Figli di vanità, che volete tutto levigato,
ché lo stile santo non vi sembra abbastanza grazioso,
che volete tutto scorrevole, e scorrete perituri
nell’eterno oblio, sopportate i miei vocaboli
lunghi e rozzi; e, poiché gli oracoli santi
non vi commuovono, presso i filosofi vani
troverete ancora, in dottrina nascosta,
la resurrezione dai loro scritti predicata.
Essi cantarono che quando gli spiriti beati
per la via lattea avranno fatto nuovi fuochi,
il grande motore farà, con le sue metamorfosi,
tornare gli stessi corpi al ritorno delle loro cause.
L’aria, che prende sempre di nuovo nuovi corpi,
per alloggiare gli ultimi mette fuori i primi;
il fuoco, la terra e l’acqua fanno lo stesso.
Il distacco lontano della materia morta
fa il suo giro e ritorna ancora nello stesso luogo,
e questo giro sente sempre la presenza di Dio.
Così il cambiamento non sarà la nostra fine,
ci cambia in noi stessi e non in un altro,
cerca il suo stato, fine della sua azione:
è nel secondo riposo che sta la perfezione.
Gli elementi, mutando nelle loro regole e sorti,
richiamano senza posa le creature morte
in nuovi cambiamenti: il fine e il piacere
non è là, perché cambiare è segno di desiderio.
Ma quando il cielo avrà compiuto la misura,
il cerchio di tutti i suoi cerchi, la perfetta figura,
quando il suo ciclo avrà compiuto il suo corso
e i suoi membri uniti per la fine dei suoi giri,
nulla si genererà: il tempo, che tutto consuma,
in noi recherà ciò che fu fatto per noi;
allora la materia avrà il suo riposo, il suo piacere,
la fine del movimento e la fine del desiderio.
Théodore Agrippa d’Aubigné
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-giudizio-1-theodore-agrippa-d-aubigne/
