VII
Che fate, Signore? a che serve la vostra opera?
A che giova l’acqua del fiume e il lampo della tempesta?
I prati? i rivi puri che lavano il tappeto erboso?
E, sui colli verdi di cui si colma l’orizzonte,
Gli immensi greggi dalle feconde aliti
Che l’abbaiare dei cani caccia attraverso le pianure?
Perché, in questo dolce mese in cui l’aria sembra intiepidita,
Quando un calice si schiude ai soffi di mezzogiorno,
Vi tuffate, o Signore, l’ape bottinatrice,
E cambiate ogni fiore in campana ronzante?
Perché la nebbia d’oro che sale dai casali?
Perché l’ombra e la pace che cadono dai rami?
Perché il lago azzurro seminato di molli isole?
Perché i boschi profondi, le grotte, gli asili?
A che giova, ogni sera, quando risplende l’estate vermiglia,
Come un carbone ardente che depone il sole
In mezzo ai vapori smossi dai venti,
Accendere al tramonto un braciere di nubi?
Perché arrossare la vigna e gettare ai vecchi muri
Il raggio che ritorna a gonfiare gli acini maturi?
A che giova inclinare sui suoi assi mobili
Questo globo mostruoso con tutte le sue città,
E i suoi monti e i suoi mari che fluttuano all’intorno,
A che giova, o Signore, inclinarlo a turno,
Perché l’ombra lo spenga o il giorno lo indori,
Ora verso la notte oscura e ora verso l’aurora?
A che vi serve l’onda, la nube, il rumore
Che in segreto nel fiore fa il germe del frutto?
A che giova fecondare gli eteri e le onde,
Fare a tutti i soli cinture di mondi,
Popolare di astri erranti l’arca enorme dei cieli,
Signore! e sulle nostre fronti, donde raggiano i nostri occhi,
Ammassare in ogni senso milioni di leghe
E del vago infinito posare le pianure azzurre?
Perché sulle altezze e nelle profondità
Questo ammasso spaventoso di ombre e di splendori?
A che giova profumare, scaldare, nutrire e rilucere,
Tutto amare, e, Dio buono! incessantemente tradurre,
Per l’occhio interiore come per l’occhio carnale,
L’eterno pensiero in eterno spettacolo?
Se è perché in questo secolo in cui la legge cade in cenere
L’uomo passi senza vedere, senza credere, senza comprendere,
Senza nulla cercare nell’ombra, e senza levare gli occhi
Verso i consigli divini che fluttuano nei cieli,
Sotto la forma sacra o sotto il velo sfolgorante
Ora d’una nube e ora d’una stella!
Se è perché questo tempo faccia, nella sua tetra noia,
Dell’oppresso di ieri l’oppressore di oggi;
Perché ci si sbrani a vicenda a proposito di cento sogni;Perché il popolo, folla in cui dormono tante linfe,
Al pari dei re, — grave e alta lezione! —
Abbia la brutalità per ultima ragione,
E risponda, gregge che si uccide o che lapida,
Alla palla cieca col pietrame stupido!
Se è perché la sommossa scuote la città!
Perché tutto sia tiranno, anche la libertà!
Se è perché l’onore degli antichi gentiluomini,
Ai progetti dei partiti si aggioga tristemente;
Se è perché al suo odio si aggiunga un giuramento
Come al suo vecchio pugnale si rimette una lama;
Se è perché il principe, uomo nato da una donna,
Nato per brillare in fretta e per vivere ben poco,
Si immagini d’essere re come voi siete Dio!
Se è perché la gioia ai giusti sia rapita;
Perché l’iniquità regni, perché l’invidia,
Empliando tante fronti di braci divoranti,
Faccia piccoli dei cuori che l’amore farebbe grandi!
Se è perché il prete, infermo e triste apostolo,
Cammini con i suoi due occhi, aprendone uno e chiudendo l’altro,
Insulti alla natura in nome del verbo scritto,
E non comprenda che qui tutto è spirito,
Che Dio mette come in noi il suo soffio nell’argilla,
E che l’albero e il fiore commentano il Vangelo!
Se è perché infine nessuno, grande o piccolo,
Nemmeno il vecchio che l’età appesantisce,
Nessuno, dal sepolcro sondando i viali,
Abbia l’austera cura delle cose ignote,
E che, simile al bue dall’istinto assopito,
Ognuno tracci un solco senza pensare alla spiga!
Poiché l’umanità, tetra e mancante di profeti,
Perde l’ammirazione delle opere che voi fate;
L’uomo non sente più rilucere nel suo cuore trionfante
Né l’alba, né il giglio, né l’angelo, né il bambino,
Né l’anima, questo raggio fatto di pura luce,
Né la creazione, questa immensa figura!
Di qui viene che spesso io sogno e che io dico:
— Saremmo forse condannati e maledetti?
Questi viventi, meschinamente prosperi,
Sarebbero diseredati del soffio dei loro padri?
O Dio! considerate gli uomini di questo tempo,
Ciechi, lontani da voi sotto tanta ombra fluttuanti.
Spegnete i vostri soli, o riaccendete la loro fiamma!
Riprendetevi il vostro mondo, o date loro un’anima!
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-mondo-e-il-secolo-victor-hugo/
