Signore, non oserei parlare!
A questo popolo impuro che ti offende
temerei di rivelarti!
Chi camminerà per noi? dice il Dio degli eserciti.
Chi parlerà per me? dice Dio: Chi? io, Signore!
Tocca le mie labbra infiammate!
Eccomi! sono pronto!… guai!
Guai a voi che fin dall’aurora
respirate i profumi del vino!
E che la sera ritrova ancora
barcollanti ai bordi del banchetto!
Guai a voi che con l’usura
estendete senza fine né misura
il confine immenso dei vostri campi!
Volete dunque, mortali avidi,
abitare nei vostri campi aridi,
soli, sulla terra dei viventi?
Guai a voi, razza insensata!
Figli di un secolo audace,
che dite nel vostro pensiero:
Noi siamo saggi ai nostri occhi:
Voi cambiate la mia notte in luce,
e il giorno in ombra grossolana
dove si nascondono le vostre voluttà!
Ma, come un toro nella pianura,
trascinate dietro di voi la catena
delle vostre lunghe iniquità!
Guai a voi, figlie dell’onda!
Isole di Sidone e di Tiro!
Tiranni! che trafficate il mondo
con la porpora e l’oro di Ofir!
Guai a voi! la vostra ora suona!
Invano l’Oceano vi corona,
guai a te, regina delle acque,
a te che, su mari nuovi,
fai risuonare come ali
le vele di mille vascelli!
Sono infine venuti i giorni della mia giustizia;
La mia collera, dice Dio, si riversa su di voi!
Più incenso, più sacrificio
che possa estinguere il mio furore!
Consegnerò questo popolo alla morte, al massacro;
il ferro mieterà come l’erba selvatica
i suoi battaglioni interi!
– Signore! risparmiaci! Signore! – No, nessuna tregua,
e farò su di lui stillare dalla mia spada
il sangue dei suoi guerrieri!
I suoi torrenti si seccheranno sotto il mio alito ardente;
la mia mano livellerà, come una vasta pianura,
le sue mura e i suoi palazzi;
il fuoco li brucerà come brucia la stoppia.
Là, più nazione, città, regno;
il silenzio per sempre!
Le sue mura si copriranno di rovi e spine;
l’iena e il serpente popoleranno le sue rovine;
gli allocchi, gli avvoltoi,
l’un l’altro chiamandosi durante la notte oscura,
verranno a portare il nutrimento ai loro piccoli
sulla cima delle sue torri!
——
Ma Dio a queste parole chiude le labbra di Isaia;
il cupo Ezechiele
sul tronco inaridito dell’ingrato Israele
fa scendere a sua volta la parola di vita.
——
L’Eterno portò il mio spirito nel deserto:
di ossa inaridite il suolo era coperto;
mi avvicino rabbrividendo; ma Geova mi grida:
Se parlo a queste ossa, riprenderanno la vita?
– Eterno, tu lo sai! – Ebbene! dice il Signore,
ascolta i miei accenti! ritienili e di’ loro:
Ossa inaridite! insensibile polvere!
Alzatevi! ricevete lo spirito e la luce!
Che le vostre membra sparse si assembrino alla mia voce!
Che lo spirito vi animi una seconda volta!
Che tra le vostre ossa appassite i vostri muscoli si rimettano!
Che il vostro sangue circoli e i vostri nervi si intreccino!
Alzatevi e vivete, e vedete chi sono!
Ascoltai il Signore, ubbidii e dissi:
Spiriti, soffiate su di loro dal ponente, dall’aurora;
soffiate dall’aquilone, soffiate!… Pressati di sbocciare,
questi resti del sepolcro, risvegliati dalle mie grida,
cozzano subito le loro ossa appassite;
alle luci del sole le loro palpebre si riaprono,
le loro ossa sono riunite, e la carne le ricopre!
E quel campo di morte tutto intero si levò,
tornò un grande popolo, e conobbe Geova!
——
Ma Dio dei suoi figli ha perduto la memoria;
la figlia di Sion, meditando le sue sventure,
si siede sospirando, e, vedova della sua gloria,
ascolta Geremia, e ritrova le lacrime.
——
Il Signore, opprimendomi con il peso della sua collera,
ritira a turno e riporta la sua mano;
voi che passate per la via,
c’è una miseria uguale alla mia miseria?
Invano la mia voce si eleva, egli non ode più la mia voce;
mi ha scelto come bersaglio delle sue frecce di fiamma,
e tutto il giorno contro la mia anima
il suo furore ha scagliato i fili del suo arco!
Sulle mie ossa consumate la mia pelle si è inaridita;
i bambini mi hanno cantato nelle loro derisioni;
solo, in mezzo alle nazioni,
il Signore mi ha gettato come un’erba strappata.
Si è avvolto del suo divino furore;
ha chiuso la mia strada, ha turbato la mia via;
il mio seno non ha più conosciuto la gioia,
e ho detto al Signore: Signore, ricordatevi,
ricordatevi, Signore, di quei giorni di collera;
ricordatevi del fiele di cui mi avete nutrito;
no, il vostro amore non è esaurito:
voi mi colpite, Signore, e per questo spero.
Ripasso piangendo quei giorni miserabili;
ho conosciuto il Signore fin dalla mia più tenera aurora:
quando punisce, ama ancora;
non si è, anima mia, allontanato per sempre.
Beato chi lo conosce! beato chi fin dall’infanzia
portò il giogo di un Dio, clemente nel suo rigore!
Egli crede alla salvezza del Signore,
si siede sulla riva del fiume e l’aspetta in silenzio.
Egli sente pesare su di sé quel giogo del vostro amore;
spande nella notte le sue lacrime e la sua preghiera,
e con la bocca nella polvere,
invoca, spera, attende il vostro giorno.
——
Silenzio, o lira! e voi silenzio,
Profeti, voce dell’avvenire!
Tutto l’universo tace in anticipo
davanti a colui che deve venire!
Chiudetevi, labbra ispirate;
riposatevi, arpe sacre,
fino al giorno in cui sugli alti luoghi
una voce al mondo sconosciuta,
farà risuonare nella nube:
PACE ALLA TERRA, E GLORIA AI CIELI!
Alphonse de Lamartine
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-poesia-sacra-alphonse-de-lamartine/
