Tutte le prime età sono sparse

Poesi di Victor Hugo Temi InfanziaEpoca XIX secolo

Tutte le prime età sono sparse sotto questi grandi alberi.
Certo, l’allineamento dei vasi e dei marmi,
questo parterre a filo, questo cedro rassegnato,
questa quercia che il signor Despréaux avrebbe firmato,
queste sbarre nere incrociate sul fiore odoroso,
fanno onore a Buffon che fu uno dei Quaranta
e unì, in modo da appagare ogni nostro voto,
il pettine di Lenôtre ai capelli spaventosi
di Pan, dio dei boschi, delle rocce e delle pianure;
ciò non impedisce alle rose di essere piene
di profumi, di desideri, d’amore e di chiarore;
ciò non impedisce all’estate di essere estate;
ciò non toglie alla vita alcuna fiducia;
ciò non impedisce all’aurora in coscienza
di apparire allo zenit che sembra allargarsi,
ai bambini di giocare, ai mostri di ruggire.

Un buon spavento gioioso riempie queste dolci teste.
Ascoltatemi questi gridi incantevoli. — Vieni a vedere le bestie!
Corrono. Che estasi! Ci si ferma davanti
a gabbie dove si vedono uccelli azzurri che sognano
come se aspettassero il mese in cui si emigra.
— Guarda questo grosso gatto. — Questo grosso gatto è la tigre.
I grandi fanno ai piccoli venerare le scimmie,
i pitoni, gli sciacalli, e chiamano per nome
i vecchi orsi che, si dice, spingono l’umore maligno
fino a mangiare talvolta dei soldati di linea.

Spettacolo mostruoso! Le gole, gli sguardi
di drago, bagliore fulvo in fondo ai boschi smarriti,
le scaglie, i pungiglioni, l’artiglio che si allunga,
un’apparizione d’abisso, l’orribile sogno
reale che l’occhio turbato dei profeti amari
vede sotto la trasparenza spaventosa dei mari
e che si trascina sparso nell’orrore inaudito,
l’enorme sbadiglio del gorgo che si annoia,
le mascelle dell’idra aperte tristemente,
non si sa quale caos smorto, oscuro, inclemente,
un tentativo d’esistere, un abbozzo di vita
da cui esce il balbettio furioso dell’invidia.
È questo l’animale; ed è ciò che il bambino
guarda, ammira e teme, vagamente trionfante;
è dalla notte che viene a contemplare, lui l’aurora.
Questo nero brulichio mugghia, urla, divora;
si è un cherubino roseo, fragile e tremante;
si va a vedere quello che l’inverno fa tutto bianco,
quest’altro il cui occhio getta un lampo del tropico;
tutto ciò tuona, odia, minaccia, fischia, punge,
morde; ma dalla nutrice ci si sente proteggere;
quanto è divertente aver paura senza pericolo!
Ciò che l’uomo contempla, crede di scoprirlo.
Vedere un re nella sua tana, una tigre nel suo Louvre,
questo piace all’infanzia. — È proprio brutto!
Vieni a vedere! — Strano istinto! Grazie al quale l’orrore piace!
Si viene a cercare soprattutto quelli che bisogna evitare.
— Da questa parte! — No, da quella! — Tieni, guarda! — Vieni presto!
— Gettagli il tuo dolce. — Non tutto. — Gettalo comunque.
— Io, mi piacciono i lupi. — Io, preferisco gli orsi.
E le fronti sono ridenti, e il sole le indora,
e quelli che, nati ieri, non parlano ancora
durante questi chiasso sotto i rami verdi,
sono lì, misteriosi, gli occhi tutti spalancati,
e meditano.

Africa dalle pieghe invalicabili,
oh gorgo di orizzonti sinistri, mare delle sabbie,
Sahara, Dahomey, lago Nagain, Darfur,
tu, l’America, e tu, l’India, aspro crocevia
dove Zoroastro incontra Omero,
paesaggi di luna dove vaga la chimera,
dove l’orango cammina con un bastone in mano,
dove la natura è folle e non ha più nulla di umano,
giungle sognate nei sonni della febbre,
pianure dove bruscamente si vedono arrivi
di fiumi all’improvviso ingrossati e scatenati,
dove si sente ruggire i leoni stupiti
che l’acqua montante rinchiude in isole improvvise,
deserti di cui i gaviali sono i neri cenobiti,
dove il boa, senza soffio e senza trasalimento,
sembra un tronco a terra e dorme orribilmente,
terra dei baobab, dei bambù, delle liane,
pensate che noi abbiamo dei Georges e delle Jeannes,
create dei mostri; laghi, foreste, con i vostri monti
i vostri tetrismi e i vostri rumori, componete dei mammon;
abissi, condensate in essi tutte le vostre glorie,
date loro le vostre rocce per denti e per mascelle,
per voce il vostro uragano, per sguardo il vostro orrore;
date loro aspetti di papa e d’imperatore,
e fate, al di sopra dei boschi, la loro stalla
e il loro palazzo, balzare la loro gioia spaventosa.
Certo, il casuario è un buon senatore,
l’oca ha l’aria di un vescovo e piace per la sua altezza,
Dio quando fece la scimmia sognò Scaramouche,
il colibrì mi incanta e amo l’uccello mosca;
ma ciò che dal tuo estro, o natura, io attendo
sono i Behemoth e i Leviathan.
Il neonato che esce dall’ombra e dal mistero
non sarebbe contento di non vedere nulla sulla terra;
un immenso bisogno di stupore, ecco
tutta l’infanzia, ed è pensando a questo
che io applaudo, natura, ai giganti che tu formi;
l’occhio azzurro degli innocenti vuole bestie enormi;
lavorate, dèi orribili! Siate illimitati
e fecondi, noi teniamo alle vostre difformità
quanto ai vostri profumi, quanto ai vostri dictames,
o deserti, dato che gli ippopotami,
che i rinoceronti e che gli elefanti
sono evidentemente fatti per i bambini.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-tutte-le-prime-eta-sono-sparse-victor-hugo/