I
Oh ! quando un sole pesante scaldava le grandi lastre
Dei ponti e dei nostri lungosenna deserti,
Che le campane urlavano, che la grandine delle palle
Fischiava e pioveva per l’aria ;
Che in tutta Parigi, come il mare che monta,
Il popolo sollevato rumoreggiava,
E che al lugubre accento dei vecchi cannoni di ghisa
La Marsigliese rispondeva,
Certo, non si vedevano, come al giorno d’oggi,
Tante uniformi in una volta ;
Era sotto degli stracci che battevano i cuori d’uomo
Erano allora delle sudicie dita
Che caricavano i moschetti e rimandavano il fulmine ;
Era la bocca dalle vili imprecazioni
Che masticava la cartuccia, e che, nera di polvere,
Gridava ai cittadini : Moriamo !
II
Quanto a tutti quei bei damerini dalle fiamme tricolori,
Dalla biancheria fine, dal frac elegante,
Questi uomini in corsetto, questi visi di donne,
Eroi del boulevard de Gand,
Che facevano, mentre attraverso la mitraglia,
E sotto la sciabola detestata,
La grande plebe e la santa canaglia
Si scagliavano verso l’immortalità ?
Mentre tutta Parigi si copriva di meraviglie,
Quei signori tremavano nella loro pelle,
Pallidi, sudando paura, e la mano alle orecchie,
Accovacciati dietro una tenda.
III
È che la Libertà non è una contessa
Del nobile sobborgo Saint-Germain,
Una donna che un grido fa cadere in deliquio,
Che mette del bianco e del carminio
È una donna forte dalle potenti mammelle,
Dalla voce rauca, dalle dure attrattive,
Che, bruna sulla pelle, fuoco nelle pupille,
Agile e camminando a grandi passi,
Si compiace nei gridi del popolo, nelle sanguinose mischie,
Nei lunghi rulli dei tamburi,
Nell’odore della polvere, nelle lontane distese
Delle campane e dei cannoni sordi ;
Che non prende i suoi amori che nella plebaglia,
Che non presta il suo largo fianco
Che a gente forte come lei, e che vuole che la si abbracci
Con braccia rosse di sangue.
IV
È la vergine focosa, figlia della Bastiglia,
Che un tempo, quando apparve
Con la sua aria ardita, le sue movenze di ragazza,
Cinque anni mise tutto il popolo in calore ;
Che, più tardi, intonando una marcia guerriera,
Stanca dei suoi primi amanti,
Gettò là il suo berretto, e divenne vivandiera
Di un capitano di vent’anni
È questa donna, infine, che, sempre bella e nuda,
Con la fascia dai tre colori,
Nelle nostre mura mitragliate all’improvviso riapparsa,
È venuta ad asciugare i nostri occhi in lacrime,
A rimettere in tre giorni un’alta corona
Nelle mani dei Francesi sollevati,
A schiacciare un esercito e a stritolare un trono
Con qualche mucchio di pavé.
V
Ma, oh vergogna ! Parigi, così bella nella sua collera,
Parigi, così piena di maestà
In quel giorno di tempesta in cui il vento popolare
Sradicò la regalità,
Parigi, così magnifica con i suoi funerali,
I suoi resti d’uomini, le sue tombe,
Le sue strade dissestate e i suoi pezzi di mura
Bucati come vecchie bandiere ;
Parigi, questa città tutta cinta di allori,
Di cui il mondo intero è geloso,
Che i popoli commossi chiamano tutti la santa,
E che non nominano che in ginocchio,
Parigi non è ora che una sentina impura,
Una cloaca sordida e fangosa,
Dove mille neri corsi di limo e di sporcizia
Vengono a trascinarsi nelle loro onde vergognose ;
Un tugurio rigurgitante di farabutti senza coraggio,
Di sfacciati corridori di salotti,
Che vanno di porta in porta, e di piano in piano,
Mendicando qualche pezzo di gallone ;
Un mercato cinico dalle grida insolenti,
Dove ognuno cerca di strappare
Un misero angolo di stracci insanguinati
Dal potere che è appena spirato.
VI
Così, quando abbandonando il suo covile solitario,
Il cinghiale, colpito a morte,
È là, tutto palpitante, steso sulla terra,
E sotto il sole che lo morde ;
Quando, bianco di bava e la lingua fuori,
Non muovendosi più nei suoi legami,
Muore, e che il corno ha suonato la curée
A tutta la muta dei cani,
Tutta la muta, allora, come un’onda immensa,
Balza ; allora ogni mastino
Urla in segno di gioia, e prepara in anticipo
Le sue larghe zanne per il festino ;
E poi viene la calca, e gli abbai feroci
Rotolano di valle in valle ;
Cani correnti e segugi, e alani, e molossi,
Tutto si slancia, e tutto grida : Andiamo !
Quando il cinghiale cade e rotola nell’arena,
Andiamo, andiamo ! i cani sono re !
Il cadavere è nostro ; paghiamoci la nostra fatica,
I nostri morsi e i nostri abbai.
Andiamo ! non abbiamo più un servo che ci frusti
E che si impicchi al nostro collo :
Sangue caldo, carne, andiamo, facciamo baldoria,
E ingozziamoci a sazietà !
E tutti, come operai che si mettono all’opera,
Frugano i suoi fianchi a pieno muso,
E con l’unghia e con i denti lavorano senza posa,
Perché ognuno ne vuole un pezzo ;
Perché al canile bisogna che ognuno di loro ritorni
Con un osso mezzo rosicchiato,
E che, trovando sulla soglia la sua orgogliosa cagna,
Gelosa e il pelo irto,
Le mostri la sua gola ancora rossa, e che ringhia,
Il suo osso nei denti fermo,
E le gridi, gettando il suo quarto di carogna :
“” Ecco la mia parte di regalità “”
Agosto 1830.
Auguste Barbier
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/la-curee-auguste-barbier-2/
