Tutto solo,
Che l’estate lo culli, che l’inverno lo agiti,
Che il suo tronco sia brinato o il suo fogliame verde,
Sempre, lungo i giorni di tenerezza o di odio,
Egli impone la sua vita enorme e sovrana
Alle pianure.
Vede gli stessi campi da cento e cento anni
E le stesse arature e le stesse semine;
Gli occhi oggi morti, gli occhi
Delle antenate e degli antenati
Hanno guardato, maglia dopo maglia,
Annodarsi la sua scorza e i suoi rudi rami.
Egli presiedeva tranquillo e forte alle loro opere;
Il suo piede villoso riservava loro un letto di muschio;
Riparava il loro sonno nell’ora di mezzogiorno
E la sua ombra fu dolce
A quelli dei loro figli che si amarono un tempo.
Fin dal mattino, nei villaggi,
Da come canta o piange, si presagisce il tempo;
Egli è nel segreto delle nuvole violente
E del sole che si scosta agli orizzonti latenti;
Egli è tutto il passato in piedi sui campi tristi,
Ma quali che siano i ricordi
Che nel suo legno persistono,
Appena gennaio finisce
E la linfa, nel suo vecchio tronco, si effonde,
Con tutte le sue gemme, con tutti i suoi rami,
– Labbra folli e braccia contorte –
Egli lancia un grido immensamente teso
Verso l’avvenire.
Allora, con raggi di pioggia e di luce,
Sfiora le gemme delle sue prime foglie,
Contrae i suoi nodi, leviga i suoi rami;
Assale il cielo, con una fronte sempre più alta;
Proietta così lontano le sue porose radici
Che esaurisce lo stagno e le terre vicine
E che talvolta si arresta, come stupito
Del suo lavoro muto, profondo e accanito.
Ma per sbocciare e regnare nella sua forza,
Oh le lotte che dovette subire, l’inverno!
Gladi del vento attraverso la sua scorza.
Grida d’uragano, furie dell’aria,
Brine simili a qualche aspra limatura,
Tutto l’odio e tutta la battaglia,
E le grandinate dell’Est e le nevi del Nord,
E il gelo cupo e bianco il cui dente morde,
Fino all’alburno, l’ampia matassa delle fibre,
Tutto gli fu male che torce, dolore che vibra,
Senza che mai tuttavia
Un solo istante
Si rallentasse la sua energia
Nel fermamente volere che la sua vita allargata
Fosse più bella, a ogni primavera.
In ottobre, quando l’oro trionfa nel suo fogliame,
I miei passi ancora ampi, benché pesanti e stanchi,
Spesso hanno diretto il loro lungo pellegrinaggio
Verso quell’albero d’autunno e di vento attraversato.
Come un gigante braciere di foglie e di fiamme,
Si ergeva, superbamente, sotto il cielo azzurro,
Sembrava abitato da un milione di anime
Che dolcemente cantavano nel suo ramame cavo.
Andavo verso di lui con gli occhi pieni di luce,
Lo toccavo, con le mie dita, con le mie mani,
Lo sentivo muoversi fino in fondo alla terra
Secondo un movimento enorme e sovrumano;
E premevo su di lui il mio petto brutale,
Con un tale amore, un tale fervore,
Che il suo ritmo profondo e la sua forza totale
Passavano in me e penetravano fino al mio cuore.
Allora, ero mescolato alla sua bella vita ampia;
Mi sentivo potente come uno dei suoi rami;
Si piantava, nello splendore, come un esempio;
Amavo più ardentemente il suolo, i boschi, le acque,
La pianura immensa e nuda dove passano le nuvole;
Ero armato di fermezza contro il destino,
Le mie braccia avrebbero voluto tenere in sé lo spazio;
I miei muscoli e i miei nervi rendevano leggero il mio corpo
E gridavo: “” La forza è santa.
Bisogna che l’uomo imprima la sua impronta
Tranquillamente, sui suoi disegni audaci:
Essa è quella che tiene le chiavi dei paradisi
E il cui largo pugno ne fa girare le porte “”.
E baciavo il tronco nodoso, perdutamente,
E quando la sera si staccava dal firmamento,
mi perdevo, nella campagna morta,
Camminando dritto davanti a me, verso chissà dove,
Con grida scaturite dal fondo del mio cuore folle.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-lalbero-emile-verhaeren/
