Quelli di Liegi

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Dovesse la guerra mortale e sacrilega
stritolare il nostro paese di combattimento in combattimento,
mai, sotto il sole, un’anima dimenticherà
coloro che sono morti per il mondo, laggiù
a Liegi.

Come una montagna
che camminasse e lasciasse cadere a scossoni
i suoi macigni
sulle città e sulle campagne,
avanzava la pesante e feroce Germania.

Oh tragico momento!
La gente fuggiva verso l’ignoto, disperatamente;
soli, quelli di Liegi resistettero
a quel sinistro crollare
di uomini e d’armi sulla terra.

Se agirono così,
è perché sapevano che nelle loro mani era rimesso
il destino
della Bretagna grande e della Francia chiara,
e che occorreva che i loro sforzi,
dopo essersi accaniti, si raddoppiassero ancora
in sforzi più sanguinosi.

Poco importava
che in quei tempi oscuri,
contro l’innumerevole impero che affrontavano,
essi non fossero che un piccolo numero;
a ogni ora del giorno,
difendendo la loro città e i suoi forti a turno,
libravano cento combattimenti negli intervalli;
uccidevano correndo, e non si stancavano
di insanguinare il suolo a ogni loro passo,
e di essere pronti sotto le raffiche
delle palle.

Persino quando la notte, nel cielo sulfureo,
un Zeppelin in agguato passava sopra di loro,
indicandoli ai colpi con la sua brusca luce,
nessuno indietreggiava, fosse pure d’un passo;
ma tutti balzavano con uno slancio così fiero
in avanti,
che il posto che occupavano restava vuoto
quando vi colpiva la morte rapida.

All’attacco, sui glacis,
quando, fila per fila, si presentavano i nemici,
sotto il lampo curvo e regolare delle mitragliatrici,
un tiro serrato, che d’un tratto si dilatava,
immensamente li respingeva,
e, fila per fila, li abbatteva
sulla terra silenziosa.

Chaudfontaine e Loncin e Boncelle e Barchon
risuonavano del rumore d’acciaio delle loro cupole;
essi assumevano la notte, il giorno, sulle loro spalle,
il carico e il tuono e lo spavento dei cannoni;
alle nostre truppe coricate
nelle trincee,
ragazze e ragazzi
distribuivano il pane
e portavano la birra
con il buonumore indomito e guerriero.
Si parlava di imprese compiute semplicemente,
e come, in un certo momento,
il migliore dei reggimenti
fu a tal punto furore, carneficina e fulminazione,
che mai truppa di guerra
fu più salda e più terribile sulla terra.

L’intera città si esaltava
di vivere sotto il fulmine;
l’eroismo vi si respirava
come la polvere;
il cuore umano vi si componeva
di una nuova sostanza
e il prodigio vi cresceva
in ogni esistenza.

O voi, gli uomini di domani,
dovesse la guerra mortale e sacrilega
schiacciarci ancora in un ultimo combattimento,
mai, sotto il sole, un’anima dimenticherà
coloro che sono morti per il mondo, laggiù,
a Liegi.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-quelli-di-liegi-emile-verhaeren/