Sul far della sera, quando già l’impeto
della vita agitata e rapace si abbassa,
sotto un cielo basso e molle e gonfio di ombra spessa,
il quartiere fulvo e nero erige il suo vecchio scenario
di carne, di sangue, di vizio e d’oro.
Delle comari, blocchi di carne ammassata e stanca,
apostrofano, dalla soglia di porte basse,
la gente che passa;
dietro di loro, in fondo a corridoi rossi
dei fuochi luccicano, una tenda si muove
e si solleva e permette d’intravedere
bei corpi nudi in degli specchi.
Il porto è vicino. A sinistra, in fondo alle strade,
l’intreccio degli alberi e delle antenne ostruisce
un lembo di cielo enorme;
a destra, un mucchio brulicante di vicoli deformi
cade dalla città – e le folle oscure
vi si affrettano verso i loro destini di putredine.
È il banco flaccido e mostruoso della lussuria
eretto, da sempre, sulle frontiere
della città e del mare.
Laggiù, tra i flutti e i casi,
quelli che vegliano, malinconici, ai quarti di guardia
e i mozzi le cui vesti sono sospese
ad alberi abbassati o a corde tese,
tutti ne sognano e l’evocano, in sere così;
il desiderio crudo li torce in volontà sfrenate;
i baci molli del vento sul loro torso circolano;
l’onda desta in loro immagini che bruciano;
e le loro due mani e le loro due braccia si disperano
o si esaltano, tese verso la terra.
E quelli di qui, quelli degli uffici e dei bazar,
computisti ostinati, mercanti precisi, scribi smarriti,
fronti ammorbidite, cervelli affittati e mani vendute,
quando le chiavi della cassa sono appese al muro,
sentono lo stesso calore mordere il loro corpo, in sere così;
li si ode scendere in branchi neri,
come cani cacciati, dal fondo del crepuscolo,
e la depravazione in loro così fortemente travolge
la loro avarizia e la loro prudenza abitudinaria
che li consuma e li rovina, con collera.
È il banco flaccido e mostruoso della lussuria
eretto, da sempre, sulle frontiere
della città e del mare.
Venuti da quali lontananze felici o fatali?
Venuti da quali empori febbricitanti o metodici?
Con, nei loro occhi duri, l’odio aspro e sornione,
con, nel loro istinto, la battaglia e l’angoscia,
intorno a femmine rosse che li rendono folli,
si radunano e si ammutinano in ardenti parole.
Dei mascheroni focosi e degli ornamenti crudi
luccicano lungo i muri e nell’ombra si scagliano;
dei satiri saltellanti e dei Bacco panciuti
ridono d’un riso immobile in degli specchi pallidi;
dei fiori muoiono. Su dei tavoli da gioco,
le coppe si scaldano, torcendo la loro fiamma in stendardi blu;
Un vasetto di belletto s’incrosta, all’angolo d’una mensola;
una gatta balza verso delle mosche, leggera;
un ubriaco sonnecchia disteso su una panca,
e delle donne vengono a lui e chinandosi
sfiorano i suoi occhi chiusi, con i loro seni enormi.
Le loro compagne, reni affaticati, groppe che dormono,
su delle poltrone e dei divani sono ammassate,
la carne già tetra per essere stata calpestata
dai primi passanti della via banale.
Una di loro infila in una calza un pezzo d’oro,
un’altra sbadiglia e si stira, altre ancora
– fiaccole defunte, tirsi usurati delle baccanali
che sentono l’età e la fine fiutarli dal muso,
gli occhi fissi, si accarezzano la pelle,
con una mano lenta e meccanica.
È il banco flaccido e mostruoso della lussuria
eretto, da sempre, sulle frontiere
della città e del mare.
A seconda del denaro che tintinna nelle tasche,
la promessa si scambia o il rimprovero;
un cinismo tranquillo, un ardore stanco
presiede alla tenerezza o alla minaccia.
L’abbraccio e i baci annoiano. Spesso,
quando i pugni si riconoscono, al vento
degli insulti e delle imprecazioni, sempre le stesse,
qualche gaiezza si spreme e sgorga dalle bestemmie,
ma subito ricade – e talvolta si ode,
nel silenzio inquietante,
un campanile vicino e ansante
suonare l’ora pesante e funebre,
sulla città, nelle tenebre.
Eppure, lungo i giorni, quando le feste si fanno avanti,
sia d’inverno, Natale, sia d’estate, San Pietro,
il vecchio quartiere di sporcizia e di luce
sale verso il peccato, con uno slancio ampio.
Fermenta di canti urlati e di fracassi:
finestra per finestra, piano per piano,
le sue facciate scagliano, dall’alto in basso,
il vizio – e fino in fondo alle soffitte,
brama l’ardore e si accoppiano le rabbie.
Nella sala grande, dove i marinai affluiscono,
spingendo davanti a sé qualche buffone di strada
che si contorce in mimiche oscene,
i vini di spuma e d’oro saltano dal loro fodero;
Gli uomini ubriachi urlano come pazzi,
le donne si offrono – e, all’improvviso,
i calori avvampano, le braccia si annodano, i corpi si torcono,
non si vedono più che istinti che si mordono a vicenda,
seni offerti, ventri presi e l’incendio
di occhi smarriti in cespugli di carne brandita.
È il banco flaccido e mostruoso della lussuria,
dove il crimine pianta i suoi coltelli chiari,
dove la follia, a colpi di lampi,
incrina le fronti di lividi,
è il banco flaccido e mostruoso,
eretto, da sempre, sulle frontiere
tributarie della città e del mare.
Emile Verhaeren
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-il-banco-di-vendita-emile-verhaeren/
