Alo scultore David

Poesi di Victor Hugo Raccolta ArrayTemi ArteEpoca XIX secolo

ALO SCULTORE DAVID

I

David! come un gran re che spartisce a dei prìncipi
gli stati paterni provincia per provincia,
Dio dà a ogni artista un impero diverso;
al poeta il soffio sparso nell’universo,
la vita e il pensiero e i fulmini tonanti,
e il magnifico sciame delle strofe frementi
che vola dall’uomo all’angelo e dal mostro al fiore;
la forma allo scultore; al pittore il colore;
al dolce musicista, sognatore limpido e cupo,
il mondo oscuro dei suoni che mormora nell’ombra.

La forma allo scultore! — Sì, ma tu lo sai bene,
la forma, o grande scultore, è tutto e non è niente.
Non è niente senza lo spirito, è tutto con l’idea!
Bisogna che, sotto il cielo, inondata di sole,
eretta sotto i fiammanti candelabri d’un gran tempio dorato,
o sola con la notte in un antro sacro,
in fondo ai boschi dormienti come sulla soglia d’un teatro,
la figura di pietra, o di rame, o d’alabastro,
porti divinamente sulla sua fronte calma e fiera
la bellezza, quel raggio, la gloria, quel lampo!
Bisogna che un soffio ardente le gonfi la narice,
che la forza possente le riempia il petto,
che la grazia ridente le abbia arrotondato le dita,
che la sua bocca muta abbia tuttavia una voce!
Bisogna che sia grave e per le mani gelida,
ma per gli occhi viva, e, davanti al pensiero,
davanti al puro sguardo dell’anima e del cielo azzurro,

nuda con maestà come Adamo davanti a Dio!
Bisogna che, Venere casta, ella esca dall’onda,
seminando lontano la vita e l’amore sul mondo,
e facendo intorno a sé, nel suo superbo slancio,
ovunque si sparpaglia e cade in gocce d’oro,
l’acqua dei suoi lunghi capelli, umido e sacro velo,
di ogni erba un fiore, di ogni occhio una stella!
Bisogna, se l’arte cristiana anima lo scultore,
che con lo stesso incanto ella abbia più altezza;
che Anima alata, ella rida e di Satana si beffi;
che, Martire, ella canti accanto alla ruota;
o che, Vergine divina, astro del gorgo amaro,
il suo sguardo sia così dolce che plachi il mare!

II

Ecco ciò che tu sai, o nobile scultore!
Tu che nell’arte profonda, come in un santuario,
entrasti ancor giovanissimo per non uscirne mai!
Spirito, che, posandoti sulle più pure vette
per creare la tua grande opera, ove sono tante armonie,
presso la fiamma in fronte a tutti i fieri geni!
Ecco ciò che tu sai, tu che senti, tu che vedi!
Maestro severo e dolce che illuminano a un tempo,
come un doppio raggio che getta una luce strana,
il giovane Raffaello e il vecchio Michelangelo!
E tu sai bene anche quale soffio ispiratore
talvolta, come un vento cupo, rapisce lo scultore,
anima temprata in Isaia e in Fidia,
dall’ode stretta e alta all’immensa epopea!

III

Gli uomini grandi, eroi o pensatori, — semidei! —
successivamente sul popolo sono passati radiosi,

gli uni armati di spada e gli altri di un libro,
questi mostrando col dito la strada da seguire,
quelli forzando la causa a uscire dall’effetto;
l’artista avendo un sogno e lo scienziato un fatto;
l’uno ha trovato la calamita, la stampa, la bussola,
l’altro un mondo dove si va, l’altro un verso che consola;
quel re, giusto e profondo, per aiutarlo nel cammino,
ha preso la libertà francamente per mano;
quei tribuni hanno forgiato freni alle repubbliche;
quel prete, fondatore di ospizi angelici,
sotto il suo tetto, che riscalda un alito di Dio,
ha preso il bambino senza madre e il vecchio senza fuoco,
quel mago, il cui spirito riflette le stelle,
di Iside ha levato uno dopo l’altro tutti i veli;
quel giudice, abolendo l’infame carretto,
ha cancellato il codice nel punto del boia;
seminando nonostante le grida insensate,
di scuole i casali e di pensieri i cuori,
per renderci migliori questo vero saggio è venuto;
in gravi istanti quell’altro ha contenuto,
sotto le sue possenti mani imposte alla folla,
il popolo, gran fabbricatore di corone infrante;
altri hanno traversato su un ponte vacillante,
sulla mina che un forte celava nel suo fianco,
sulla breccia da cui crolla una muraglia,
un orribile uragano di fiamma e di mitraglia;
in un secolo di odio, età empia e beffarda,
quelli, poeti santi, hanno fatto udire in coro,
alle cupe nazioni che la discordia spinge,
dei campi e delle foreste la voce augusta e dolce,
perché l’inno universale spegne le passioni;
perché è soprattutto nei giorni delle rivoluzioni,
tetro e bruciante deserto ove l’uomo si avventura,
che l’arte si disseta alla tua fonte, o natura!
Tutti questi uomini, cuori puri, spiriti di verità,
fronti in cui si è riassunta tutta l’umanità,
sognatori o radiosi, sono in piedi nella storia,

e tutti hanno il loro martirio accanto alla loro vittoria.
La virtù è un libro austero e trionfante
in cui ogni padre deve far compitare il proprio figlio;
ogni uomo illustre, avendo qualche divina impronta,
di questo grande alfabeto è una lettera santa.
Sotto i loro piedi sono raggruppati i loro simboli sacri,
astri, lire, compassi, leoni smisurati,
aquile dall’occhio di fiamma, dalle vaste ali.
— Lo scultore abbagliato contempla queste figure! —
Egli pensa alla patria, ai sepolcri solenni,
alle città da riempire di esempi eterni;
e ecco che già, visione magnifica!
dolcemente illuminati da un riflesso pacifico,
crescendo fuori dal suolo di momento in momento,
vaghi bassorilievi confusamente carichi,
in fondo al suo spirito, che il pensiero ingombra,
i enormi frontoni appaiono nell’ombra!

IV

Non è vero? è così che nel tuo cervello, senza rumore,
l’edificio si abbozza e l’opera si costruisce?
È questo che accade nella tua grande anima commossa
quando tutto un pantheon tenebroso vi si agita?
È così, non è vero, o maestro! che si unisce
l’uomo all’architettura e l’idea al granito?
Oh! quanto in quei momenti è alta la tua funzione!
Sulla soglia del tuo frontone tu ricevi come un ospite
questi uomini più che umani. Su un blocco di Paro
ti siedi faccia a faccia con tutti questi eroi
e là, davanti ai tuoi occhi che mai non vengono meno,
queste ombre, che saranno bronzo e marmo, fremono.
L’avvenire è tuo, questa meta di tutti i loro voti,
e tu puoi donarlo, o maestro, a chi vuoi!
Tu, spargendo su tutti la tua equità completa,

prete quanto scultore, giudice quanto poeta,
accogliendo questo, respingendo quello,
lodando Napoleone, rimproverando Attila,
talvolta ingrandendo l’uno per il contatto dell’altro,
spostando il guerriero per meglio collocare l’apostolo,
tu fai degli dèi! — tu dici, abbassando la tua altezza,
al povero vecchio soldato, all’umile vecchio pastore:
— Entrate! vi conosco. Le vostre corone sono pronte.
E dici a dei re: — Non so chi voi siate.

V

Perché non basta certo essere stati dei re,
aver portato lo scettro, e il globo, e la croce,
perché il fiero poeta e l’altero scultore
costellino nella sua notte il vostro drappo mortuario,
e degli alti pantheon vi aprano i cammini!

Siete voi stessi, o re, che con le vostre proprie mani
costruite sui vostri nomi o la gloria o la vergogna!
Ciò che abbiamo fatto presto o tardi ci racconta.
Si può vincere il mondo, avere un popolo, agire
su un secolo, guarire la sua piaga o allargarla, —
quando le vostre missioni saranno infine compiute,
delle cose che quaggiù avrete compiute
una voce uscirà, voce di odio o d’amore,
cupa come il rumore del chiavistello nella torre,
o dolce come un canto nel nido delle colombe,
che farà muovere la pietra delle vostre tombe.
Questa voce, l’avvenire, grave e fatale testimone,
è in anticipo chinato che l’ascolta da lontano.
E là, niente carezze e niente lusinghe,
niente bocca foggiata e nutrita a mentire,
niente osanna pagato, niente eco compiacente
che muti il lamento amaro in grido riconoscente.

No, i vizi immondi, i tradimenti, i delitti,
come le dedizioni e le virtù sublimi,
portano una testimonianza integra e sovrana.
Le azioni che si fanno hanno labbra di bronzo.

VI

Che sul tuo studio, maestro, un raggio rimanga!
Là, nel silenzio, l’arte, lo studio dimenticando l’ora,
nell’ombra i bozzetti che ripudiasti,
da un lato Jean Goujon, dall’altro Fidia,
delle pietre, di pensiero a metà rivestite,
un tumulto muto di statue immobili,
i busti che meditano negli angoli in ombra,
non so quale pace che cade dalle labbra,
tutto è grande, tutto è bello, tutto incanta e tutto domina.
Tu che all’interno l’arte divina illumina,
tu guardi passare, grave e senza dire una parola,
nella tua anima tranquilla ove il giorno viene dall’alto,
tutti i nobili aspetti della figura umana.
Come in una chiesa a passi lenti si passeggia
un grande popolo pensoso a cui un dio sorride,
questi fantasmi sereni camminano nel tuo spirito.
Essi errano attraverso i tuoi sogni poetici
fatti di ombre e di bagliori e di vaghi portici,
talvolta palazzo vermiglio, talvolta sepolcro dormiente,
segreta architettura, immenso ammassamento
che, gettando rumori gioiosi e lamentosi,
del tuo grande pensiero riempie le prospettive,
perché l’antica Babele non è morta, e rivive
sotto la fronte dei sognatori. Nella tua testa, o David!
la spirale si torce, il pilastro si proietta;
e nell’oscurità del tuo cervello vegeta
la profonda foresta, che non si vede altrove,
di capitelli frondosi pieni di uccelli e di fiori!

VII

Ora, — tu che vai fuori dalle strade tracciate,
o plasmatore di bronzo, o formatore di pensieri,
considera quanto gli uomini sono piccoli,
e mantieniti superbo al di sopra dei partiti!
Serba la dignità del tuo scalpello sublime.
Non lasciar toccare il tuo marmo dalla lima
delle cupe passioni che rodono tanti spiriti.
Michelangelo aveva Roma e David ha Parigi.
Dona dunque alla tua città, amico, questo grande esempio
che, se i mercanti vili non entrano nel tempio,
i furori dei tribuni e il loro sogno aborrito
non entrano nel cuore dell’artista sacro.
Rifiuta alle corti la tua arte, dona ai popoli le tue veglie,
è bene, o mio scultore! ma lungi dalle tue orecchie
caccia quelli che vanno adulando i crocicchi.
Tu, nel tuo studio, devi sempre sognare,
e, di ogni vizio umano schiacciando la biscia,
tu stesso a poco a poco abbagliarti della tua opera!
Ciò che quegli uomini fanno nell’ombra o disfano
non vale il tuo sguardo levato verso il soffitto
cercando la bellezza pura e il grande e il giusto.
La loro missione è bassa e la tua è augusta.
E chi dunque oserebbe mescolare un solo momento
alle stesse visioni, allo stesso accecamento,
agli stessi voti pieni d’odio, insensati o feroci,
essi, schiavi dei nani, tu, padre dei colossi!
Aprile 1840.

Victor Hugo

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-alo-scultore-david-victor-hugo/