Non sono più fanciullo: troppo lenti al mio desiderio,
già diciassette primavere sono passate nella mia vita:
possiedo una lira, e tuttavia le mie mani
non ne traggono da lungo tempo che suoni incerti.
Oh! quando verrà il giorno in cui, libero dalla sua catena,
il mio cuore non vedrà più la gloria, suo amore,
mostrarsi incerta ai sogni della notte,
per fuggire come un’ombra ai primi fuochi del giorno.
Ero ancora assai giovane quando la Francia abbattuta
vide del proprio sangue coprirsi i suoi allori;
due volte dal suo eroe la mano stanca e vinta
aveva spezzato lo scettro, nel volerlo afferrare.
Quei mali sono ormai lontani: tuttavia, sotto catene,
piangemmo a lungo il nostro onore oltraggiato;
ne è rimasta l’impronta, e si vede nelle nostre pianure
un sangue che ancora fuma… e che non è vendicato!
Quei quadri di splendore, quei ricordi sublimi,
ho visto giorni fatali farne roteare le rovine,
nel loro corso sanguinoso trascinare vittime,
e di flutti stranieri inondare il mio paese.
Sono rimasto muto; poiché la voce di un genio
non mi aveva ancora ispirato dei concerti;
la mia anima ignorava l’armonia della lira,
e i suoi piaceri sì dolci, e i suoi dolori amari.
Non rimproverate ai miei canti, alle mie lacrime,
di scendere troppo tardi su rovine gelide,
di ricondurre i cuori a illustri allarmi,
e di evocare giorni già quasi cancellati;
poiché la fonte delle lacrime in me non è inaridita,
poiché il mio primo accordo doveva essere alla patria;
felice se potessi esprimere con i miei versi
l’orgoglio che mi anima al pensiero delle sue glorie,
il piacere che provo cantando le sue vittorie,
il dolore che provo piangendo le sue sventure!
Sì, amo il mio paese: fin dalla più tenera infanzia,
già amavo lo splendore della Francia;
ammiravo i sostegni delle nostre aquile vincitrici;
da lontano applaudivo alla loro marcia eclatante,
e la mia voce sillabava la pagina trionfante
che narrava le loro imprese ai miei concittadini.
Ma presto, aquila, impero, tutto si vide sparire!
Quei tempi non vivono più che nel ricordo;
solo la storia, un giorno, troppo debolmente forse,
ne dirà la meraviglia ai secoli a venire.
Allora si vedrà nelle sue righe sanguinanti
le azioni dei prodi destarsi raggianti…
Poi quadri di morte le seguiranno, e i nostri figli,
vedendo tanti allori appassiti per mano di schiavi,
chiederanno come tutte quelle braccia avvilite
poterono, in un solo giorno, domare cuori così prodi?
Oh! se la lira ha ancora accenti nuovi,
se la sua virile armonia appartiene alla storia,
consacriamo i suoi suoni a celebrare la gloria,
a deplorare il destino fatale dei nostri eroi!
Che in essi possano rivivere, e, se la terra avida
diede solo ai loro corpi un giaciglio livido,
alziamo un trofeo dove mancano le tombe!
Sì, nonostante il dolore che la sua memoria ispira,
e nonostante tutti i mali di cui fu colmo il suo cuore,
solo quel tempo può ancora animare una lira;
l’aquila era rovesciata, ma non avvilita;
allora, se soccombeva vittima del fato invidioso,
il prode eguagliava la sua morte alla vittoria,
quando, fulminato dall’alto, sospeso sull’abisso,
il suo capo morto si chinava… e non si abbassava!
Da quando nulla di grande passa o si prepara,
che la gloria ha lasciato il posto a giorni più oscuri,
chi potrebbe ormai ispirare il poeta
e prestargli canti degni dei tempi futuri?
Tutto è cambiato da allora, o Francia sventurata!
Il tuo orgoglio è svanito, il tuo coraggio abbattuto!
Dei tuoi antichi guerrieri la vita abbandonata
si esaurisce senza combattimenti e langue senza virtù!
Sulla tua sorte infelice invano si sospira.
Si fa ai tuoi figli un delitto delle loro lacrime,
e il pallido fiaccola che conduce agli onori
si accende a quel rogo dove la patria spira.
Oh! se i versi timorosi usciti dalla mia penna
o se l’espressione che tremando ho tracciato,
osassero, indipendenti, rispondere al mio pensiero,
e palpitare del fuoco che in me ho sentito…
Quanto sarei fiero di smascherare il delitto,
di cui cresce ogni giorno il potere colossale,
e vendicando la patria oltraggiata e vittima
di affrontare i nostri Sejani sul loro carro trionfale!…
Ma si dice che presto, alla loro voce soffocata,
la mia debole musa, ahimè! si spegnerà per sempre,
e che il mio liuto spezzato accrescerà il trofeo
eretto dalla bassezza agli idoli delle corti…
Che prima di quel giorno ancora sotto le mie dita si animi!
Che vada, fremendo di un accordo più sublime,
nei cuori dei Francesi un istante a riscaldare
quella voce dell’onore troppo a lungo addormentata,
che, docili ai voti di una lega nemica,
l’interesse o il timore vorrebbero soffocarvi!
Gérard de Nerval
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-prologo-delle-elegie-nazionali-gerard-de-nerval/
