Carlo era morto: carnefici-commissari,
leggi che si dicevano rivoluzionarie,
esilio e patibolo, confisca.
Era la Francia infine sotto la Convenzione.
Nei numerosi seguaci dello stendardo del crimine
l’Inghilterra vedeva un uomo magnanimo:
Milton, il grande Milton (piangiamo sugli umani)
profondeva il suo genio per degli sciocchi puritani;
detestava soprattutto, nella sua indipendenza,
quel partito infelice che una nobile costanza
teneva legato al suo Re. Per questo zelo crudele,
Milton si era macchiato degli onori di Cromwell.
Un mattino che aveva appetito di sangue,
dei predicatori-soldati trascinano alla sua presenza
un uomo ancor giovane, ma la cui fronte pallida
è prematuramente invecchiata dal dolore,
un realista infine. Nel fuoco che lo anima,
Milton con occhio bruciante misura la sua vittima,
che, lungi dall’essere sensibile alle proprie sventure,
sembra ammirare il suo giudice e compatire i suoi errori.
« Dicci qual è il tuo nome, sicofante di un padrone,
vassallo dal doppio cuore di schiavo e di traditore.
Rispondimi. » – « Il mio nome è Davenant. » A quel nome
avreste visto d’un tratto il terribile Milton
trasalire, alzarsi, e, rovesciando il suo seggio,
correre al prigioniero che la coorte assedia.
« Il tuo nome è Davenant, dici? quel nome caro!
Saresti tu quel mortale, nutrito dalle Muse,
che, nei boschi sacri smarrendo la sua giovinezza,
incantò con i suoi versi le rive del Permesso? »
Davenant rispose: « È vero che un tempo
la lira d’Aonia fremette sotto le mie dita. »
A queste parole, versando una pia lacrima,
dimenticando dei testimoni la presenza invidiosa,
Milton stringe la mano del poeta ammirato.
E poi con quella voce, con quel tono ispirato
che d’Eva raccontò gli amori ineffabili:
« Tu vivrai, pittore felice delle eleganti favole;
te lo giuro per le arti che ci avevano uniti
prima che d’Albione il destino le avesse bandite.
A cuori infiammati da una fiamma così bella,
eh! che importa di un Pym la volgare querela?
La morte colpisce a caso principi, sudditi;
ma i bei versi, ecco ciò che non muore mai,
sia che si canti il popolo o il tiranno ingiusto:
Virgilio è immortale celebrando Augusto!
Come! la legge colpirebbe del suo gladio irritato
un figlio di Apollo?… No, no, posterità!
Soldati, ritiratevi; grazie del vostro zelo!
Quest’uomo è sicuramente un cittadino fedele,
un grande repubblicano: so di buona fonte
che si è molto rallegrato della morte di Stuart. »
« No » gridava Davenant, che quel rimprovero tocca.
Ma Milton, con la sua mano coprendogli la bocca,
lo spinge dapprima in fondo al gabinetto,
lo chiude a doppia mandata, poi con un po’ d’oro
congeda educatamente l’orda giacobina.
Verso il suo ospite prigioniero poi si dirige,
fa portare del vino, che gli versa a gran fiumi.
Semina il pranzo di piacevoli discorsi:
di politica niente, ma molte critiche
sullo spirito dei Latini e le grazie attiche.
Davenant recitò l’idillio del Ruscello;
Milton gli rispose con il vivace Allegro ,
del dolce Penseroso ridisse il canto così triste
e declamò i cori del Sansone agonista .
I poeti, incantati dai loro diversi talenti,
si lasciarono infine mormorando i loro versi.
Tuttavia, stanco delle sue lunghe miserie,
il popolo sospirava per le leggi dei suoi padri:
richiamò il suo Re; i crimini frenati
furono con un editto saggiamente perdonati.
Si eccettuarono però alcuni uomini perfidi,
complici e fautori dei sanguinosi regicidi:
Milton, in prima fila, si era posto tra loro.
Denunciato dalla sua gloria, sotto il tetto di un vecchio amico
aveva sperato di trovare ombra e silenzio.
Del suo destino, una notte, pesava l’incostanza:
di una lampada presa in prestito alla tomba dei morti
il pallido bagliore illuminava i suoi rimorsi.
Sente tutto a un tratto, verso la dodicesima ora,
bussare alla porta esterna del suo alloggio;
i catenacci sono infranti da numerosi soldati.
La figlia di Milton accorre; si seguono i suoi passi.
Nell’asilo segreto un capo si precipita:
un cappello dai suoi occhi venendo a toccare l’orbita
vela a metà i suoi tratti; ha gli occhi riempiti
di lacrime che un mantello riceve nelle sue pieghe.
Milton non lo vede: privato della luce,
la notte regna per sempre sotto la sua triste palpebra.
« Ebbene! che mi si vuole? dice il cantore d’Adamo.
Parlate: bisogna morire? » – « È ancora Davenant, »
risponde l’uomo col mantello. Milton subito grida:
« O nera tradizione! io che ti salvai la vita! »
« Sì, » risponde il poeta interdetto, arrossendo,
« ma voi siete colpevole e io ero innocente.
Fermo stoico, mostrate il vostro coraggio!
Mio vecchio amico, la morte è il comune destino:
prima o poi, il tragitto è uguale
per tutti i viaggiatori. Ecco l’ordine fatale. »
La figlia di Milton, oggetto pieno di incanti,
apre l’orribile foglio che bagna di lacrime:
è lei che spesso, in un dotto colloquio,
rilegge il vecchio Omero all’Omero cristiano
e dei testi sacri, interprete modesta,
a suo padre rende la luce celeste
in cambio del giorno che ella ricevette da lui.
Al capezzale paterno prendendo un appoggio,
con voce alterata ella legge la sentenza:
« Volendo alla giustizia eguagliare la clemenza,
ci piace di concedere, di piena autorità,
a Davenant, in premio della sua fedeltà,
la grazia di Milton . Carlo. »
Si immagini
i trasporti che causò la toccante avventura,
quante lacrime furono sparse a Londra
per i talenti salvati e i benefici resi!
Londra, 1797.
Chateaubriand
Traduzione generata da Poésies 123 con il supporto del modello di intelligenza artificiale deepseek-chat.
Testo pubblicato su Poésies 123: https://www.poesies123.com/it/poema-milton-e-davenant-francois-rene-de-chateaubriand-2/
