La morte

Poesi di Emile Verhaeren Epoca XIX secolo

Con i suoi larghi carri funebri
Ornati di piume maiuscole,
Nei mattini, fra le nebbie,
La morte circola.

Adorna e nera e opulenta,
Tamburi velati, musiche lente,
Con i suoi larghi carri funebri,
Affiancati da quattro lampadari,
La Morte si stende e si esagera.

Simili ai notturni tesori,
Le grosse bare stemmate
– Lacrime d’argento e blasoni d’oro –
Ascoltano l’ora eclatante dei rintocchi
Che le campane gettano, laggiù:
L’ora che cade, con dei balzi
E dei singhiozzi, sulle case,
L’ora che muore sulle dimore,
Con dei balzi e dei singhiozzi di piombo.

Adorna e nera e opulenta,
Al grido delle organi violente
Che la celebrano,
La morte tutta in tenebre
Regna, come un idolo assiso,
Sotto la cupola delle chiese.

Fuochi, torti come idre,
Si rizzano, attorno al catafalco immenso
Dove angeli, tenendo falci e ceri,
Drizzano la loro veemenza,
Chiarini protesi, verso il nulla.

Il vuoto ne è ingrandito sotto il transetto spalancato
Alte voci di bambini
Gettano verso le misericordie
Grida torte come corde,
Mentre le vecchie muraglie
Salgono, come bianchi sudari,
Attorno al blocco formidabile e vacillante
Di queste massicce esequie.

Avvolta in nero e familiare,
La Morte se ne va lungo le strade
Lunghe e lineari.

Avvolta in nero, come la sera,
La vecchia Morte aggressiva e burbera
Se ne va per i quartieri
Delle botteghe e dei mestieri,
In carrozza che si esalta

Di grossi pannelli esorbitanti,
Colore d’usura e d’altri tempi.

Avvolta in nero, la Morte
Spezzando, fra le sue mani, il destino
Delle persone meticolose e riflessive
Che si estenuano, nelle loro case,
Invano, a far fortuna,
La Morte improvvisa e importuna
Li mette in ordine nelle loro bare
Come in caselle regolari.

E le campane suonano penosamente
Un infelice funerale,
Sul defunto, che si trascina,
Per le chiese colossali,
Verso un angolo d’ombra, dove alcuni ceri
Povere fiamme, bruciano, davanti alla Vergine

Vestita in nero e bisognosa,
La Morte giunge fino ai sobborghi,
In carro traballante e pesante,
Con delle vecchie ronzini
Che sferza
Ogni mattina, verso quali destini?
Vestita in nero,
La Morte scavalca il marciapiede
E il tombino pallido, dove si specchiano i paracarri,
Che vanno laggiù, uno a uno, verso i campi mesti;
E lesta e rude e sdegnosa
Raggiunge le scale e si ferma sui pianerottoli
Dove si sente piangere e singhiozzare,
Dietro la porta socchiusa,

Persone che lasciano cadere la speranza,
Inerte.

E nella pioggia indefinita,
Una piccola chiesa di periferia,
Molto magramente, suona un addio,
Sulla bara di abete bianco
Che si avvicina, con persone dolenti,
Per le strade, silenziosamente.

Tale la Morte quotidiana e logica
Che fa la sua opera e il segno di croce
E di addii mesti e di voci
Che gridano verso l’ignoto le speranze liturgiche.

Ma altre volte, è la Morte grande e sicura
Con la sua ala che in lontananza rammenda,
Verso le città del terrore.

Un cielo strano e rossastro brucia la terra umida
Delle torri nere si stirano dritte
Come braccia, nel terrore dei credenti
Le notti cadono come ispessite,
Le notti pesanti, le notti ammuffite,
Dove, nell’aria grassa e nel calore rancido,
Carri pieni, la Morte circola.

Ampia e gigante come l’ombra,
Dall’alto in basso delle case scure,
La si ascolta scivolare, rapida e ansante.

La paura del giorno che viene, la paura di ogni attesa,
La paura di ogni istante che si scocca,
Perseguita i cuori, ovunque,
E raddrizza, improvvisamente, nel loro sudore, in piedi
Coloro che, verso mezzanotte, pensano al mattino
Gli ospedali gonfi di malattie,
Con gli occhi febbrili delle loro finestre rosse
Guardano il cielo torbido, dove nulla si muove
Né risponde alle angosce cresciute.

Le fogne trascinano il veleno
E gli acidi e i clori,
Colore di madreperla e di fosforo,
Invano uccidono la sua fioritura.

Grossi bombi risuonano
Per tutti, per nessuno
Le chiese barricano la loro soglia,
Davanti alla massa delle bare.

E si sente, in galoppi sperduti,
La morte passare e le bare che si trasportano
Alle necropoli, le cui porte,
Né notte né giorno, non si chiudono più.

Tragica e nera e leggendaria,
I piedi appiccicosi, i gesti folli,
La Morte spazza in un grande vuoto
La città intera al cimitero.

Emile Verhaeren

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-la-morte-emile-verhaeren/