Tu vois, juste vengeur, les fléaux de ton Église

Poesi di Théodore Agrippa D'Aubigné Epoca XVI secolo

“” Tu vedi, giusto vendicatore, i flagelli della tua Chiesa,
Che, da essi ridotta in cenere e in rovina,
Ha, contro ogni speranza, la sua speranza in te,
Per suo rifugio, il baluardo della fede.

I tuoi nemici e noi siamo uguali nel vizio,
Se, giudice, tu siedi sul tuo trono di giustizia;
Tu fai però una scelta di figli o di nemici
E questa scelta è quella che la tua grazia vi ha posto.

Se tu fai loro del bene, essi si gonfiano di bestemmie,
Se tu ci fai del male, esso ci viene da noi stessi;
Essi maledicono il tuo nome quando sei loro più dolce;
Quando tu ci uccidessi, noi ti benediremo.

… Vuoi tu lungo tempo lasciare in questa terra rotonda
Regnare il tuo nemico? Non sei tu signore del mondo,
Tu, Signore, che abbatti, che ferisci, che guarisci,
Che dai vita e morte, che uccidi e che nutri?

I principi non hanno occhi per vedere queste grandi meraviglie;
Quando tu vorrai tuonare, non avranno orecchie?
Le loro mani non servono più che a perseguitarci;
Esse hanno tutto per Satana, e nulla per portarti.

Sion non riceve da loro che rifiuti e rudezze,
Ma Babel li riscatta e saccheggia le loro ricchezze;
Tali sono i monti cornuti, che (avari)
Mostrano l’oro agli inferi e le nevi ai cieli.

I templi del pagano, del Turco, dell’idolatra,
Innalzano al cielo l’orgoglio del marmo e dell’alabastro,
E Dio solo, nel deserto poveramente ospitato,
Ha costruito tutto il mondo e non vi è alloggiato!

I passeri hanno i loro nidi, i loro nidi le rondini;
Si erge qualche colombaia alle semplici colombelle;
Tutto è messo al riparo dalla cura dei mortali,
E Dio, solo immortale, non ha alloggio né altari;

Tu hai tutto l’universo, ove la tua gloria si contempla,
Per sgabello la terra e il cielo per un tempio,
Dove ti scaccerà l’uomo, o Dio vittorioso?
Tu possiedi il cielo e i cieli dei cieli alti?

Noi facciamo dei dirupi i luoghi ove ti si predica,
Un tempio dalla stalla, un altare dalla greppia;
Essi, dal tempio una stalla agli asini arroganti,
Dalla santa casa la caverna ai briganti.

I primi dei cristiani pregavano ai cimiteri:
Noi abbiamo fatto udire ai sepolcri le nostre preghiere,
Fatto suonare ai sepolcri il nome di Dio il forte,
E annunciato la vita alle dimore della morte.

Tu puoi far raccontare la tua lode alla pietra;
Ma non hai tu sempre il tuo sgabello in terra?
Non vuoi tu più avere altri templi sacri
Che un biancheggiante ammasso d’ossa di morti serrate?

I morti ti loderanno? I tuoi fatti grandi e terribili
Usciranno dal cavo di queste bocche orribili?
Non avremo noi tra noi che volti terrosi,
Mormorando la tua lode nei segreti delle nostre cavità?

In questi luoghi cavernosi le tue care assemblee,
Dalle ombre della morte incessantemente turbate,
Non faranno esse più risuonare i tuoi santi luoghi,
E il tuo nome volare dalle terre ai cieli?

Che! saremo noi muti, saremo noi senza orecchie,
Senza muoverci, senza cantare, sporchi udire le tue meraviglie?
Hai tu spento in noi il tuo santuario? No,
Dai nostri templi viventi uscirà il tuo nome.

Tale è in questo stato il quadro della Chiesa
Essa ha i ferri ai piedi, sui tormenti seduta,
Alla gola la corda e il ferro inumano,
Un salmo nella bocca e un liuto nella mano.

Tu ami dalle sue mani la perfetta armonia:
Il nostro liuto canterà il principio di vita;
Le nostre dita non sono più dita che per trovare i tuoi suoni,
Le nostre voci non sono più voci che alle tue sante canzoni.

Metti al coperto queste voci che le piogge arrugginiscono;
Scatena dunque queste dita, che sul tuo liuto suonino;
Trai i nostri occhi offuscati dai nascondigli noiosi,
E mostraci il cielo per volgere gli occhi.

Siano i tuoi occhi addolciti a guarire le nostre miserie,
Il tuo orecchio propizio aperto alle nostre preghiere,
Il tuo seno sbottonato ad alloggiare i nostri sospiri
E la tua mano liberale ai nostri giusti desideri.

Che coloro che hanno chiuso gli occhi alle nostre miserie,
Che coloro che non hanno avuto orecchio alle nostre preghiere,
Cuore per soccorrere, ma bene per tormentare,
Punto mani per dare, ma bene per toglierci,

Trovino i tuoi occhi chiusi a giudicare le loro miserie;
Il tuo orecchio sia sordo udendo le loro preghiere;
Il tuo seno ferrato sia chiuso alle pietà, ai perdoni;
La tua mano secca sterile ai beneficii e ai doni.

Siano i tuoi occhi chiaroveggenti ai loro peccati estremi,
Sia il tuo orecchio aperto ai loro gridi di bestemmie,
Il tuo seno sbottonato per gonfiarsi di corruccio,
E la tua mano diligente a raddoppiare i tuoi colpi.

Essi hanno per spettacolo e per gioco il martirio;
Il malvagio ride più forte che il buono non sospiri;
I nostri gridi mortali non fanno che incomodare le loro risa,
Le risa di cui lo scoppio toglie l’aria ai nostri gridi.

Essi sputano verso la luna, e le volte celesti
Non hanno esse più fulmini e fuochi e pestilenze?
Non partiranno mai dal trono dove tu siedi
E la Morte e l’Inferno che dormono ai tuoi piedi?

Leva il tuo braccio di ferro, affretta i tuoi piedi di lana;
Vendica la tua pazienza nell’asprezza della tua pena:
Colpisci dal cielo Babel: le corna della sua fronte
Sfigurano la terra e le tolgono il suo cerchio. “”

Théodore Agrippa d’Aubigné

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-tu-vois-juste-vengeur-les-fleaux-de-ton-eglise-theodore-agrippa-d-aubigne/