XXXVI
Sembrava intirizzito, ché la bise era dura.
Era, sotto un ammasso di rami senza verzura,
una povera statua, dal dorso nero, dal piede verde,
un vecchio fauno isolato nel vecchio parco deserto,
che, con la fronte china toccando i rami degli alberi,
si perdeva a mezzo busto nella sua guaina di marmo.
Era là, pensieroso, alla terra legato,
e, come ogni cosa immobile, — dimenticato!
Alberi lo circondavano, frustati da un vento di ghiaccio,
e come lui invecchiati in quel medesimo luogo;
castagni giganteschi, senza foglie, senza uccelli,
sotto le loro chiome confuse in tenebrose reti,
pallido, appariva, e la terra era bruna.
Un’aspra notte d’inverno, senza stella e senza luna,
cadeva a larghe falde nel nebbioso diffuso.
Altri alberi più lontano incrociavano i loro fusti scuri;
più lontano altri ancora, sfumati dallo spazio,
spingevano nel cielo grigio dove passa il vento della sera
mille piccoli rami neri, contorti e mescolati,
e si posavano ovunque, l’uno dall’altro velati,
sull’orizzonte, perduto nei vapori informi,
come un grande gregge rossastro di ricci enormi.
Nulla di più. Quel vecchio fauno, un cielo tetro, un bosco nero.
Forse nella bruma in lontananza si poteva vedere
qualche lunga terrazza dalle verdastre basi,
od, presso una grande vasca, ninfe indecise,
vergognose a buon diritto in quel parco abolito,
un tempo degli sguardi, ora dell’oblio.
Il vecchio fauno rideva. — Nelle loro ombre dubbie
lasciando la vasca triste e le ninfe vergognose,
il vecchio fauno rideva, è a lui che io venni;
commosso, ché senza pietà tutti questi scultori divini
condannano per sempre, contenti che li si ammiri,
le ninfe alla vergogna e i fauni al riso.
Io, ho sempre pietà del povero marmo oscuro.
Dell’uomo meno spesso, perché è più duro.
E, senza offendere con una parola il suo orecchio ferito,
ché il marmo ben intende la voce del pensiero,
gli dissi: «Voi eravate del bel secolo innamorato.
Silvano, che cosa avete visto quando eravate felice?
Eravate a corte? Assistevate alle feste?
Per divertirvi sono fatte queste ninfe.
Per voi, in questi boschi, mani sapienti
hanno mescolato gli dèi greci e i cesari romani,
e, nei chiari specchi d’acqua riflettendo i vasi rari,
hanno torto tutto questo giardino in dedali bizzarri.
Quando eravate felice, che cosa avete visto, Silvano?
Raccontatemi i segreti di quel passato troppo vano,
di quel passato incantevole, pieno di fiamme discrete,
dove tra i grandi re crescevano i grandi poeti.
Quanti freschi ricordi di cui ancora ridete!
Parlatemi, bel Silvano, come parlereste
all’albero, al vento che soffia, all’erba non calpestata.
Da un capo all’altro di questo fitto viale,
avete mai, beffardo antico e greco,
quando vicino a voi passava con il bel Lautrec
Margherita dagli occhi dolci, la regina bearnese,
lanciato il vostro occhio obliquo all’Ercole Farnese?
Solo sotto la vostra antro verde di fogliame bagnato,
o compiacente Silvano, avete consigliato,
voltandovi verso ciascuno dal lato che l’attira,
Racan come pastore, Regnier come satiro?
Avete visto talvolta, su questa panchina, verso mezzogiorno,
sudare Vincenzo de’ Paoli a plasmare Gondi?
Fauno! avete seguito con quello sguardo strano
Anna con Buckingham, Luigi con Fontanges,
e si voltavano essi, il rossore sulla fronte,
sentendovi ridere all’angolo del bosco profondo?
Eravate consultato sul tirso o sull’edera,
allorquando in un gran balletto di forma singolare
la corte del dio Febo o la corte del dio Pan
con il nome di Amarilli inebriavano Montespan?
Fuggendo degli cortigiani le orecchie di pietra,
La Fontaine venne egli, le lacrime nelle palpebre,
delle sue ninfe di Vaux a raccontarvi i rimpianti?
Che vi diceva Boileau, che vi diceva Segrais,
a voi, fauno letterato che un tempo nell’egloga
avevate con Virgilio un incantevole dialogo,
e che facevate saltare, sul prato nascente,
il pesante spondeo al passo del dattilo danzante?
Avete visto giocare le bellezze nell’erbe,
Chevreuse dagli occhi inondati, Thiange dalle arie superbe?
Vi hanno esse talvolta del loro gruppo vermiglio
circondato follemente, sì che il sole
tagliava all’improvviso, perforando qualche nube,
il vostro profilo lascivo sul loro seno ingenuo?
Il vostro albero ha ricevuto sotto il suo riparo sereno
il drappo scarlatto del pallido Mazzarino?
Avete avuto l’onore di vedere sognare Molière?
Vi ha egli talvolta, con voce familiare,
gettandovi bruscamente un verso melodioso,
dato del tu, come si fa tra i semidei?
Tornando una sera dal fondo dei viali,
quel pensatore, che, vedendo le anime tutte nude,
non poteva aver paura della vostra nudità,
all’uomo nel suo spirito vi ha egli confrontato?
E vi ha egli trovato, voi lo spettro cinico,
meno triste, meno cattivo, meno freddo, meno ironico,
allorquando confrontava, fermandosi per via,
il vostro riso di marmo al nostro riso umano? »
Così gli parlavo sotto la folta ramata.
Egli non rispose nemmeno con un mormorio.
Ascoltavo, chinato sul marmo gelato,
ma non udii nulla muoversi del passato.
Il livido chiarore del giorno che si ritira
sbiancava vagamente l’immobile satiro,
muto alla mia parola e sordo alla mia pietà.
A vederlo là, sinistro, e uscente a metà
dal suo fodero annerito dall’umida fogliata,
si sarebbe detto l’elsa in torso cesellata
di un vecchio gladio arrugginito che si lascia nel fodero.
Scossi la testa e mi allontanai da lui.
Allora dai cespugli neri, dai rami disseccati
come sorelle in lutto sul suo capo chinate,
e dagli antri segreti sparsi nei boschi,
mi parve improvvisamente che uscisse una voce,
che nella mia anima oscura e vagamente sonora
svegliava un’eco come in fondo a un’anfora.
— ” O poeta imprudente, che fai? lascia in pace
i fauni abbandonati sotto gli alberi folti!
Poeta! ignori tu che è sempre empio
andare, nei luoghi deserti dove dorme l’ombra assopita,
scuotere, per amore foste pure trascinati,
quel muschio che pende ai secoli rovinati,
e turbare, col vano rumore delle vostre voci indiscrete,
il ricordo dei morti nelle sue cupe retraite! ”
Allora nei giardini sotto la bruma sepolti
mi addentrai, sognando i giorni svaniti,
mentre i rami si riempivano di mistero,
e che dietro di me il fauno solitario,
geroglifico oscuro di un antico alfabeto,
continuava a ridere alla notte che scendeva.
Andavo, e contemplando con uno sguardo ancora triste
tutti quei dolci ricordi, bellezza, primavera, aurora,
nell’aria e sotto i miei piedi sparsi, mescolati, fluttuanti,
foglie dell’altra estate, donne dell’altro tempo,
intravedevo in lontananza, sotto le ramificazioni scure,
dei marmi nel bosco, nel passato delle ombre!
19 marzo 1837.
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-statua-victor-hugo/
