Che bel luogo! Là il cedro con l’olmo sussurra,
L’asino è lirico e sembra aver visto Don Chisciotte,
La tigre in gabbia ha l’aria di un re nel suo palazzo,
Gli pachidermi sono spaventosamente brutti;
E poi è letterario, si sogna a idilli
Di Viennet vedendo sbadigliare i coccodrilli.
Là, mentre al babbuino la scimmia femmina si vende,
Mentre il somaro contempla il sapiente,
E che l’avvoltoio fa al gufo buon viso,
Certo, è un impiego del tempo degno di un saggio
Andarsene a fantasticare in quell’ombra, tra
Questi alberi pieni di nidi, dove tutto sembra addormentato
E veglia, dove il rifiuto acconsente, dove l’amore lotta,
E ascoltare il vento, questo dolce suonatore di flauto.
Impariamo, lasciamo fare, amiamo, i cieli sono grandi;
E diventiamo sapienti, e restiamo ignoranti.
Siamo sotto l’infinito ascoltatori onesti;
Nulla è muto né sordo; vediamo il maggior numero di bestie
Che possiamo; traiamo profitto dalle loro lezioni.
Poiché intorno a noi tutto sogna, noi pensiamo.
L’ignoranza è un po’ simile alla preghiera;
L’uomo è grande davanti e piccolo dietro;
È, da Euclide a Newton, da Giobbe a Réaumur,
Un indiscreto che vuol vedere sopra il muro,
E la natura, in fondo molto beffarda, parafa
La nostra scienza con il collo della giraffa.
Cercate di vedere, è bene. Spiate. Il nostro spirito
Spinge la nostra scienza a spiare; Dio sorride,
Vecchio malizioso.
L’ho detto, Dio si presta alla critica.
Non è sobrio. È straripante, frenetico,
Inconveniente; qui il nano, là il gigante,
Tutto in una volta; enorme; manca di nulla.
Abusa dell’abisso, abusa del prisma.
Tutto, è troppo. Il suo sole arriva fino al gongorismo;
Luce esagerata. Sì, Dio davvero è ineguale;
Qui la Siberia, e là il Senegal;
E ovunque l’antitesi! bisogna rassegnarsi;
Se fa nero il corvo, è perché fece bianco il cigno;
Oggi Dio ci gela, ieri ci scaldava.
Come all’accademia gli si direbbe il fatto suo!
Che vuole da noi la cometa? A cosa serve il bolide?
Quando si è un pedante serio e solido, Più si è abbagliati, meno si è soddisfatti;
La ferula a Batteux, la sciabola a Galifet
Non tollerano Dio senza qualche impazienza;
Dio turba l’ordine; mette sulle spine la scienza;
Appena si è finito che bisogna ricominciare;
Sembra che si senta nella mano scivolare
Non so quale serpente tutto squamato d’aurora.
Non appena avete detto: basta! lui dice: ancora!
Questo demagogo dà al povero tanti fiori
Quanto al ricco; non sa limitarsi; i suoi colori,
I suoi raggi, i suoi lampi, è più di quanto si desideri.
Ah! tutto ciò fa male agli occhi! dice la civetta.
E la civetta, è la saggezza.
È certo
Che Dio taglia a suo piacere il mondo in pieno azzurro;
Mescola l’ironia al suo tuono epico;
Se si plana fulmina e se si bruca punge.
(Non mi stupisco che Planche avesse l’aria punta.)
Il vento, voce senza ragione, sorta di rumore mancato,
Senza mai spiegarsi e senza mai concludere,
Ripete, e l’oceano non è esente da enfasi.
Quanto a me, sarei, ne faccio qui confessione,
Curioso di sapere cosa direbbero di Dio,
Del mondo che egli regge, del cielo che egli esagera,
Dell’infinito, sinistro e confuso scaffale,
Di tutto ciò che questo Dio prodiga, degli ammassi
Di stelle di ogni genere e di tutti i formati,
Del suo modo di riempire di astri il telescopio,
Nonotte e Baculard nel caffè Procope.
Victor Hugo
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-ancora-dio-ma-con-delle-restrizioni-victor-hugo/
