Bench’io sia floscia e gemente e così povera! così tetra!
Così stanca! Rialzati, di te stessa vincitrice;
leva la tua volontà che cade contro il cippo
e balza, in piedi, ròzza a terra, mio cuore!
Esaspera sinistramente la tua dissanguata
carcassa e spingi al vento, per sentieri arrossati
di sangue, la tua corsa; e fiuta e lecca con la lingua
la tua piaga, e lotta e inciampa e cadi — e risorgi!
Non ne puoi più e non speri più; che importa!
Poiché il tuo odio immenso ancor nitrisce il suo lutto,
poiché la sorte t’infuria e non sei morta
e il tuo male frustato si impenna nel tuo orgoglio.
E che sia ancora della tortura! ancora!
e bella e folle e rossa e ubriaca — e il desiderio
di bersi il dolore da ogni poro,
e la vertigine e l’orrore — e il piacere,
O mia ròzza di zolfo e d’ossa che io sfianco
di quello, un tempo, laggiù, in quelle mezzanotti del Nord,
dei cavalieri di lampo, sui loro cavalli d’ebano,
che si lanciavano sfrenati, focosi del vuoto e della morte.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-perdutamente-emile-verhaeren/
