Di tanti giorni di lutto, di timore e di speranza,
Di tanti sforzi perduti, di tanti mali sofferti,
Sei tu alfine stanca, povera terra di Francia,
E dei tuoi vecchi figli l’eterna incostanza
Lascerà un giorno la calma all’universo?
Comprendi i tuoi destini e conosci la tua storia?
Da mezzo secolo hai contato i tuoi passi?
È abbastanza di grandezza, di miseria e di gloria,
E, se non per pietà, per la tua propria memoria,
Almeno per stanchezza non ti fermerai?
Non ti ricordi più di quei tempi di spavento
In cui dell’ottantanove risuonò il tocsin?
Non era ieri, e la fonte sanguinante
Con cui Parigi battezzò la sua libertà nascente,
Non la senti ancora scorrere dal tuo seno?
Ha saziato il tuo orgoglio vagabondo,
Ha per i combattimenti placato il tuo istinto,
Quest’uomo audace che attraversò il mondo,
Simile al contadino che attraversa il suo campo,
Armato del vomere di ferro che squarcia e feconda?
Se ti occorrevano allora spettacoli guerrieri,
È abbastanza aver visto l’Europa devastata,
Da Menfi a Mosca la terra contesa,
E lo straniero due volte seduto ai nostri focolari,
Scuotendo dai suoi piedi la neve insanguinata?
Se oggi ti occorrono elementi nuovi,
Non è abbastanza per te aver fatto a pezzi
Tutto ciò che porta un nome, gloria, filosofia,
Religione, amore, libertà, tirannia,
Aver frugato ovunque, fin dentro i sepolcri?
Non è abbastanza per te delle vane teorie,
Sofismi mostruosi con cui ci hanno cullato,
Spettri repubblicani usciti dai tempi passati,
Abuso di tutti i diritti, vergognose fantasticherie
Di assassini in delirio o di fanciulli insensati?
Non è abbastanza per te aver, in cinquant’anni,
Visto cadere Robespierre e passare Bonaparte,
Carlo decimo per l’esilio partire con i capelli bianchi,
Aver imitato Londra, Atene, Roma e Sparta;
Ed essere alfine Francesi non è presto tempo?
Se non è abbastanza, prendi il tuo brando e la tua lancia.
Risveglia i tuoi soldati, innalza i tuoi patiboli;
In guerra! e che domani il secolo ricominci,
Affinché un giorno almeno l’assassinio e la licenza
Sazi del nostro sangue, ci lascino il riposo!
Ma, se Dio non ha reso la sofferenza inutile,
Se dai mali di quaggiù qualche bene può venire,
Se la tempesta placata rende il cielo più tranquillo,
Se è vero che cadendo su un terreno fertile
Le lacrime del passato fecondano l’avvenire;
Sappi dunque approfittare della tua esperienza,
Tu che una giovane regina, nei suoi toccanti addii,
Chiamava un tempo ridente paese di Francia!
Conosci dunque te stessa, osa dunque essere felice,
Osa dunque francamente benedire la Provvidenza!
Lascia dire a chi vuole che il tuo grande cuore si abbatta,
Che la pace ti indebolisce, che le tue forze si esauriscono:
Quelli che meno lo credono sono quelli che te lo dicono.
Ti sanno in piedi, ferma, e pronta al combattimento;
E, non potendo spezzare la tua forza, la dividono.
Lasciali agitarsi, questa gente di passione,
Parodie dei nostri vecchi arringatori moderni;
Lasciali esibire le loro fredde commedie,
E, con le due braccia incrociate, predicarti l’azione.
La loro sola verità è la loro ambizione.
Che t’importa di parole, di frasi aggiustate?
Hai venduto il tuo grano, il tuo bestiame e il tuo vino?
Sei libera? Le leggi sono rispettate?
Temi di vedere il tuo campo saccheggiato dal vicino?
Il padrone ha il suo tetto, e l’operaio il suo pane?
Se abbiamo questo, il resto è poca cosa.
Ne occorre di più tuttavia; attraverso i nostri bastioni,
Dell’universo geloso penetrano gli sguardi.
Parigi riempie il mondo, e, quando si riposa,
Perché la sua gloria vegli, ha bisogno delle arti.
Dove le si videro fiorire meglio che nel secolo in cui siamo?
Quando si videro al lavoro più mani esercitarsi?
Quando fummo mai più liberi di pensare?
Si vogliono negare invano le cose e gli uomini:
Avremo per i nostri figli una pagina da lasciare.
Il rumore dei nostri cannoni risuona oggi;
Che l’Europa l’ascolti, ella deve conoscerlo!
Francia, in mezzo a noi un bambino è appena nato,
E, se la mia debole voce si fa intendere qui,
È davanti alla sua culla che io ti parlo così.
Il suo coraggioso avo è quel re popolare
Che si vede da otto anni, senza timore e senza collera,
Da ardito pilota mostrarci il cammino.
Suo padre è presso il trono, una spada in mano;
Tutti gli infelici sanno quale sia sua madre.
È solo un figlio in più che il cielo ti ha donato,
Francia, aprigli le tue braccia senza paura, senza adulazione;
Solleva dolcemente la tua mammella ferita,
E versa sorridendo, vecchia madre patria,
Una goccia di latte al bambino appena nato.
Alfred De Musset
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poesia-sulla-nascita-del-conte-di-parigi-alfred-de-musset/
