A metà quaresima

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I

Il carnevale se ne va, le rose stanno per sbocciare;
sui fianchi dei colli già corre l’erba.
Intanto della gioia la stagione freddolosa
sotto i suoi leggeri sonagli ride e ancora volteggia,
mentre, sollevando i veli dell’aurora,
la Primavera inquieta appare all’orizzonte.

II

Del povero mese di marzo non bisogna parlar male;
ben que il contadino lo tema giustamente,
l’universo vi rinasce; è vero che il vento,
la pioggia e il sole vi si disputano l’impero.
Che farci? Al tempo dei fiori, il mondo è un bambino;
è la sua prima lacrima e il suo primo sorriso.

III

È nel mese di marzo che tenta di schiudersi
l’anemone selvatico dalle corolle tremanti.
Le donne e i fiori invocano lo zefiro;
e dal fondo dei boudoir le belle indolenti,
bilienciando mollemente le loro figure noncuranti,
sotto i vecchi ippocastani cominciano a venire.

IV

È allora che i balli, più gioiosi e più rari,
prolungano più a lungo le loro ultime fanfare;
a quel rumore che ci lascia, si corre con ardore;
la valsatrice si abbandona con più languore:
gli occhi sono più arditi, le labbra meno avare,
la stanchezza inebria, e l’amore giunge al cuore.

V

Se è vero che quaggiù l’addio di ciò che si ama
sia un così dolce dolore che se ne vorrebbe morire,
è nel mese di marzo, è a metà quaresima,
che uscendo da una cena un figlio del piacere
sulla valsa e sull’amore dovrebbe fare un poema,
e salutare gaiamente i suoi dèi pronti a partire.

VI

Ma chi saprà cantare i tuoi passi pieni d’armonia,
e i tuoi segreti divini, dal volgo ignorati,
bella Ninfa tedesca dai calzari dorati?
O Musa della valsa! o fiore di poesia!
Dove sono, ai nostri tempi, i bevitori d’ambrosia
degni di stordirsi fra le tue braccia adorate?

VII

Quando, sul Citerone, la Baccanale antica
delle figlie di Cadmo scioglieva le chiome,
si lasciava la bellezza danzare davanti agli dèi;
e se qualche profano, al suono della musica,
si slanciava nei cori, la sacerdotessa impudica
col suo tirso di ferro colpiva l’audace.

VIII

Non è così nelle nostre feste grossolane;
le vergini oggi si mostrano meno severe,
e si lasciano toccare senza grazia e senza fierezza.
Apriamo a chiunque le nostre quadriglie volgari;
perdiamo il rispetto che si deve alla bellezza,
e i nostri piaceri rumorosi fanno fuggire la voluttà.

IX

Finché regnò da noi il minuetto gotico,
ci si ricordò ancora di osservare la misura.
I nostri padri la serbavano nei giorni di termidoro,
quando al rombo dei cannoni danzava la Repubblica,
quando la Tallien, sollevando la tunica,
faceva schioccare dai piedi nudi gli anelli d’oro.

X

Altri tempi, altri costumi; il ritmo e la cadenza
hanno seguito i casi e la legge comune.
Mentre l’universo, legato contro la Francia,
si stremava di fatica per darle un re,
la valsa con un colpo d’ala ha detronizzato la danza.
Se qualcuno se ne è lamentato, certo, non sono io.

XI

Vorrei soltanto, poiché è nostra ospite,
che si sapesse meglio onorare questa giovane dea.
Vorrei che alla sua voce si potessero regolare i nostri passi,
non vedere profanare una così dolce ebbrezza,
non sciupare di un così bel seno i contorni delicati,
e che il primo venuto non se la porti fra le braccia.

XII

È la nostra barbarie e la nostra indifferenza
che dobbiamo accusare; il nostro spirito incostante
si prende per fantasia e vive di cambiamento;
ma anche il disordine ha bisogno di eleganza;
e vorrei almeno che una duchessa, in Francia,
sapesse valzare così bene come un bifolco tedesco.

Alfred De Musset

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-a-meta-quaresima-alfred-de-musset/

Arthur

Interpretazione

L'analisi di Arthur

Pubblicato sulla rivista La Revue des Deux Mondes nel 1849, «A metà quaresima» è un poema in alessandrini di dodici strofe, che offre una meditazione sulla fine del carnevale e sull'arrivo della primavera. Fin dall'apertura, Musset dipinge il passaggio dai piaceri invernali alle dolcezze primaverili: «Il carnevale se ne va, le rose stanno per sbocciare». La stagione fredda, personificata, «sotto i suoi leggeri sonagli ride e ancora volteggia», mentre «la Primavera inquieta appare all'orizzonte». Questo contrasto instaura una tonalità elegiaca, quella di un addio alle gioie effimere.

Le strofe seguenti celebrano il rinnovarsi di marzo, mese degli anemoni e dei balli. Il poeta unisce la natura e la donna: «Le donne e i fiori invocano lo zefiro». Il valzer diventa il simbolo di questa ebbrezza collettiva, in cui «la stanchezza inebria, e l'amore giunge al cuore». Musset suggerisce che la bellezza e il piacere sono inseparabili, ma che la loro intensità risiede nella loro fugacità.

Poi il tono cambia: il valzer, «bella Ninfa tedesca», è paragonato alle danze antiche e alla Repubblica. Il poeta deplora la volgarità dei costumi moderni, in cui «le vergini oggi si mostrano meno severe». L'ironia affiora quando evoca le «nostre quadriglie volgari» e la perdita del «rispetto che si deve alla bellezza». Il valzer, un tempo aristocratico, è ormai una «giovane dea» profanata.

Nelle ultime strofe, Musset invoca maggiore eleganza: «anche il disordine ha bisogno di eleganza». Rimpiange che non si sappia più onorare la danza, e vorrebbe che una duchessa valzasse bene quanto un «bifolco tedesco». Questa punta finale mescola satira sociale e nostalgia di un mondo tramontato.

Così, «A metà quaresima» è meno una celebrazione del carnevale che un'elegia venata d'ironia sulla decadenza del gusto e sulla fuga dei piaceri. Il valzer vi diventa lo specchio di un'epoca che ha perso il senso della misura e della grazia.

Analisi redatta con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, secondo il metodo di analisi definito da Arthur.

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