Lettera a M. de Lamartine

Poesi di Alfred De Musset Raccolta Poesie nuoveEpoca XIX secolo

Quando il grande Byron stava per lasciare Ravenna,
E cercare sui mari qualche spiaggia lontana
Dove finire da eroe la sua immortale noia,
Come era seduto ai piedi della sua amante,
Pallido, e già volto verso la Grecia,
Colei che allora egli chiamava la sua Guiccioli
Apri una sera un libro dove si parlava di lui.

Avete di quel tempo conservato la memoria,
Lamartine, e quei versi al principe dei proscritti,
Vi ricordate ancora chi li aveva scritti?
Eravate giovane allora, voi, nostra cara gloria.
Venivate di provare per la prima volta
Quel bel liuto in pianto che vibra sotto le vostre dita.
La Musa che il cielo vi aveva fidanzata
Sulla vostra fronte sognante cercava il vostro pensiero,
Vergine ancora timida, amante degli allori.
Non conoscevate, nobile figlio di Francia,
Non conoscevate, se non per la sua sofferenza,
Quel sublime orgoglioso a cui scrivevate.
Di qual diritto osavate avvicinarlo e compiangerlo?
Qual aquila, Ganimede, a quel Dio vi portava?
Presentivate che un giorno avreste potuto raggiungerlo,
Colui che da così in alto allora vi ascoltava?
No, avevate vent’anni, e il cuore vi batteva
Avevate letto Lara, Manfred e il Corsaro,
E avevate scritto senza asciugarvi le lacrime;
Il soffio di Byron vi sollevava da terra,
E andavate a lui, portato dai suoi dolori.
Chiamavate da lontano quell’anima desolata;
Per grande che vi sembrasse, lo sentivate amico
E, come il torrente nella verde vallata,
L’eco del suo genio in voi aveva gemuto.
E lui, lui che l’Europa, ancora tutta armata,
Ascoltava tremando i selvaggi concerti;
Lui che da dieci anni fuggiva la sua fama,
E della sua solitudine riempiva l’universo;
Lui, il grande ispirato della Malinconia,
Che, stanco d’essere invidiato, si cambiava in martire;
Lui, l’ultimo amante della povera Italia,
Per il suo ultimo esilio preparandosi a partire;
Lui che, sazio della grandezza umana,
Come un cigno al suo canto sentendo vicina la morte,
Sulla terra intorno a sé cercava per chi morire…
Egli ascoltò quei versi che leggeva la sua amante,
Quel dolce saluto lontano di un giovane sconosciuto.
Non so se dello stile comprese la ricchezza;
Lasciò nei suoi occhi sorridere la sua tristezza:
Ciò che veniva dal cuore gli fu benvenuto.

Poeta, ora che la tua musa fedele,
Dal tuo pudico amore sicura d’essere immortale,
Della verbena in fiore ti ha coronato la fronte,
A tua volta, accogli me come il grande Byron.
Di uguagliarti mai non ho la speranza;
Ciò che tu tieni dal cielo, nessuno me l’ha promesso,
Ma dal tuo destino al mio più grande è la distanza,
Migliore sarà Dio che può renderci amici.
Non ti rivolgo inutili lodi,
E non penso che tu mi risponderai;
Per essere proposti, questi illustri scambi
Vogliono essere firmati da un nome che io non ho.
Ho creduto per lungo tempo che fossi stanco del mondo;
Ho detto che negavo, credendo di aver dubitato,
E ho preso, davanti a me, per una notte profonda
La mia ombra che passava piena di vanità.
Poeta, ti scrivo per dirti che amo,
Che un raggio di sole è caduto fino a me,
E che in un giorno di lutto e di supremo dolore
Le lacrime che versavo mi hanno fatto pensare a te.

Chi di noi, Lamartine, e della nostra giovinezza,
Non sa a memoria quel canto, dagli amanti adorato,
Che una sera, in riva a un lago, tu ci hai sospirato?
Chi non ha letto mille volte, chi non rilegge senza posa
Quei versi misteriosi dove parla la tua amante,
E chi non ha singhiozzato su quei divini singhiozzi,
Profondi come il cielo e puri come i flutti?
Ahimè! quei lunghi rimpianti di amori menzogneri,
Quelle rovine del tempo che si trovano a ogni passo,
Quei solchi infiniti di luci effimere,
Chi può dirsi uomo e non li conosce?
Chiunque abbia mai amato porta una cicatrice;
Ognuno l’ha nel petto, sempre pronta ad aprirsi;
Ognuno la custodisce in sé, cara e segreta tortura,
E più è colpito, meno ne vuole guarire.
Te lo dirò, a te, cantore della sofferenza,
Che il tuo glorioso male, l’ho sofferto anch’io?
Che un istante, come te, davanti a quel cielo immenso,
Ho stretto tra le mie braccia la vita e la speranza,
E che come il tuo, il mio sogno è fuggito?
Ti dirò che una sera, nella brezza profumata,
Addormentato, come te, nella pace della felicità,
Ai celesti accenti di una voce beneamata,
Ho creduto sentire il tempo fermarsi nel mio cuore?
Ti dirò che una sera, rimasto solo sulla terra,
Divorato, come te, da un atroce ricordo,
Mi sono stupito della mia stessa miseria,
E che un fanciullo può soffrire senza morire?
Ah! ciò che ho sentito in quell’istante terribile,
Oserò lamentarmene e raccontartelo?
Come esprimerò una pena indicibile?
Dopo di te, davanti a te, posso ancora tentarlo?
Sì, di quel giorno fatale, pieno d’orrore e di incanti,
Voglio fedelmente farti il racconto;
Non sono canti, non sono lacrime,
E ti dirò solo ciò che Dio mi ha detto.

Quando il contadino, tornando alla sua capanna,
Trova la sera il suo campo rasato dal fulmine,
Crede dapprima che un sogno abbia incantato i suoi occhi,
E, dubitando di sé, interroga i cieli.
Dappertutto la notte è oscura, e la terra in fiamme.
Cerca intorno a sé il luogo abituale
Dove sua moglie l’attende sulla soglia socchiusa;
Vede un po’ di cenere in mezzo a un deserto.
I suoi figli seminudi escono dalla brughiera,
E vengono a raccontargli come la loro povera madre
È morta sotto il tetto di paglia con grida atroci;
Ma ora in lontananza tutto è silenzioso.
Il misero ascolta e comprende la sua rovina.
Stringe, desolato, i suoi figli sul petto;
Non gli resta più, se non tende la mano,
Che la fame per stasera e la morte per domani.
Nessun singhiozzo esce dalla sua gola oppressa;
Muto e vacillante, senza forza e senza pensiero,
Si siede in disparte, gli occhi sull’orizzonte,
E guardando fuggire la sua messe consumata,
Nei neri turbini dell’ispessa fumata
L’ebbrezza della sventura porta via la sua ragione.

Tale, quando abbandonato da un’amante infedele,
Per la prima volta ho conosciuto il dolore,
Trafitto all’improvviso da una freccia sanguinante,
Solo mi sono seduto nella notte del mio cuore.
Non era in riva a un lago dal flutto limpido,
Né sull’erba fiorita sul pendio dei colli;
I miei occhi anneggiati di lacrime vedevano solo il vuoto,
I miei singhiozzi soffocati non destavano echi.
Era in una strada oscura e tortuosa
Di quella immensa cloaca che si chiama Parigi:
Intorno a me gridava quella folla beffarda
Che degl’infelici non ode mai le grida.
Sul selciato annerito le pallide lanterne
Versavano una luce dubbia più triste della notte,
E, seguendo a caso quei fuochi vaghi e spenti,
L’uomo passava nell’ombra, andando dove va il rumore.
Dappertutto risuonava come una gioia strana;
Era febbraio, al tempo del carnevale.
Le maschere avvinazzate, incrociandosi nel fango,
Si accostavano con un’ingiuria o un ritornello banale.
In una carrozza aperta una truppa ammassata
Appariva a momenti sotto il cielo piovoso,
Poi si perdeva in lontananza nella città insensata,
Urlando un inno impuro sotto la resina in fuoco.
Intanto dei vecchi, dei bambini e delle donne
Si imbrattavano di feccia in fondo alle bettole,
Mentre della notte le sacerdotesse infami
Portavano qua e là i loro spettri inquieti.
Si sarebbe detto un ritratto della dissolutezza antica,
Una di quelle sere famose, care al popolo romano,
In cui dai templi segreti la Venere impudica
Usciva scapigliata, una torcia in mano.
Dio giusto! piangere solo in una notte simile!
O mio unico amore! che ti avevo fatto?
Tu avevi potuto lasciarmi, tu che giuravi la vigilia
Che eri la mia vita e che Dio lo sapeva?
Ah! tu, lo sapevi, fredda e crudele amica,
Che attraverso quella vergogna e quell’oscurità
Io ero là, guardando della tua cara lampada,
Come una stella nel cielo, la tremante chiarità?
No, tu non ne sapevi nulla, non ho visto la tua ombra,
La tua mano non è venuta a socchiudere la tua tenda.
Non hai guardato se il cielo era oscuro;
Non mi hai cercato in quella tomba atroce!

Lamartine, è là, in quella strada oscura,
Seduto su una pietra, in fondo a un crocevia,
Le due mani sul mio cuore, e stringendo la mia ferita,
E sentendo sanguinarvi un invincibile amore;
È là, in quella notte d’orrore e di angoscia,
In mezzo ai trasporti di un popolo furioso
Che sembrava passando gridare alla mia giovinezza,
«Tu che piangi stasera, non hai riso come loro?»
È là, davanti a quel muro, dove ho battuto la testa,
Dove ho posato due volte il ferro sul mio petto nudo;
È là, lo crederai? casto e nobile poeta,
Che dei tuoi canti divini mi sono ricordato.
O tu che sai amare, rispondi, amante di Elvira,
Comprendi che si parta e ci si dica addio?
Comprendi che quel motto la mano possa scriverlo,
E il cuore firmarlo, e le labbra dirlo,
Le labbra, che un bacio ha appena unito davanti a Dio?
Comprendi che un legame che, nell’anima immortale,
Ogni giorno più profondo, si forma a nostra insaputa;
Che sradica in noi la volontà ribelle,
E ci attacca al cuore il suo mirabile tessuto;
Un legame onnipotente i cui nodi e la cui trama
Sono più duri della roccia e dei diamanti;
Che non teme né il tempo, né il ferro, né la fiamma,
Né la morte stessa, e che fa degli amanti
Fino nella tomba amarsi le ossa;
Comprendi che dieci anni questo legame ci avvinghia,
Che non faccia dieci anni che un solo essere di due,
Poi tutto a un tratto si spezzi, e, perduto nello spazio,
Ci lasci atterriti d’aver creduto vivere felici?
O poeta! è duro che la natura umana,
Che cammina a passi contati verso una fine certa,
Debba ancora trascinarvisi portando una croce,
E che bisogni quaggiù morire più di una volta.
Poiché con qual altro nome può chiamarsi sulla terra
Questa necessità di cambiare miseria,
Che ci fa, giorno e notte, tutto prendere e tutto lasciare.
Talché il nostro tempo si passa a bramare?
Non sono forse morti, e morti spaventose,
Quei tanti cambiamenti d’esseri così mutevoli,
Che si dicono sempre stanchi di sperare,
E che sono sempre pronti a trasfigurarsi?
Qual tomba che il cuore, e quale solitudine!
Come la passione diventa abitudine,
E come avviene che, senza inciamparvi,
Sulle proprie rovine l’uomo possa camminare?
Vi cammina tuttavia; è Dio che lo invita.
Va seminando dappertutto e prodigando la sua vita:
Desiderio, timore, collera, inquietudine, noia,
Tutto passa e scompare, tutto è fantasma in lui.
Il suo misero cuore è fatto di tal sorta
Che fugge incessantemente perché una rovina ne esca;
Che la morte sia il suo termine, non lo ignora,
E, camminando alla morte, muore a ogni passo.
Muore nei suoi amici, in suo figlio, in suo padre,
Muore in ciò che piange e in ciò che spera;
E, senza parlare dei corpi che bisogna seppellire,
Che cos’è dunque dimenticare, se non è morire?
Ah! è più che morire, è sopravvivere a se stessi.
L’anima risale al cielo quando si perde ciò che si ama.
Non resta di noi che un cadavere vivente;
La disperazione l’abita, e il nulla l’attende.

Ebbene! buono o cattivo, inflessibile o fragile,
Umile o fiero, triste o gaio, ma sempre gemente,
Quest’uomo, quale egli è, questo essere fatto d’argilla,
Tu l’hai visto, Lamartine, e il suo sangue è il tuo sangue.
La sua felicità è la tua, il suo dolore è il tuo;
E dei mali che quaggiù gli tocca sopportare
Non uno che non ti tocchi e che non ti appartenga;
Poiché sai cantare, amico, sai piangere.
Dimmi, che ne pensi nei tuoi giorni di tristezza?
Che ti ha detto la sventura, quando l’hai consultata?
Ingannato dai tuoi amici, tradito dalla tua amante,
Del cielo e di te stesso hai mai dubitato?

No, Alfonso, mai. La triste esperienza
Ci porta la cenere, e non spegne il fuoco.
Tu rispetti il male fatto dalla Provvidenza,
Lo lasci passare, e credi al tuo Dio.
Qualunque esso sia, è il mio; non vi sono due fedi
Non so il suo nome, ho guardato i cieli;
So che sono Suoi, so che sono immensi,
E che l’immensità non può essere di due.
Ho conosciuto, ancor giovane, severe sofferenze,
Ho visto verdeggiare i boschi, e ho tentato d’amare.
So ciò che la terra inghiotte di speranze,
E, per raccogliervi, ciò che vi si deve seminare.
Ma ciò che ho sentito, ciò che voglio scriverti,
È ciò che mi hanno insegnato gli angeli del dolore;
Lo so ancor meglio e posso meglio dirtelo,
Poiché il loro glaive, entrando, l’ha inciso nel mio cuore:

Creatura d’un giorno che ti agiti un’ora,
Di che vieni a lamentarti e chi ti fa gemere?
La tua anima t’inquieta, e credi che pianga:
La tua anima è immortale, e le tue lacrime si asciugheranno.

Ti senti il cuore preso da un capriccio di donna,
E dici che si spezza a forza di soffrire.
Chiedi a Dio di alleviare la tua anima:
La tua anima è immortale, e il tuo cuore guarirà.

Il rimpianto d’un istante ti turba e ti divora;
Dici che il passato ti vela l’avvenire.
Non lamentarti di ieri; lascia venire l’aurora:
La tua anima è immortale, e il tempo fuggirà

Il tuo corpo è abbattuto dal male del tuo pensiero;
Senti la tua fronte pesare e le tue ginocchia piegarsi.
Cadì, inginocchiati, creatura insensata:
La tua anima è immortale, e la morte verrà.

Le tue ossa nella bara cadranno in polvere
La tua memoria, il tuo nome, la tua gloria periranno,
Ma non il tuo amore, se il tuo amore ti è caro:
La tua anima è immortale, e se ne ricorderà.

Alfred De Musset

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-lettera-a-m-de-lamartine-alfred-de-musset/