Al mio grande amico
il conte Roselly de Lorgues
Il Giorno muore, — e la Notte mette il piede sulla sua tomba
Con il nero orgoglio di aver ucciso il Giorno.
Dalla patère alla sfinge ricade la spessa cortina,
E il salone deserto nel suo vasto perimetro
Ha preso arie di catacomba.
E le imposte chiuse sopra la cortina
Hanno fatto come una bara al mio cupo pensiero…
Sono solo come un morto; — e la lampada abbassata
Sotto il suo cappuccio nero vicino a me posata
Sembra un monaco su un sepolcro.
E i vasi d’alabastro in fondo agli angoli
Impallidiscono vaporosi, ma appaiono ancora.
Nulla fa più muovere le pieghe pesanti delle tappezzerie…
Tutto tace, — eccetto il vento del corridoio
Che piange anch’esso sui tetti!
E dal cappuccio della lampada oscurati
I grandi muri del salone sembrano più lunghi di un’auna…
E nel chiaroscuro, oscillante, vago, atono,
Si vede staccarsi un busto, — un busto giallo
Che sporge da un angolo del rivestimento.
È un bel busto biondo, — d’un biondo pallido, — in argilla,
Modellato divinamente con un’arte incantevole.
Nessun nome si legge sul suo fragile piedistallo.
L’ho sempre visto lì, in quell’angolo, e vi resta
Come un sogno, — un sogno immobile.
È un busto di donna dai tratti aquilini e fini,
Dai capelli rialzati, dalle tempie scoperte,
E che, — lì, — da quell’angolo, velato d’ombre discrete,
Vi allunga, di tre quarti, le palpebre aperte,
Di altezzosi sguardi incerti.
Fu per me sempre una strana figura
Quel busto di donna, — e fin dai miei primi anni,
Lo cercavo con gli occhi nella sua penombra oscura…
Poi, quando ne fui lontano per lo spazio e il tempo,
Nel mio cuore, — quell’altro angolo!
Perché quel busto, fu… sì! il mio primo amore,
Il primo amore folle del mio cuore solitario!
La donna che esso era è rimasta un mistero…
Era — mi avevano detto — la zia di mia madre,
Una dama di Chavincour
Morta verso i trent’anni… Nulla di più. La sua acconciatura
In questo busto è molto semplice e quella del suo tempo.
I suoi capelli a strati non hanno nemmeno un fiocco.
Si direbbe, ma allora senza nodi e senza nastri,
La Regina Maria Antonietta.
È proprio quello il collier, — quel collier di sequins
Che le donne stringevano come si fa la cintura,
La cravatta del collo, ben più che la sua parure…
E anche quel corpetto, la cui brusca scollatura
Scende fino tra i due seni.
O busto, idolatrato dalla follia della mia infanzia,
Busto misterioso che rivedo questa sera!…
Quando nulla, nulla nel mio cuore ha più un’aureola,
Tu risplendi sempre, giallo, nel tuo angolo nero,
O busto! la mia prima idolo!
Tutti i busti viventi che ho preso sul mio cuore
Vi si sono infranti, consumati, deformati dalla vita…
La loro argilla di carne si è più presto ammorbidita
Che la tua argilla, o busto! immobile effigie
E del tempo inerte vincitore!
Tu solo non ti sei mosso, busto! forma e materia,
La vita, scorrendo, non ha potuto toglierti nulla…
Il mio sogno, accanto a te, lo vengo a compiere…
Penserò a te fino al cimitero,
Ma, o busto! dopo di me, quale cuore farà sognare
La tua argilla, — sulla mia polvere?…
Jules Barbey d’Aurevilly
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-busto-giallo-jules-barbey-d-aurevilly/
