Bonaparte

Poesi di Alphonse De Lamartine Raccolta Nuove meditazioni poeticheEpoca XIX secolo

Su uno scoglio battuto dall’onda lamentosa,
il nocchiero da lontano vede biancheggiare sulla riva
un sepolcro presso il bordo, deposto dalle onde;
il tempo non ha ancora brunito l’angusta pietra,
e sotto il verde tessuto del rovo e dell’edera
si distingue… uno scettro spezzato!

Qui giace… nessun nome!… domandatelo alla terra!
Quel nome? è scritto a caratteri di sangue
dai bordi del Tanai alla vetta del Cédar,
sul bronzo e sul marmo, e sul petto dei prodi,
e persino nel cuore di quei greggi di schiavi
che calpestava tremanti sotto il suo carro.

Dai due grandi nomi che un secolo annuncia al secolo,
mai nome che quaggiù ogni lingua pronunci
sull’ala del fulmine volò così lontano.
Mai d’alcun mortale il piede che un soffio cancella
impresse sulla terra una traccia più forte,
e quel piede si è fermato là!…

Egli è là!… sotto tre passi un bambino lo misura!
La sua ombra non rende nemmeno un lieve mormorio!
Il piede di un nemico calpesta in pace il suo sepolcro!
Su quella fronte folgorante il moscerino ronza,
e la sua ombra non ode che il rumore monotono
di un’onda contro uno scoglio!

Non temere nulla, tuttavia, ombra ancora inquieta,
che io venga a oltraggiare la tua muta maestà.
No. La lira ai sepolcri non ha mai insultato.
La morte fu in ogni tempo l’asilo della gloria.
Nulla deve fin qui perseguitare una memoria.
Nulla!… tranne la verità!

La tua tomba e la tua culla sono coperte da una nube,
ma simile al lampo uscisti da una tempesta!
Folgorasti il mondo prima di avere un nome!
Come quel Nilo di cui Menfi beve le onde feconde,
prima di essere nominato fa ribollire i suoi flutti
nelle solitudini di Memnon.

Gli dei erano caduti, i troni erano vuoti;
la vittoria ti prese sulle sue ali rapide,
d’un popolo di Bruto la gloria ti fece re!
Quel secolo, la cui schiuma trascinava nella sua corsa
i costumi, i re, gli dei… respinto verso la sua fonte,
indietreggiò d’un passo davanti a te!

Combattesti l’errore senza guardare il numero;
simile al fiero Giacobbe lottasti contro un’ombra!
Il fantasma crollò sotto il peso d’un mortale!
E, di tutti i suoi grandi nomi profanatore sublime,
giocasti con essi, come la mano del delitto
con i vasi dell’altare.

Così, negli accessi d’un impotente delirio,
quando un secolo invecchiato con le sue mani si lacera
gettando nelle sue catene un grido di libertà,
un eroe d’un tratto dalla polvere si leva,
lo colpisce con il suo scettro… si sveglia, e il sogno
cade davanti alla verità!

Ah! se rendendo quello scettro alle sue mani legittime,
collocando sul tuo scudo regali vittime,
le tue mani delle sante bende avessero lavato l’onta!
Soldato vendicatore dei re, più grande di quei re stessi,
di quale divino profumo, di quale puro diadema
la storia avrebbe consacrato la tua fronte!

Gloria! onore! libertà! queste parole che l’uomo adora,
risuonavano per te come il bronzo sonoro
di cui uno stupido eco ripete in lontananza il suono:
di questa lingua invano il tuo orecchio colpito
non comprese quaggiù che il grido della spada,
e il maschio accordo del chiarino!

Superbo, e disdegnando ciò che la terra ammira,
non chiedevi nulla al mondo, che l’impero!
Camminavi!… ogni ostacolo era tuo nemico!
La tua volontà volava come quel dardo rapido
che va a colpire il bersaglio dove lo guida lo sguardo,
anche attraverso un cuore amico!

Mai, per schiarire la tua regale tristezza,
la coppa dei banchetti ti versò l’ebbrezza;
i tuoi occhi d’altra porpora amavano inebriarsi!
Come un soldato in piedi che veglia sotto le armi,
vedesti della bellezza il sorriso o le lacrime,
senza sorridere e senza sospirare!

Amavi solo il rumore del ferro, il grido d’allarme!
Lo splendore risplendente dell’alba sulle tue armi!
E la tua mano accarezzava solo il tuo leggero corsiero,
quando i flutti ondulanti della sua pallida criniera
solcavano come un vento la sanguinosa polvere,
e i suoi piedi spezzavano l’acciaio!

Crescesti senza piacere, cadesti senza mormorio!
Nulla d’umano batteva sotto la tua spessa armatura:
senza odio e senza amore, vivevi per pensare:
come l’aquila regnante in un cielo solitario,
avevi solo uno sguardo per misurare la terra,
e artigli per abbracciarla!

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Slanciarsi d’un sol balzo sul carro della vittoria,
folgorare l’universo degli splendori della sua gloria,
calpestare con un medesimo piede tribuni e re;
forgiare un giogo temprato nell’amore e nell’odio,
e far rabbrividire sotto il freno che lo incatena
un popolo fuggito dalle sue leggi!

Essere d’un intero secolo il pensiero e la vita,
spuntare il pugnale, scoraggiare l’invidia;
scuotere, rafforzare l’universo incerto,
ai sinistri chiarori del tuo fulmine che tuona
venti volte contro gli dei giocare il destino del mondo,
quale sogno! e fu il tuo destino!…

Cadesti tuttavia da quel sublime culmine!
Su quello scoglio deserto gettato dalla tempesta,
vedesti i tuoi nemici lacerare il tuo mantello!
E il fato, quel solo dio che adorò la tua audacia,
per ultimo favore ti accordò questo spazio
tra il trono e la tomba!

Oh! chi mi avesse dato di sondarvi il tuo pensiero,
quando il ricordo della tua passata grandezza
veniva, come un rimorso, ad assalirti lontano dal rumore!
E che, le braccia incrociate sul tuo largo petto,
sulla tua fronte calva e nuda, che il pensiero inclina,
l’orrore passava come la notte!

Come un pastore in piedi sulla riva profonda
vede la sua ombra da lontano prolungarsi sull’onda
e del fiume tempestoso seguire fluttuando il corso;
così dalla vetta deserta della tua suprema grandezza,
nell’ombra del passato te stesso ricercando,
richiamavi i tuoi antichi giorni!

Passavano davanti a te come flutti sublimi
di cui l’occhio vede sui mari scintillare le cime,
il tuo orecchio ascoltava il loro armonioso rumore!
E, d’un riflesso di gloria illuminando il tuo viso,
ogni flutto ti portava una brillante immagine
che seguivi a lungo con gli occhi!

Là, su un ponte tremante sfidavi il fulmine!
Là, dal deserto sacro ridestavi la polvere!
Il tuo corsiero fremeva nei flutti del Giordano!
Là, i tuoi passi abbassavano una cima scoscesa!
Là, cambiavi in scettro una invincibile spada!
Qui… Ma quale spavento improvviso?

Perché distogli la tua pupilla smarrita?
Donde viene questo pallore diffuso sulla tua fronte?
Che hai visto d’un tratto nell’orrore del passato?
È d’una città la rovina fumante?
O del sangue degli uomini qualche pianura spumeggiante?
Ma la gloria ha tutto cancellato.

La gloria cancella tutto!… tutto tranne il delitto!
Ma il suo dito mi mostrava il corpo d’una vittima;
un giovane! un eroe, d’un sangue puro inondato!
Il flutto che lo portava, passava, passava, senza sosta;
e sempre passando l’onda vendicatrice
gli gettava il nome di Condé!…

Come per cancellare una macchia livida,
si vedeva sulla sua fronte passare la sua mano rapida;
ma la traccia del sangue sotto il suo dito rinasceva!
E, come un sigillo impresso da una mano suprema,
la goccia ineffacebile, così come un diadema,
lo coronava del suo misfatto!

È per questo, tiranno! che la tua gloria offuscata
farà dubitare, per il tuo misfatto, del tuo genio!
Che una traccia di sangue seguirà ovunque il tuo carro!
E che il tuo nome, giocattolo d’una eterna tempesta,
sarà dall’avvenire sballottato d’età in età
tra Mario e Cesare!

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Moristi tuttavia della morte del volgare,
come un mietitore va a cercare il suo salario,
e dorme sulla sua falce prima d’essere pagato!
Cingesti morendo il tuo gladio sulla coscia,
e andasti a chiedere ricompensa o giustizia
al dio che ti aveva inviato!

Si dice che negli ultimi giorni della sua lunga agonia,
davanti all’eternità solo con il suo genio,
il suo sguardo verso il cielo parve sollevarsi!
Il segno redentore toccò la sua fronte selvaggia!…
E persino si udì cominciare sulla sua bocca
un nome!… che non osava finire!

Finisci… È il dio che regna e che incorona!
È il dio che punisce! è il dio che perdona!
Per gli eroi e per noi ha pesi diversi!
Parlagli senza spavento! lui solo può comprenderti!
Lo schiavo e il tiranno hanno entrambi un conto da rendere,
l’uno dello scettro, l’altro delle catene!

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Il suo sepolcro è chiuso! Dio l’ha giudicato! Silenzio!
Il suo delitto e le sue imprese pesano nella bilancia:
che la mano dei deboli mortali non vi tocchi più!
Chi può sondare, Signore, la tua clemenza infinita?
E voi, flagelli di Dio! chi sa se il genio
non sia una delle vostre virtù?…

Alphonse de Lamartine

Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.

Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-bonaparte-alphonse-de-lamartine-2/